Cultura

Una generazione pop senza volto

I cantanti mascherati o anonimi non sono una novità, ma nell'era dei selfie e della sovraesposizione mediatica dilagano gli artisti senza un nome o un volto. Da Liberato a M¥ss Keta, da Elena Ferrante a Bansky, da Ernia a The André. «Quando si indossa una maschera ci si sente più liberi e protetti»

Nell’era della rincorsa ai fatidici quindici minuti di celebrità, dei selfie, di Instagram e della sovraesposizione mediatica, va emergendo una generazione senza volto. Dagli scognomati dei talent show alle star misteriose, ai fantasmi del palcoscenico metropolitano. La caccia a Elena Ferrante ha fatto il suo tempo, ora il gioco del momento è scoprire chi è Liberato, chi è Banksy, chi è Jorit Agoch, chi è The André, clone del sommo cantautore italiano.
Fu Omero nell’Odissea a raccontare come Ulisse inganna il Ciclope giurandogli «il mio nome è Nessuno». Diventando anonimo, Odisseo evita un destino crudele. «Anonimo, incognito: essere complesso, sfuggente, sfaccettato, misterioso». L’anonimato ha anche il potere di aprire l’immaginazione e suscitare la curiosità. In “Come un romanzo”, Daniel Pennac sostiene che il “lettore” ha sempre in mente l’autore come una sorta di figura evocativa. Cosa succede quando quest’autore non ha un volto, non conosciamo il suo vero nome, dubitiamo anche della sua identità di genere? Il potere immaginifico si amplifica.

PERSONAGGI SENZA VOLTO, ETÀ, LUOGO E TEMPO. «Datemi una maschera e vi dirò la verità» aggiunge Oscar Wilde. «E aveva perfettamente ragione» commenta M¥ss Keta. Che spiega: «L’identità segreta mi dà la possibilità di parlare di tutto: da personaggi in voga negli anni Ottanta fino a fatti di cronaca attualissimi. In realtà quando si indossa una maschera ci si sente più liberi e protetti, e quindi si tende a svelare molto di più della propria personalità. Accadeva anche nel teatro greco, dove ci si passava una maschera per raccontare una storia. Ho scelto di nascondere il mio volto anche perché viviamo in una società in cui veniamo costantemente mitragliati da selfie, quindi preferisco ironizzare ed offrire uno spunto di riflessione sul tema».
M¥ss Keta è un personaggio nato con il volto coperto, senza età, senza collocazione geografica: senza luogo e senza tempo, un po’ come una antica divinità. M¥ss Keta è l’icona musicale del momento: irriverente, dissacrante, afferma di vivere in un mondo popolato di personaggi illustri, droghe, festini e superficialità, canta di botox, vip e cocaina. Ha appena pubblicato il primo album dal titolo “Una vita in capslock” e ora è pronta per portare nei club italiani il suo rap oscuro ed elettronico. È il confine dell’ignoto, il fascino dell’inconoscibile. Dice di aver trascorso estati in compagnia dell’avvocato Gianni Agnelli ed Edwige Fenech negli anni ’80. Negli anni ’90 invece sostiene di aver flirtato in barca a vela con Massimo D’Alema al largo della Costa Smeralda, e con Sophia Loren a Courmayeur. Ancor prima di tutto ciò sembrerebbe essere stata la prima musa di Salvador Dalí e Andy Warhol. O di Marcel Duchamp, che nel 1917 inviò un orinatoio in porcellana bianca firmato “R.MUTT” al Comitato di selezione della Society of Independent Artists di New York. Scandaloso. Una volta smascherato, il maestro affermò: «L’arte di domani sarà clandestina».
I cantanti mascherati non sono una novità (Tre allegri ragazzi morti, Gorillaz) e neanche quelli anonimi (leggendari sono i Residents, sul palco con cilindro, frac e maschera da bulbo oculare). Il volto coperto nella musica scatena qualcosa da sempre: dagli Slipknot ai Daft Punk, tutti vogliono sapere cosa c’è dietro la maschera, anche se la maschera in fondo serve solo a mettere in primo piano la musica, ad affermare che è l’unica cosa che conta. Dietro a volte ci sono solo tonnellate di ansia da palcoscenico (come nei Daft Punk), un’arma da guerra contro il mondo (gli Slipknot), il bisogno di puntare tutto sull’esagerazione (i Kiss). Mai però come in questi ultimi anni gli artisti tendono a nascondere la propria identità dietro uno pseudonimo o celando il proprio volto. Forse perché siamo nell’era del nickname, dell’anonimato dei social, degli avatar. Lorenzo Urciullo in arte Colapesce, Vasco Brondi ovvero Le Luci della Centrale Elettrica, Calcutta, Ernia, Mecna, l’incappucciato MezzoSangue e poi la lunghissima schiera di rapper/trapper.

IL MISTERIOSO CASO DI THE ANDRÉ. Ancor più singolare il caso di The André: una sagoma che con la stessa incredibile voce di Fabrizio De André getta un ponte tra la trap di oggi e l’autore della “Canzone di Marinella”. Nato tutto su YouTube, l’interesse e la viralità generata dai suoi video hanno fatto nascere un tour con sempre più seguito. Dove può suona dietro a un telo, altrove si limita a occhiali da sole invalicabili e cappucci per nascondere l’identità. Anche per le interviste è difficilissimo vederlo in faccia: facile che si opti per una telefonica, assolutamente vietate le foto. Un timbro, quello di Faber, che ha fatto un’epoca e un genere che potrebbe farne un’altra. Un percorso a metà tra la provocazione e un contrasto che affascina e incuriosisce, aspettando il prossimo capitolo. Perché la vera sfida sarà quella di mantenersi interessanti senza essere una semplice meteora da YouTube.
«Le dico solo questo: ho tra i 20 e i 30 anni, non sono di Genova, studio Scienze della Comunicazione nel Nord, mi può chiamare Gab, visto che il mio profilo Facebook si chiama Gab Loter. Per il resto, mi creda, l’anonimato non è questione di marketing, dato che non avrei mai pensato di fare dischi e concerti. Semplicemente apprezzo parecchio la mia privacy e considero tutto questo un gioco».
L’idea è nata assieme a un amico, racconta. «Siamo grandi fan di De André, fino alla venerazione, forse al feticismo. Ci sono periodi in cui non ascoltiamo altro e la cosa può diventare un po’ pesante dal punto di vista psicologico. Per cui l’idea è stata ridimensionare l’artista, allontanarlo dalla sua poetica. E niente ci è sembrato più lontano da lui della trap: non l’abbiamo scelta perché ora è la musica di moda. Ma i video li abbiamo iniziati a mettere online, giusto per divertirci tra noi e con gli amici».
Per dirla con le parole del filosofo italiano Giorgio Agamben, «l’essere che viene non è individuale né universale, ma qualunque. Singolare, ma senza identità. Definito, ma solo nello spazio vuoto dell’esempio. E, tuttavia, non generico né indifferente».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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