Cultura

“Imagine” John Lennon, il mondo celebra un artista scomodo e geniale

In un fitto incrociarsi di ricorrenze, arriva nei negozi la versione definitiva del più celebre album solista dell'ex Beatle, mentre al cinema si potrà rivedere il film prodotto e diretto assieme alla moglie Yoko Ono. Novità anche in libreria

Senza di lui la musica popolare oggi non sarebbe la stessa. Per questo il mondo del rock celebra John Lennon, in un fitto incrociarsi di ricorrenze. Sono passati settantotto anni dalla sua nascita (9 ottobre 1940), ventotto dalla sua morte (8 dicembre 1980), trentotto da quando i Beatles si sono prematuramente sciolti. Il 5 ottobre “Imagine – Ultimate Collection”, il più celebrato album solista di John Lennon, torna nei negozi, come si usa, in diverse edizioni, dalla ristampa semplice su cd a quella in vinile e a quella espansa in cofanetto con sei dischi e diverse versioni alternative, provini, assoli recuperati dai nastri originali, un documentario, un libro, per un totale di 140 tracce in tutto, remixate e rimasterizzate. L’8 ottobre, per soli tre giorni, nelle sale cinematografiche si potrà rivedere “Imagine”, il film, prodotto e diretto da Lennon e Yoko Ono, anch’esso restaurato e rimasterizzato e accompagnato da quindici minuti inediti, in cui spiccano filmati in studio in cui la coppia è in compagnia di George Harrison, Nicky Hopkins, Alan White e Klaus Voormann. “Imagine” e “Gimme Some Truth”, altro film di John & Yoko, oltre a essere pubblicati anche in dvd e blu-ray, finiranno sulle piattaforme digitali. E sugli scaffali delle librerie farà capolino “Imagine – John Yoko”, un dietro le quinte del disco scritto dalla Ono, vedova nera ormai riciclata anche lei in chiave buonista, come conferma l’edizione italiana del libro, 320 pagine illustratissime pubblicate da L’Ippocampo.

ARTISTA GENIALE. Ma al di là delle celebrazioni, quello che conta è che tuttora non risulta facile trovare una collocazione per la figura di Lennon, scomodo, appassionato, geniale artista di quella cultura che è l’arte del rock, la più giovane, l’ultima in ordine di tempo tra quelle che il secolo scorso ci ha proposto. E se tutto il mondo del rock è così disponibile a ricordarlo è da un lato perché si ha la inquietante sensazione che Lennon, in un certo senso, abbia pagato un po’ per tutti, in quella estrema e delirante simbologia del fan che uccide il suo idolo, e poi perché a nessuno sfugge che tutti, ma proprio tutti quelli che oggi fanno della musica pop, gli sono in qualche modo debitori. Se era un personaggio scomodo dipendeva soprattutto dal fatto che, consapevole della tremenda responsabilità dell’essere un mito, e oltre tutto di avere avuto il mondo ai suoi piedi quando non era ancora venticinquenne, aveva finito per fare della sua stessa vita la suprema arte, mescolando amore, politica e musica in un unico contraddittorio messaggio. Questo lo rende difficilmente riducibile a qualcosa di preciso, ma proprio qui risiede gran parte del suo fascino.

LA RIVOLUZIONE BEATLES. Lennon fu sostanzialmente un artista pop, forse il più grande che ci sia mai stato, e lui stesso non volle mai allontanarsi del tutto da questo solco. Ma riuscì a dare alla figura dell’artista pop il massimo delle possibilità, l’accezione più ampia che si possa immaginare. Se Elvis Presley rappresentò l’esplosione generazionale di incontaminata innocenza, di erotismo istintivo, Lennon fu il profeta di una nuova generazione di rocker che in qualche modo erano anche degli intellettuali, consapevoli di realizzare un inedito, altissimo livello creativo, consapevoli del loro ruolo e del potere di trasformazione che poteva avere la musica. Questo Lennon l’aveva imparato da Dylan, ma arrivò molto oltre. Basterebbe quello che ha fatto all’interno dei Beatles; e oggi tra l’altro è possibilissimo sapere nei dettagli che cosa esattamente va attribuito a lui, anche dietro l’onnipresente marchio di fabbrica Lennon-McCartney, quasi da comporre un percorso nel percorso che va da “Help” a “Norwegian Wood”, da “Strawberry fields forever” a “Lucy in the sky with diamonds”, da “Dear Prudence” a “Across the universe”.
Lennon fu l’artefice principale di quella irresistibile, ancora oggi fragorosa, ascesa, ma anche i dieci anni passati da solo sono estremamente significativi, forse i più affascinanti da un punto di vista più generale. Furono gli anni in cui Lennon visse per intero tutte le contraddizioni di un artista pop che aveva acquisito un immenso, incalcolabile potere di comunicazione. In fondo è stato proprio intorno al fenomeno Beatles che il villaggio globale dei media ha fatto le sue prove generali. Non dimentichiamo che i Beatles sono stati la prima realtà musicale a raggiungere simultaneamente le classifiche di tutto il mondo. Nella fase matura, l’uscita di un disco Beatles era un segnale che per un momento univa i giovani di qualsiasi latitudine in una specie di collettivo internazionale, addirittura più di quanto avvenga oggi, con tutti questi meccanismi ampiamente collaudati. E poi ci fu la prima mondovisione con “All you need is love”, per inciso un pezzo firmato da John.

