Politica

La pace fiscale e il testo manipolato: il complotto visto da Di Maio

La polemica è esplosa sull'ultima bozza del decreto che sembrava allargare le maglie della sanatoria fiscale e contributiva: possibilità di sanare anche l'Iva, scudo fiscale per i capitali all'estero e il colpo di spugna su una serie di reati tributari

Si tinge di giallo il via libera del governo alla pace fiscale. Il vicepremier Luigi Di Maio ha rivelato che il decreto fiscale sarebbe stato inviato al presidente della Repubblica con un testo diverso da quello varato dal Consiglio dei ministri lunedì sera. «Non so se è stata una manina politica o una manina tecnica, ma non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato» ha detto Di Maio durante la registrazione di “Porta a Porta”. Una dichiarazione che ha rischiato di mettere in crisi le relazioni interne alla maggioranza. «Noi siamo gente seria e non sappiamo niente di decreti truccati» ha detto il vicepremier leghista Matteo Salvini. Ma subito dopo dal Quirinale è arrivata la smentita: «Il testo del decreto in materia fiscale non è ancora pervenuto». Anche Palazzo Chigi fa sapere di aver bloccato l’invio e annuncia che il premier rivedrà il testo «articolo per articolo».

L’ARTICOLO “INCRIMINATO”. È l’articolo 9, quello che apre la porta al condono tombale e che si intitola “Disposizioni in materia di dichiarazione integrativa speciale”, a far saltare i nervi a Di Maio. «All’articolo 9 del decreto fiscale – spiega il vicepremier Cinquestelle – c’è una parte che non avevamo concordato nel Consiglio dei ministri. Noi in Parlamento non lo votiamo questo testo se arriva così. Non ho mai detto che si volevano aiutare i capitali mafiosi. Nel testo che è stato trasmesso al Quirinale c’è una sorta di scudo fiscale e una non punibilità per chi evade. Non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato». Nel testo la dichiarazione integrativa speciale allarga all’Iva lo spettro delle imposte sanabili e aggiunge l’imposta sui capitali all’estero. Compaiono inoltre i reati di cui è esclusa la punibilità per chi aderisce all’integrativa. Si tratta dei reati fiscali di cui agli articoli 2,3,4, 10-bis e 10 ter del noto testo legislativo n.74 del 2000. Ovvero: dichiarazione fraudolenta, dichiarazione infedele, dichiarazione con artifici, omessa dichiarazione e omessa dichiarazione Iva. Inoltre è “esclusa la punibilità” per chi aderisce all’integrativa dei reati di cui agli articoli 648-bis e 648 ter del codice penale. Si tratta dei noti reati di riciclaggio e autoriciclaggio.

L’ITER DEL DECRETO. Ma facciamo un passo indietro. Il testo che è stato approvato lunedì sera dal Consiglio dei Ministri non è quello definitivo che arriva al presidente della Repubblica per la firma. Per una cattiva abitudine ormai diventata consuetudine, è raro che il Consiglio dei ministri approvi il vero e proprio decreto legge. Molto più spesso accade che vengano approvate una serie di linee guida politiche più o meno precise. Saranno poi i tecnici nelle ore successive a confezionare il testo del decreto. Nel caso di decreti particolarmente complessi, come è il decreto fiscale, possono passare anche diversi giorni tra l’approvazione e la sua scrittura. Soltanto quando la scrittura viene terminata, il decreto passa per un controllo finale alla Ragioneria generale dello Stato e al Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi. A questo punto il testo torna all’ufficio del presidente del Consiglio, che lo invia al presidente della Repubblica per la firma. Dunque, il decreto fiscale che è stato approvato lunedì dal Cdm è ancora in mano ai tecnici che lo stanno ultimando. Il Quirinale ha quindi confermato una cosa che sapevano già tutti gli addetti ai lavori: e cioè che il decreto fiscale non era ancora arrivato alla fase in cui viene ultimato e spedito al presidente della Repubblica. Quindi, quello che non è piaciuto a Di Maio non è il documento definitivo, ma solo una delle diverse bozze circolate in questi giorni.

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