Cultura

Adelson e Salvini, la riscoperta del primo e rarissimo Bellini

Al Teatro Massimo di Catania è ripresa la stagione lirica. Debutto con il titolo che segnò l’esordio del Cigno catanese nella parabola ascendente del suo genio musicale

Il 5 giugno del 1819 un appena diciottenne Vincenzo Bellini – nato alle pendici dell’Etna e avviato fin da bambino alla composizione dal nonno Vincenzo Tobia e dal padre Rosario – sale sulla diligenza che da Catania lo porta a Messina, e da qui a Napoli. Nei sei anni che trascorre nella capitale del Regno è ammesso al Real Collegio di Musica di San Sebastiano, allievo di quel Nicola Zingarelli che, oltre a essere Direttore del Conservatorio e maestro del coro del Duomo di Napoli, è soprattutto severo depositario della prassi compositiva della Scuola napoletana. Nel Carnevale del 1825 – forse il 12 febbraio – nominato “maestrino”, Bellini conclude il prestigioso iter formativo all’ombra del Vesuvio nel teatrino del conservatorio con una partitura che non è il frutto di un enfant prodige ma il primo dei dieci capolavori che scandiscono la sua carriera. E in occasione del 183° anniversario della morte, avvenuta a Puteaux il 23 settembre del 1835, per rendere omaggio alla memoria dell’illustre cittadino, l’ente lirico etneo riprende la stagione lirica portando in scena proprio quell’Adelson e Salvini che segnò l’esordio del Cigno catanese nella parabola ascendente del suo genio musicale. Il titolo, autentico rarissimo prezioso cimelio con assetto drammaturgico alla francese, aveva già debuttato nel lontano 1985 al Teatro Metropolitan nella revisione e trascrizione dell’incompleta partitura autografa – custodita al Museo Civico Belliniano – curata da Salvatore Enrico Failla ed eseguita dai complessi svedesi del Drottningholms Barockensemble, salvo poi essere ripreso dopo più di un lustro dopo, in seno al Festival Belliniano, nella sua seconda versione a cura del musicologo Domenico De Meo (riduzione a due atti, sostituzione dei dialoghi con i recitativi secchi e riscrittura in italiano della parte di Bonifacio le principali differenze). E così la commedia per musica con dialoghi recitati, al cui debutto partenopeo arrise sì fragoroso successo da imporne replica ogni domenica di quell’anno, fa ritorno nella sua Catania nella prima versione sul calco dell’edizione critica di Casa Ricordi – ancora in preparazione e allo stadio attualmente raggiunto – che ha fatto tesoro di importanti ritrovamenti nel Fondo Mascarello all’alba del nuovo millennio.

UN CIMELIO RARO. E se il libretto redatto da Andrea Leone Tottola – già musicato nel 1816 da Valentino Fioravanti, basato su un racconto lungo di François-Thomas-Marie de Baculard d’Arnaud contenuto nell’antologia “Épreuves du Sentiment” (1772) e ambientato nell’Irlanda del XVII secolo – racconta l’amore del pittore Salvini per la bella Nelly nonostante quest’ultima sia promessa sposa dell’amico Lord Adelson, in un avvincente terreno d’elezione per il lavorio degli studiosi, tra nuove continue acquisizioni, il titolo in cartellone è un’opportunità e costituisce un vero e proprio unicum, seppur non privo di cliché poetici figli della propria epoca. Non un semplice omaggio alla tradizionale concezione del melodramma unanimemente abbracciata – destinata da lì a breve a essere sovvertita – ma semiserio racconto di formazione che denota ascendenza rossiniana evidentissima. Eppure Bellini, allievo in formazione sensibilissimo alle novità, c’è già tutto; così come il germe di future ben più note melodie: la Romanza di sortita di Nelly “Dopo l’oscuro nembo”, mutata di tonalità, si trasmuterà nel notissimo “Oh! Quante volte oh! Quante” di Giulietta ne I Capuleti e i Montecchi così come la Sinfonia in due tempi diventerà in seguito quella de Il Pirata. Strumentata con intelligenza, è brillante ma le nuances sono già quelle del Bellini maturo. E gemma compiutamente belliniana è anche quella del pre-finale di Salvini, ultimo intenso snodo patetico-drammatico prima del fortunato scioglimento della vicenda. Vanno in scena personaggi stereotipati e situazioni né comiche né drammatiche: se da un lato, infatti, l’impianto poggia tra mille equivoci sul rapporto tra l’aristocratico e il pittore italiano – segretamente innamorato di Nelly e a sua volta amato in segreto da Fanny, giovane irlandese cui dà lezioni di pittura – fa da contraltare il basso buffo Bonifacio Voccafrolla, servo sciocco ma saggio, che si esprime in dialetto.

