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Google plus chiude: cosa non ha funzionato

Dopo sette anni cala definitivamente il sipario sul social network. Fatale la scoperta di un bug che ha permesso a programmatori e hacker di violare la privacy di oltre mezzo milione di utenti. Lo switch-off sarà completato entro agosto 2019

Dopo l’inchiesta pubblicata dal Wall Street Journal sulla privacy violata di oltre 500mila utenti di Google Plus, arriva la notizia della chiusura del social network. Come ammesso da Google stesso, a causa di un difetto del software, i dati di migliaia di utenti sono rimasti accessibili per oltre tre anni a programmatori e hacker. La falla di sistema è stata fatale al social che già non godeva di buona salute. Nonostante il pesante restyling con cui aveva provato a recuperare terreno, non è mai davvero decollato. Nessuna espressione descrive meglio Google plus di quella affibbiatagli dal New York Times nel 2014: “La città fantasma”. Miliardi di iscritti, centinaia di milioni di utenti attivi sulla carta ma quasi nessuno che posta e interagisce.

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STORIA BREVE DI GOOGLE PLUS. Google Plus nasce a giugno del 2011. All’epoca Facebook e Twitter erano ormai praticamente maturi, MySpace era un quasi lontano ricordo e YouTube per tutto ciò che riguardava i video era padrone assoluto. In questo contesto, Google Plus era il tentativo di mettere insieme le migliori caratteristiche dei diversi social raggiungendo immediatamente un bacino di milioni di utenti grazie all’esposizione data da Google stesso. Una partita apparentemente facile, che in termini di crescita degli utenti sembrava tutta in discesa, soprattutto per precise scelte di prodotto che, ad esempio, convertivano automaticamente qualunque utente di un prodotto Google, Gmail in primis, in utente Google Plus, o che vincolavano la creazione di canali YouTube alla creazione ed uso di un connesso profilo Google Plus. Con il risultato di ritrovarsi ad avere numeri di crescita straordinari (parliamo di 25 milioni di nuovi utenti solo nel primo mese), utenti attivi alle stelle (bastava accedere ad esempio all’email per accedere automaticamente Google Plus) ma in realtà un tasso di engagement bassissimo. Nel tempo sono state fatte delle piccole modifiche: sono state attivate le collections, ossia delle sorte di playlist di contenuti curati dagli utenti, e dato maggiore forza alle Communities, cioè i gruppi. Poi più nulla, fino all’ultimo grande cambiamento: l’annuncio di interruzione del servizio per gli utenti. L’ operazione di switch-off si attuerà nei prossimi dieci mesi, con stacco della spina finale previsto per agosto 2019. Google ha promesso che nelle prossime settimane gli utenti, praticamente chiunque dotato di un account Gmail, fornirà informazioni più dettagliate relative non solo alla chiusura, ma anche alle modalità in cui scaricare e mettere al sicuro i propri dati.

Logo di Google Plus

COSA NON HA FUNZIONATO. All’origine della chiusura di Google Plus la falla di sistema che per tre anni avrebbe esposto a un grave pericolo i dati personali di oltre mezzo milioni di iscritti. Una grave mancanza in termini di sicurezza, di cui Google era a conoscenza già da tempo avendo preso provvedimenti lo scorso marzo. Qui sta il grave errore della compagnia di Mountain View: non aver rivelato nulla ai propri utenti. Ma nella nota relativa alla chiusura, Google spiega tra le altre cose che il social network attualmente registra tassi di uso ed engagement piuttosto bassi e che il 90% delle sessioni dei suoi utenti durano meno di 5 secondi. Un dato che più di altri spiega il fallimento di Google plus. Già alla fine del 2014, tre anni e mezzo dopo il lancio, uno degli sviluppatori che ha visto la sua nascita indicava il suo fallimento. Chris Messina, noto al mondo della tecnologia per essere stato l’inventore dell’hashtag, scrive un lungo post in cui parla di «opportunità mancata». Il peccato originale sarebbe stato quello di abbandonare le proprie radici per inseguire Facebook, senza riuscirci. Avrebbe dovuto chiamarsi “Google Me”. Un nome, secondo Messina, perfetto perché conteneva quello che il servizio avrebbe dovuto essere: «Un tuo partner fidato nel cyberspazio, che ti aiuterà a far conoscere le informazioni giuste nel momento giusto alle persone che scegli. Se cerco il numero di telefono di mia madre su Google, lo trovo perché lei lo ha inserito nel suo profilo e ha deciso di condividerlo con me». Il posizionamento, continua Messina, era quindi più orientato alla ricerca di informazioni (che è il vero patrimonio di Google) piuttosto che alla costruzione di reti sociali. Era questo il senso originario delle “cerchie”, cioè di categorie in cui includere contatti con differenti gradi di accessibilità. Molto è cambiato quando si è deciso di virare su un altro nome: Google plus. Il focus si è spostato e Big G si è messa all’inseguimento di Facebook, fallendo.

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