Cultura

Es Devlin, il concerto rock come una tragedia greca

Dietro agli show kolossal di U2, Adele, Lady Gaga, Beyoncé, Rolling Stones e di tanti altri divi del pop c’è la mano dell’archistar inglese. È lei che ha inventato l’avatar di Bono

Come dovrebbe cominciare un concerto? È la domanda che l’archistar Es Devlin si è posta molte volte da quando verso la metà degli anni 2000 ha cominciato a lavorare per alcuni grandi artisti della musica pop. Devlin, che è cresciuta nel Kent ed è un’acclamata set designer, ha legato il suo nome alla creazione di abbaglianti e fantastiche macchine per il teatro e l’opera: “Don Giovanni” a Barcellona, la “Carmen” a Bregenz, “Elegy for Young Lovers” al Teatro di Vienna e “Miracle Marathon” della Serpentin Gallery di Londra. Per la moda ha disegnato la passerella per lo show di Louis Vuitton, e nello sport ha collaborato ai lavori per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Ma, soprattutto, ha ideato scenografie-opere d’arte per megashow rock. Sofisticate cattedrali visionarie, abitate da personaggi e da sonorità, dove si visualizzano testi e musiche. Alcuni esempi? Un’alta montagna su cui canta Jay-Z; un’enorme lingua-scivolo dalla quale esce Miley Cyrus; una specie di buco che ospita la band di Kanye West, mentre lo stesso rapper resta da solo sul palco; un monolite alto sette piani su cui si proiettano passaggi di una performance in livestream di Beyoncé; un imponente altare circolare dove si dilatano – virati in bianco e nero – i gesti di Adele; un caleidoscopio psichedelico che avvolge il corpo di Lady Gaga; una foresta interrotta da enormi videowall che accoglie la performance dei Rolling Stones; le tre torri luminose che sembrano schiacciare i Muse nel “Resistence tour”; la lunga pedana sovrastata da due schermi invasi da immagini e percorsa dagli U2.

«Quando un artista mi contatta, per prima cosa voglio parlare con lui – spiega, parlando del suo metodo di lavoro – Durante la conversazione spesso viene fuori il progetto dello spettacolo». Ad esempio, prima dell’“Innocence + Experience tour” del 2015, gli U2 avevano rilasciato l’album “Songs of Innocence

Innocence + Experience tour
Innocence + Experience tour

” regalandolo a milioni di account di iTunes. Non tutti avevano apprezzato il gesto. In questo caso, continua la quarantasettenne archistar inglese, «la medicina giusta sentivo che fosse un atteggiamento sobrio: Bono che passeggia tra il pubblico, illuminato da luci che sembravano quelle di casa». Nasce così quello che gli U2 chiamano “The Barricage”, ovvero la passerella che collega i due palchi, sovrastata da un doppio megaschermo: un muro di led di 31 metri di lunghezza per 8 di altezza. Doppio perché lo si possa vedere da entrambi i lati delle tribune. Doppio perché nel mezzo di questa gabbia gigantesca c’è un ulteriore spazio scenico affinché i quattro musicisti irlandesi possano entrare loro stessi per far parte del mondo proiettato sul megaschermo e interagire con le immagini.

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Concetto ripreso nel sequel di quest’anno, l’“eXPERIENCE+iNNOCENCE Tour 2018”. «Come il tour del 2015, il nuovo tour si basa sulla storia del vuoto lasciato dalla morte della madre di Bono quando lui era ancora giovane e la successiva formazione dei quattro componenti del gruppo, influenzata dai profondi problemi politici e dalla violenza militare dell’Irlanda degli anni ’80» spiega Es Devlin. «Mentre gran parte di “Song of Innocence” è stato scritto come per rivivere e rivisitare con vividi dettagli il territorio di Dublino negli anni Ottanta – come per far rivivere i personaggi in prima persona – molto del materiale di “Song of Experience” utilizza una posizione narrativa più ampia, quasi come se il narratore stesse scrivendo da oltre la vita».