LA CARRIERA DA SOLISTA. Dei Beatles era l’anima inquieta, sovversiva, surreale. Le più importanti invenzioni di linguaggio sono quasi sempre opera sua, e si capisce fino in fondo quando i Beatles si sciolgono. McCartney ci metterà qualche anno a tornare ai livelli precedenti. Lennon al contrario accentua in modo radicale il suo temperamento anarchico, rivoluzionario. Una volta solo, Lennon, amante del paradosso, dei nonsense, della cultura trasgressiva, ancora erede del lato più irriducibile del rock, cominciò a demolire sistematicamente il trionfo beatlesiano. La sua evoluzione fu un tormento esistenziale, un susseguirsi di scelte radicali, di ribaltamenti ideologici, di crisi senza ritorno.
Dentro ogni disco c’era un pezzo della sua vita. Da quello quasi clandestino inciso con Yoko nella copertina del quale posavano interamente nudi, fino al suo primo album ufficiale da solista, dove si avvertiva l’urgenza di ridefinire il mondo ricominciando da capo, dall’urlo primario di “Mother” alla dura e dissacrante sequenza dei “I don’ t believe in…” seguito dall’ elenco dei maggiori totem di quell’epoca, frase ripetuta all’ossessione fino al drammatico epilogo che portava alla parola Beatles. E poi l’attacco violento al suo ex socio Paul McCartney che aveva rilasciato un’intervista in cui si prendeva il merito di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, l’album del 1967 con cui i Beatles scrissero pagine indelebili di storia musicale. Lennon, inoltre, era convinto che nell’album solista di McCartney, “Ram”, Paul si riferisse in maniera offensiva alla relazione tra lui e Yoko, convinzione in seguito confermate dallo stesso Macca. Così Lennon inserì nell’album “Imagine” l’invettiva “How do you sleep” rivolta al suo ex compagno d’avventura: «Vivi con sempliciotti borghesi che ti dicono che sei il re, ma corri quando mamma ti dice qualcosa. La sola cosa che hai fatto è stata “Yesterday” e da allora è stato solo “Another day”. Come dormi? Come fai a dormire la notte?». Un ex Beatles non poteva dormire, rifugiarsi nell’isolamento di un cottage nel Sussex e scrivere melodie amene e inutili.
Questo era Lennon e questo spiega la potenza di una canzone semplice e scarna che riesce ancora oggi a far sognare il mondo con versi disarmanti, ma tipici di quella violenta innocenza con la quale Lennon amava rivolgersi al pubblico («Immagina un mondo senza paradiso, nessun inferno sotto di noi, immagina tutta la gente a vivere per il presente…») e che gli fece in venire in mente di tappezzare i muri di tutto il pianeta (compresa l’Italia) con grandi manifesti bianchi con la scritta in nero “World is over”, così come più teneramente una volta per fare gli auguri di compleanno a Yoko affittò un aereo che volteggiò su New York con la scritta “Happy Birthday Yoko”.
John Lennon è stato uno di quegli artisti pop che guardavano avanti, che anticipavano i tempi, e soprattutto erano sempre sorretti da un sogno, secondo il quale la musica poteva essere un riflesso dorato, l’intuizione di un mondo migliore da costruire. Tutti abbiamo ancora nelle orecchie quel suo struggente invito ad immaginare qualcosa di diverso: «Immagina che non ci sia alcuna nazione /… / Niente per cui uccidere o morire / E anche nessuna religione».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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