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IGNAVIA CULTURALE. E mentre Vincenzo Bellini e la sua città natale ancora attendono un Festival che possa definirsi tale – come avviene altrove per altri illustri compositori e come più volte auspicato – lontana ormai la fortunata stagione degli anni ’90, il Teatro che dello stesso dovrebbe costituire la sede naturale auspica il ripristino del già esiguo finanziamento precedentemente revocato e rimane della morsa dell’approvazione dei bilanci. La scelta del titolo è singolare, fortunata e fortunosa. Presentata a Catania nell’edizione prodotta dalla Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi andata in scena nel novembre di due anni or sono, l’allestimento è segnale della qualità della produzione artistica jesina e della ricerca musicologica e creativa che vi orbita intorno. Ma se vi è parere unanime circa la qualità del prodotto, non altrettanto si può dire sulla consapevolezza dell’offerta allo spettatore catanese, aduso ma non troppo alla produzione e all’integrale repertorio belliniano. Scarsa la risposta in termini di affluenza di pubblico a un evento che avrebbe invece dovuto destare curiosità già solo per la sua rarità e peculiarità nella parabola del Cigno. Chi di Traviate, Tosche, Rigoletti, Trovatori ferisce, di Traviate, Tosche, Rigoletti, Trovatori perisce. Non si può certo parlare di sperimentazione o novità ma un pubblico – ormai abituato al mainstream di una programmazione scontata – appare predisposto esclusivamente ai soliti titoli da ripassare e godere fino al sold-out, tra reinterpretazioni, adattamenti e ambientazioni non sempre troppo innovative o pertinenti. Tante, forse troppe le poltrone vuote per un titolo la cui scelta, almeno sotto il profilo dell’offerta musicale, era di livello e aveva ben più di un perché.

L’ALLESTIMENTO. La mise-en-scène è semplice e godibile, ma elegante. Meritoria di plauso la cura nella regia di Roberto Recchia e le scene firmate da Benito Leonori. Gestualità semplice – a tratti scontata ma ben calibrata – esposizione chiara delle vicende narrate, buone e misurate le prove attoriali. La trama di Adelson, pur nel complesso intreccio, è in fondo un inno all’amicizia e all’amore: l’equilibrio si trova, quando si trova, con grande difficoltà, tra innumerevoli colpi di scena, fino al dischiudersi conclusivo della vicenda nell’armonia. L’azione scorre quindi spedita mentre l’infelice passione amorosa del pittore italiano è restituita tramite un’interessante associazione all’esponente della scuola britannica primottocentesca e appassionato ritrattista femminile William Etty, coevo di Bellini. Più un atelier tra opere incompiute e quadri d’autore che un tipico castello irlandese. E se i tormenti interiori dell’artista rivivono e prendono corpo nelle grandi tele raffiguranti nudi dal volto assente o oscurato, l’impatto visivo dell’immagine dipinta in quadri di macroscopiche dimensioni è gradevole e i ricorrenti elementi scenici finiscono anche per fungere da fondali e quinte mobili. Ora un bosco, come quello di Lord Adelson, dal quale gli interpreti sembrano emergere e animarsi; ora un ritratto femminile che allude al coinvolgimento delle due donne. E così il coerente espediente – assistito dal sapiente gioco di luci creato da Alessandro Carletti ripreso da Antonio Alario – suggella persino il lieto-fine, con la discesa di un foto-ritratto familiare sdoppiato con figuranti dal vivo. Raffinati i costumi di Catherine Buyse Dian, tesi a enfatizzare l’aspetto oleografico dei personaggi.

