Italia

Test di medicina, abolire il numero chiuso metterebbe in crisi l’Università

Atenei preoccupati per gli effetti dirompenti che avrebbe comportato il provvedimento in termini di risorse e personale. Ma il ministro Bussetti tranquillizza: «La selezione, per ora, resta»

Se ne era parlato prima del contratto di governo tra Lega e M5s, poi l’abolizione dei test del numero chiuso nei corsi di laurea in Medicina è apparsa nel comunicato stampa che annunciava la manovra economica. Ora il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha ufficialmente smentito tutto. «Il test medicina resta, per ora. Si andrà per gradi, già dal prossimo anno accademico ci saranno nuove modalità di accesso e anche il numero dei posti disponibili. Ma non prevediamo di calare nessuna scelta dall’alto, ne parleremo con le università che devono essere nostre alleate in questo percorso». La presidenza del Consiglio dei ministri ha poi confermato che l’abolizione del numero chiuso è un «obiettivo di medio termine». La proposta di eliminare il numero chiuso, che riemerge ciclicamente, sarebbe dovuta alla necessità di sopperire al ridotto numero di medici che saranno disponibili per i prossimi anni.

AUMENTO GRADUALE DEI POSTI DISPONIBILI. L’handicap della misura si rileva su almeno due fronti: la sostenibilità didattico-infrastrutturale di un sistema ad accesso libero e l’aumento della disoccupazione che ne potrebbe scaturire. Basti pensare che quest’anno si sono candidate ai corsi di laurea in Medicina oltre 67 mila persone e ne sono state ammesse soltanto 10 mila. Senza il numero chiuso è facile immaginare che i candidati sarebbero tanti di più. Anche se negli anni il totale di “aperture” è cresciuto di pari passo con le iscrizioni, se si considera che fino al 2008 ci si fermava a 7.547 posti su scala nazionale a fronte di oltre 40 mila domande. Il ministro Bussetti ha già annunciato che ci sarà un aumento dei posti disponibili, ma «si andrà per gradi». Senza la preselezione, 67 mila studenti e oltre sarebbero entrati in blocco negli atenei italiani nel caos più totale. Le università avrebbero dovuto attrezzarsi in fretta per fare lezione a decine di migliaia di studenti in più rispetto a quelli che vengono accolti oggi, avendo quindi bisogno di molte più risorse, molto più personale e probabilmente anche molto tempo per adattarsi a questo cambiamento. Per il momento non risulta che il governo abbia studiato queste conseguenze, né abbia preparato provvedimenti con cui affrontarle.

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EFETTO DOMINO SULL’OCCUPAZIONE. L’addio al numero chiuso, secondo le intenzioni della misura, servirebbe a formare i medici «che servono» al nostro sistema. Oltre ai posti vacanti oggi, i sindacati di settore stimano un vuoto di 45mila figure per effetto dei pensionamenti nell’arco dei prossimi cinque anni. In molti però hanno già fatto notare che il collo di bottiglia nell’accesso alla professione si crea dopo, non prima della laurea. L’esiguo numero di medici disponibili non è affatto determinato dal numero chiuso ai corsi di laurea, bensì dal ridotto numero di borse di studio che vengono bandite dalle scuole di specializzazione da cui i laureati in medicina devono necessariamente passare prima di avere accesso ai concorsi pubblici. Nel 2018, per esempio, sono state bandite in tutto 7 mila borse di studio dalle scuole di specializzazione, mille in meno del numero di medici andati in pensione e tremila in meno dei diecimila laureati in medicina. Agli altri non resta che aspettare, rinunciare o andare all’estero.

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