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Jobs act, bocciato dalla Corte costituzionale il criterio di indennizzo per il licenziamento ingiustificato

Secondo i giudici «la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dalla Costituzione». La decisione reintroduce la discrezionalità del giudice e di conseguenza l’incertezza nella previsione dell’ammontare dell’indennizzo

L’indennizzo previsto dal Jobs act in caso di licenziamento illegittimo è incostituzionale. Neanche le ultime modifiche introdotte dal decreto Dignità sono riuscite a modificarne l’impianto. La Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la norma sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, nella parte che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato. Il sistema prevedeva che l’indennizzo venisse calcolato sulla base dell’anzianità: due mensilità di indennizzo per ogni anno trascorso al lavoro. Secondo la Corte, però, «la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione». Per il momento la Corte ha pubblicato soltanto una breve nota, mentre la sentenza completa sarà depositata nelle prossime settimane.

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COSA PREVEDEVA IL JOBS ACT. Nel Jobs act del marzo 2015 si stabiliva come calcolare le indennità in caso di licenziamento illegittimo. «Il giudice – recitava il testo – condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità non assoggettata a contribuzione previdenziale di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità». In pratica, per il lavoratore licenziato in maniera ingiusta il Jobs act ha previsto un risarcimento di due mesi di stipendio per ogni anno di anzianità di servizio. Il tutto, entro un limite minimo di quattro mesi di stipendio e massimo di ventiquattro mesi. Il recente Decreto dignità ha ritoccato il quantum minimo e massimo degli indennizzi alzandoli da 6 a 36 mesi, ma non il meccanismo di determinazione che è rimasto legato all’anzianità di servizio.

LE CONSEGUENZE DELLA SENTENZA. Censurato il meccanismo legato all’anzianità, la prospettiva, in attesa di capire i dettagli della decisione, sembra esser quella di tornare ai precedenti criteri di calcolo di indennizzo che affidavano ai giudici la valutazione caso per caso. La decisione avrà ovviamente un impatto molto significativo sul mercato, reintroducendo la discrezionalità del giudice e di conseguenza incertezza nella previsione dell’ammontare dell’indennizzo che i datori di lavoro dovranno pagare ai loro dipendenti licenziati in maniera ingiustificata. Le conseguenze si rifletteranno sia su chi ha cause di licenziamento in corso che, soprattutto, sulle decisioni future di assumere o licenziare da parte dei datori di lavoro. Per conoscere i dettagli della decisione e comprenderne meglio gli effetti bisognerà attendere la pubblicazione della sentenza, oppure ulteriori precisazioni della Corte.

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