Salute

Acufene, che tormento! Ma l’alimentazione può aiutare

La letteratura scientifica ha evidenziato diversi composti chimici di uso comune, presenti negli alimenti, come potenziali induttori o facilitatori di acufene. Tra questi, gli addolcitori e gli esaltatori di gusto. È quindi importante seguire una dieta iposodica e iperidrica

C’è chi non riesce a dormire a causa di un fischio fisso nell’orecchio. C’è chi avverte un ronzio di sottofondo. Chi sente, invece, delle pulsazioni di diversa intensità. E chi, addirittura, una sorta di trapano insopportabile. Sono i fastidiosi effetti dell’acufene, un disturbo uditivo che nella maggior parte dei casi è legato alla perdita dell’udito e che può avere conseguenze pesanti sulla qualità di vita delle persone. L’orecchio, però, non è l’unico responsabile dell’acufene: l’intero organismo svolge un ruolo di primaria importanza nella genesi del disturbo. Le cause, dunque, possono essere molteplici: otologiche, farmacologiche, vascolari, articolari e muscolari. Per tale motivo bisogna comprendere e inquadrare il problema in maniera globale attraverso un’accurata analisi da parte un team multidisciplinare, costituito da otorinolaringoiatra, odontoiatra, tecnico audiometrista, nutrizionista, psicologo, osteopata, che andrà a determinare la reale origine e, con essa, i rimedi e soprattutto le cure.

ACUFENE E ALIMENTAZIONE. Dal punto di vista nutrizionale la letteratura scientifica ha evidenziato diversi composti chimici di uso comune, presenti negli alimenti, come potenziali induttori o facilitatori di acufene. Tra questi si annoverano: gli addolcitori utilizzati in sostituzione degli zuccheri e gli esaltatori di gusto come il glutammato monosodico (sale sodico dell’acido glutammico), un amminoacido naturale presente in quasi tutti gli alimenti. Oggi, però, il glutammato monosodico utilizzato dall’industria alimentare non è naturale, ma viene ottenuto grazie alla fermentazione controllata. Focalizzarsi su questi costituenti alimentari è fondamentale là dove il problema dell’acufene si genera da squilibri idroelettrolitici. Nella Sindrome di Ménière, per esempio, si ritiene vi sia un ipotetico squilibrio chimico nella matrice acquosa dell’orecchio interno con conseguente idrope, pressione eccessiva, del liquido in questione. La corretta alimentazione sarebbe in questo caso finalizzata al tentativo di ridurre l’idrope. Nei casi di acufeni neurologici dovuti, invece, a spasmi del muscolo stapedio e del muscolo tensore del timpano i rimedi nutrizionali vanno ricercati nell’assunzione di alcuni semplici oligoelementi quali calcio e potassio che vengono reintegrati attraverso l’alimentazione.

DIETA IPOSODICA E IPERIDRICA. Anche nell’ acufene neurologico, dovuto ad emicrania, o nell’acufene gravidico una dieta iposodica ed iperidrica sono fondamentali per coadiuvare le terapie farmacologiche nel ripristino della corretta circolazione sanguigna, consentendo il riequilibrarsi della pressione intrauricolare. Una alimentazione ricca d’acqua (2,5/3 litri al giorno) e povera di sodio viene prescritta per facilitare l’eliminazione delle tossine legate alle cellule connettivali. L’apporto di sodio attraverso l’alimentazione avviene per via discrezionale, quando viene aggiunto in cucina oppure a tavola per insaporire i cibi, e per via non discrezionale, come il sodio presente negli alimenti sia naturalmente sia in seguito alle lavorazioni industriali. Le categorie alimentari a rischio sono: i cibi conservati sotto sale, per esempio le acciughe, o quelli con la denominazione “salato”, per esempio arachidi salate; i formaggi e i salumi  (si va dai 2,6 g di sodio per il prosciutto crudo agli 0,7 del prosciutto cotto), i corn flakes (i cereali per la prima colazione sono spesso molto ricchi di sale perché aumenta l’appetibilità del prodotto) e tutti quei cibi appetitosi per il palato come le patatine, la pizza, i liofilizzati, la margarina e le salse. La quota normale di sodio, ovvero la dose raccomandata in Italia dal Ministero della Sanità, è compresa tra i 600 e 3500 milligrammi al giorno.

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DIECI CONSIGLI UTILI. Un grammo di sodio equivale a circa 2,5 grammi di sale da cucina: è importante sapere questa equivalenza quando viene consigliata una dieta iposodica e per capire le etichette nutrizionali. Una volta assodato questo per iniziare a seguire una dieta iposodica e iperidrica bisogna ridurre l’apporto totale di sodio a non più di 1750 mg/die (meno di 2g) e bere oltre 2 litri di acqua iposodica (cioè contenente non oltre 5 mg/litro di Na+) al giorno. Il segreto sta nell’acquistare alimenti freschi e cucinarli in casa evitando, dunque, i  cibi  confezionati o lavorati ad alto contenuto di sale e di sodio. Molto importante è consumare prodotti da forno (pane, grissini, fette biscottate e biscotti) sapidi. Scegliere unicamente pesce d’acqua dolce eliminando l’assunzione di pesce di mare, dei crostacei e dei molluschi. È bene evitare tutti i salumi, gli insaccati e i formaggi (l’unica eccezione riguarda la ricotta dolce fresca). Per i dolci: è meglio mangiare quelli fatti in casa. Attenzione, però, a non utilizzare lieviti contenenti bicarbonato di sodio. Possiamo ridurre gradualmente il sale cominciando a cucinare riso o pasta in acqua non salata e ad utilizzare olio e spezie naturali per esaltare il sapore delle pietanze. Inoltre, ci sono delle verdure che sarebbe bene evitare in una dieta povera di sodio, come le carote, i carciofi, il sedano, gli spinaci, i finocchi e gli asparagi.

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Maria Teresa D'Agostino

Laureata presso l’Università degli Studi di Catania con il massimo dei voti e la lode è esperta in nutrizione clinica. Abilitata all’Esercizio della Professione dal 2012. Si è perfezionata presso L’Accademia Internazionale di Nutrizione clinica di Roma con il massimo dei voti. Socia SINU (Società di Nutrizione Umana) dal 2017. Tutor aziendale presso l'Università di Catania, Facoltà di Scienze e Tecnologie Alimentari.

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