Adelson e Salvini (Foto di Giacomo Orlando)
José Maria Lo Monaco (Nelly) e Francesco Castoro (Adelson) – Foto di Giacomo Orlando

GLI INTERPRETI. È stata la bacchetta di Fabrizio Maria Carminati, benemerito nella riscoperta dei titoli più rari del repertorio belcantista e direttore particolarmente apprezzato dal pubblico etneo in occasione dell’ultima ripresa de I Puritani nel dicembre del 2015, a dirigere con rigore e sicurezza l’Orchestra – ad organico ridotto secondo la partitura – e ad assistere premurosamente le voci degli interpreti con tempi sì serrati ma conferendo pur sempre elegante e armoniosa levità settecentesca e rifuggendo qualsivoglia eccesso. Bellini c’era e c’è già tutto. Con Carminati la sua opera prima allude consapevole allo sbocciare del genio, in un misurato equilibrio tra il passato e il futuro in divenire. Il Coro maschile del Bellini, sotto la recente guida di Luigi Petrozziello, si è contraddistinto per rinnovata omogeneità, puntuale coesione e leggiadre sonorità che si spera possano essere foriere di prove altrettanto convincenti. La compagnia, ben strutturata e dalle voci e recitativo ottimamente curati, è sicuramente di buon livello. Primeggia la graziosa e vocalmente corposa Nelly di José Maria Lo Monaco. Da mezzosoprano di rango è brillante nell’attesa pensosa sortita in fa minore quanto nei pezzi d’assieme e si conferma a proprio agio nel ruolo, sfoggiando una singolarissima tavolozza di colori per quello che è un vero e proprio gioiello di scrittura. Con mirabile sensibilità artistica e sapiente tecnica la sua prova è nitida nel fraseggio e presta alla giovane orfana una calibratissima voce dal bel timbro, dall’emissione suadente e sicura negli acuti e nelle agilità. Lavora di cesello negli accenti, restituendo un pregevole approfondimento psicologico della fanciulla innamorata. Domina la scena e si ritaglia il proprio personalissimo successo, il magnifico Bonifacio di Clemente Antonio Daliotti, autentica maschera napoletana di un impenitente pulcinella. Dal fisico slanciato fa del basso buffo un elegante viveur, deus ex machina dalla mimica vivace. Come un vero animale da palcoscenico, Daliotti domina la scena, convince e coinvolge padroneggiando le asperità dell’antico gergo dialettale tanto sotto il profilo di lessico e sintassi quanto sotto quello della dizione. Con buona estensione e invidiabile capacità comunicativa, regge anche dal punto di vista squisitamente vocale, nel recitato, nei sillabati e nei dei duetti. Il baritono Carmelo Corrado Caruso, decano siciliano e interprete di lungo corso, già ottimo Riccardo ne I Puritani, è un autorevole Lord Adelson dal timbro pastoso e dalla voce corposa, non sempre a proprio agio nelle agilità ma comunque volenteroso interprete elegante e flemmatico dell’aristocratico mosso da un quasi imperturbabile sentimento di amicizia. Piacevole sorpresa anche il Salvini del tenore Francesco Castoro che, con buoni sovracuti, ha fatto con brillantezza fronte all’impegno imposto dalla partitura con un mezzo agile, fresco, squillante, dotato di ottima proiezione ed estensione, occasionalmente duro nell’emissione; sempre disinvolto e passionato scenicamente, si presenta in modo convincente alla malinconica Aria finale. Validi anche il Geronio di Oliver Pürckhauer e la Madama Rivers di Kamelia Kader mentre affascinano meno Giuseppe De Luca nei panni di Struley e la pur esuberante Fanny offerta da Lorena Scarlata.
Pubblico – quanto meno quello presente – soddisfatto e consenziente. Una scelta sicuramente coraggiosa, meritoria comunque di plauso per l’interesse esegetico e filologico verso un titolo che consente al modestissimo panorama culturale etneo non solo di riscoprire un gioiello del catalogo belliniano ma anche il percorso artistico dell’illustre concittadino, nonché il contrasto con la repentina evoluzione che il teatro musicale avrebbe di lì a poco subìto tanto nella forma quanto nel dinamismo dei contenuti.

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Marco Fallanca

Studente di Giurisprudenza. Precoce e accanito cinefilo, possiede a casa una videoteca con oltre 7000 film. Affetto da un incommensurabile amore per Cinema, Teatro, Musica e ogni forma d’Arte. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, segue da vicino festival e rassegne. Disilluso podista, allo studio alterna partite di calcio. Già arbitro regionale presso l’Associazione Italiana Arbitri - sezione di Catania

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