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Perché l’Etna sta scivolando nel mar Ionio

Uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances dimostra che lo slittamento dei fianchi meridionali del vulcano siciliano verso il mare è dovuto alla gravità e non all'attività magmatica. Quali sono i rischi?

L’Etna sta scivolando verso il mar Ionio: è questa la conclusione di un gruppo internazionale di ricerca, a cui ha partecipato anche l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania, coordinato dal Centro tedesco Helmholtz per la ricerca oceanografica Geomar di Kiel. È risaputo da tempo che il vulcano siciliano è in movimento, ma lo slittamento dei fianchi meridionali verso il mare è dovuto alla gravità e non all’attività magmatica. Ricerche condotte in passato facevano ipotizzare che il movimento fosse dovuto a una spinta laterale prodotta dal magma in risalita nel vulcano, ma adesso lo studio pubblicato sulla rivista Science Advances ha trovato le prove per dirimere la questione, dimostrando, con una serie di misurazioni sottomarine, che il processo è determinato da un collasso gravitazionale.

LO STUDIO. Le conclusioni dello studio sono arrivate dopo l’analisi dei dati raccolti in una campagna di monitoraggio condotta tra l’aprile del 2016 e il luglio 2017 con una rete di cinque transponder subacquei collegati a sensori di pressione, posti su entrambi i lati delle pendici meridionali dell’Etna. I sensori hanno registrato le variazioni di distanza reciproca e gli incrementi di pressione indicativi del movimento di un fianco rispetto agli altri.


Le registrazioni hanno mostrato che i transponder sono rimasti stabili per la maggior parte del tempo, tranne che per un notevole cambiamento di alcuni centimetri rilevato tra il 12 e il 20 maggio del 2017, in concomitanza con un moto di faglia verificatosi nella regione senza che avvenisse un sisma. «Per la maggior parte del periodo di osservazione, le distanze acustiche tra i transponder sono rimaste stabili a circa 0,5 cm – si legge nello studio -. Tuttavia, un cambiamento significativo delle distanze si è verificato tra il 12 e il 20 maggio 2017. Solo le linee di base attraverso la faglia hanno registrato il movimento di errore asismico di 8 giorni che si distingue dal rumore di fondo. Le variazioni relative della distanza durante l’evento di maggio 2017 variavano tra 0,6 e -3,9 cm per le diverse coppie di transponder. Tenendo conto di tutte le linee di base di attraversamento delle faglie, lo scorrimento reale è compreso tra 3,87 e 4,23 cm. I transponder sul lato nord della faglia hanno anche mostrato uno spostamento verticale verso il basso di 1 cm rispetto a quelli sul lato sud durante l’evento di maggio 2017».


Ma il dato fondamentale è che la deformazione aumentava allontanandosi dal sistema magmatico: «Le nostre misurazioni geodetiche hanno dimostrato che il movimento dei fianchi si allontana dalla vetta verso la costa e nel Mar Ionio, mentre nessun aumento dell’attività del magma è stato notato simultaneamente all’evento del maggio 2017». Se a provocare la deformazione del versante fosse la dinamica del magma nel centro del vulcano, ci si sarebbe aspettato che lo spostamento del versante fosse più grande a terra rispetto al fondale marino. Questo significa, secondo gli autori, che la dinamica del magma non può essere la sola responsabile degli schemi di deformazione osservati. In definitiva, la deformazione continua dell’Etna dev’essere causata dalla gravità.


CONCLUSIONI. Il movimento in atto lungo i fianchi del vulcano siciliano dunque è un rischio più consistente di quanto ritenuto finora, perché esiste la possibilità che si concluda con un collasso catastrofico come è già successo nei casi dei vulcani hawaiani di Mombacho e di Kilauea, e in quelli di Ritter Island, in Nuova Guinea. «Nel caso dell’Etna – si legge nello studio – la nostra analisi della deformazione di attraversamento del litorale implica un rischio maggiore per il collasso del fianco rispetto a quanto precedentemente ipotizzato, poiché lo scorrimento gravitazionale radicato può potenzialmente portare a un collasso catastrofico». Per gli esperti, è impossibile dire se il lento slittamento del fianco meridionale del vulcano causerà uno tsunami. L’Etna ha circa 500 mila anni, un tempo lungo rispetto ai pochi anni di monitoraggio che, per i vulcanologi, non permettono di dire cosa accadrà. Sono, dunque, necessarie ulteriori ricerche e verifiche per comprendere i processi geologici all’interno e intorno all’Etna.

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