eXPERIENCE+iNNOCENCE Tour 2018
eXPERIENCE+iNNOCENCE Tour 2018

Rispetto al precedente show, è stato perfezionato il supporto tecnologico, in particolare lo schermo, che è quello già sperimentato nello “Joshua Tree tour”, «con la risoluzione migliorata quasi dieci volte rispetto allo schermo che abbiamo usato solo tre anni fa. È anche il 40% più trasparente». Ed è sempre Es Devlin che ha trasformato Bono in un avatar con l’invenzione dell’app per la realtà aumentata. Puntando lo smartphone verso il palco durante il brano iniziale, si vede un enorme iceberg che si scioglie gradualmente inondando il Palasport. L’immagine poi si divide e cambia per rivelare Bono, rappresentato da un grande avatar in realtà aumentata, che si profila magicamente sopra il pubblico e ripete i movimenti del cantante mentre canta la prima canzone, “Love Is All We Have Left”. Secondo Es Devlin, l’inondazione che c’è prima del concerto «anticipa il cataclisma dello tsunami» che avviene a metà concerto.

Per i concerti di Adele, che aveva tenuto i fan in attesa per cinque anni prima del suo ritorno, Devlin aveva invece deciso di proiettare un’immagine di occhi chiusi della cantante su uno schermo gigante per le due o più ore che occorrono per riempire un’arena. «Nel momento in cui sente la prima parola, “Ciao”, gli occhi si aprono».

concerti di Adele
Concerti di Adele

Es Devlin modella le sue complesse macchine neo-barocche nella sua factory londinese – un’ex fabbrica di vernici – insieme con un piccolo team di collaboratori. La sfida è quella di coniugare le impressioni dei suoi compagni di strada con una forte identità autoriale, ricca di rimandi letterari (Shakespeare) e storico-artistici (Nauman e Turrel, Wilson e Bausch, Viola e Kusama, Whitread e Hirst, Emin e Diller Scofidio). E un’idea fissa: la tragedia greca come modello per ideare le sue scenografie-opere d’arte per i megaconcerti rock. Devlin si propone di recuperare il potere collettivo delle tragedie classiche, esperienze fondate sulla partecipazione attiva del pubblico, che è portato a immedesimarsi con l’andamento drammaturgico. Per realizzare performance immersive, che ricercano l’empatia. Come la tragedia greca, infatti, anche la musica rock inserisce nel messaggio il contesto dell’esecuzione, l’interazione con la folla. E detta le regole del comportamento collettivo. I mille trucchi per interpellare il pubblico e farlo reagire, le richieste di risposte, il cosiddetto “feedback”, il coro collettivo, il battito delle mani, l’urlo all’apice del ritornello corrispondono a elementi portanti della tragedia antica, che si basa su una serie di episodi recitati e di cori, preceduti da un prologo e da un canto d’entrata e conclusi da un canto d’uscita: recitazione, musica e danza si trovano a convivere all’interno di un’unica cornice. La medesima convergenza si determina nei concerti-kolossal di Devlin, nei quali musica, architettura, cinema, performance e happening si combinano in una dimensione avvolgente, sinestetica. Dionisiaca. Come negli spettacoli dell’antica Grecia. Alla fine, i concerti rock diventano così reinterpretazioni d’impronta postmodernista degli spettacoli di Eschilo, Sofocle e Euripide.

The Poem Pavilion - Expo 2020
The Poem Pavilion – Expo 2020

Ad ispirare il suo ultimo progetto, “The Poem Pavilion”, è invece lo scienziato Stephen Hawking. Riguarda il Padiglione del Regno Unito per l’Expo 2020 che si terrà a Dubai e consiste in un’imponente struttura alta venti metri, caratterizzata da una facciata luminosa composta da led, che mostra messaggi generati dall’IA (Intelligenza Artificiale), a cui i visitatori dell’Expo potranno contribuire. «L’idea si basa direttamente su uno dei progetti finali di Stephen Hawking, “Breakthrough Message”. Una competizione globale che Hawking e i suoi colleghi hanno concepito nel 2015 invitando le persone di tutto il mondo a considerare quale messaggio avremmo dovuto inviare dal nostro Pianeta nel caso in cui avessimo incontrato altre civiltà avanzate nello spazio».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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