Cultura

“Blood on the Tracks”, il capolavoro di Bob Dylan diventerà un film

L’annuncio del regista Luca Guadagnino: uno dei dischi più importanti del cantautore Premio Nobel potrebbe presto diventare il primo album della storia a ricevere una trasposizione cinematografica. La tormentata nascita di un bestseller documentata in una nuova pubblicazione

Il 16 settembre 1974, Bob Dylan entrò negli studi di registrazione A&R di New York per iniziare a lavorare al suo quindicesimo album in studio. Aveva 33 anni, il suo matrimonio era in frantumi e, nonostante fosse di ritorno da un tour, la sua reputazione si basava esclusivamente sulle canzoni epocali che aveva prodotto un decennio prima. Dopo aver definito gli anni Sessanta, Dylan era diventato una figura sempre più emarginata in seguito al suo buen ritiro nelle campagne di Woodstock alla fine del decennio. La normalità domestica che aveva trovato aveva influenzato una serie di album di basso profilo, creativamente sfocati, che si estendevano dal “Nashville Skyline” del 1969 fino al “Planet Waves” del 1974. La realizzazione di “Blood on the Tracks”, uno dei suoi album capolavoro, avrebbe segnato una svolta, riportando Dylan al suo ruolo guida di profeta del rock.

LA GESTAZIONE TORMENTATA. La realizzazione di “Blood on the Tracks” è un racconto intricato come altri capitoli della lunga carriera discografica di Dylan. Una versione dell’album venne completata in quattro giorni nello studio di New York, il flusso creativo impaziente di Dylan mandò in confusione la band frettolosamente assemblata e reclutata per arricchire le sue canzoni oscuramente riflessive. Il chitarrista Eric Weissberg ricorda: «Ebbi la netta sensazione che Bob non si concentrasse, che non fosse interessato alle registrazioni perfette. Aveva bevuto molto vino, era un po’ sciatto, ma ha insistito per andare avanti, passare alla canzone successiva senza correggere errori evidenti. Per la sessione del secondo giorno, è stato mantenuto solo uno dei sei musicisti, mentre vennero arruolati altri due».
L’album finito era previsto per la fine di dicembre. Fu stampata una copertina, definita la campagna pubblicitaria e le stampe di prova vennero inviate a stazioni radio selezionate. Un insoddisfatto Dylan trascorse il Natale con suo fratello, David Zimmerman, il suo più stretto confidente. Ascoltando le registrazioni, David gli disse che commercialmente il disco sarebbe stato un flop perché le canzoni erano troppo spoglie per attirare un pubblico di massa. Sbalordito, Dylan bloccò il suo trionfale ritorno, insistendo che la pubblicazione dell’album fosse rimandata.
Cinque delle dieci canzoni furono ri-registrate nello studio Sound 80 di Minneapolis nell’arco di due giorni nella settimana successiva a Natale con un gruppo raccogliticcio di musicisti locali. L’album rielaborato fu pubblicato il 20 gennaio 1975. E, nonostante le circostanze disordinate e irte con le quali era stato partorito, si rivelò un capolavoro. “Blood On The Tracks” raggiunse il primo posto della classifica Billboard 200, fu certificato disco di platino, e nel 2015 è stato inserito nella Grammy Hall of Fame.

La sua gestazione è tracciata in dettagli rivelatori in “More Blood, More Tracks: The Bootleg Series Vol 14”, un cofanetto deluxe da sei cd, in cui le dieci canzoni originali sono accompagnate da ogni singolo outtake nell’ordine cronologico delle sessioni di registrazione del 1974. Un fac-simile di uno dei famosi taccuini rossi aggiunge il fascino della costosa edizione deluxe, mentre il fan meno ossessivo di Dylan può accontentarsi di una versione ridotta su versione cd singolo e doppio vinile.
L’album, confezionato in modo elaborato, arriva sulla scia del recente annuncio del regista palermitano Luca Guadagnino che darà un seguito al successo mainstream di “Call Me By Your Name” con un adattamento di “Blood on the Tracks”, spiegando che sarà un «una storia pluriennale ambientata negli anni Settanta, che riprende i temi centrali dell’album». Quattro decenni dopo la sua uscita, l’album di Dylan continua a lasciare il segno, diventando il primo disco della storia a ricevere una trasposizione cinematografica. Un altro record per il cantautore Premio Nobel per la letteratura.

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CECHOV E UN MATRIMONIO FINITO. Come per molti devoti di Dylan, “Blood on the Tracks” è stato parte della colonna sonora della mia vita sin dalla sua uscita, una costante presenza accanto ad album classici come “Astral Weeks” di Van Morrison, “What’s Going On” di Marvin Gaye e il precedente capolavoro di Dylan, “Blonde on Blonde”, del 1966. Verso la metà degli anni Novanta, ho scoperto un cd intitolato “Blood on the Tracks: The New York Sessions”, un bootleg non ufficiale emerso poco dopo l’uscita dell’album. Comprende le prime registrazioni spartane di canzoni tra cui “If You See Her, Say Hello” e “Idiot Wind”. Col tempo, sono arrivato ad amarle ancor più delle versioni ufficiali, non ultimo perché, nel loro stato grezzo e ancora incompiuto, suonano ancora più intime e rivelatorie.
Un esempio calzante è l’acuta e acustica lettura di “Idiot Wind”, la sua canzone più malinconica dai tempi di “Positively 4th Street”, che suona ancora più intensa della versione più elaborata del 1975. Il contrasto tra le due rivela la frenetica creatività di Dylan in quel momento. Ora il deluxe “More Blood, More Tracks” contiene non meno di nove versioni della canzone: una manna dal cielo per i collezionisti di Dylan. Una ulteriore prova del suo approccio spesso frenetico alla registrazione e alla riscrittura, catturandolo in un momento cruciale nel suo viaggio creativo. Linee, rime e persino melodie cambiano mentre Dylan cerca la forma e il significato centrale di ogni canzone. «È come se fossi nella stanza …», scrive il produttore Steve Berkowitz sulla rivista Uncut. «È la storia vivente».
La ricchezza di materiale aggiuntivo confermerà quasi certamente la visione critica che “Blood on the Tracks” è uno dei più grandi e dolorosi album di rottura di tutti i tempi, a sua volta risposta amara e supplichevole alla disintegrazione del suo matrimonio con la moglie Sara Lownds, ex modella immortalata fra le rime di “Sad-Eyed Lady Of The Lowlands”. Dylan ha costantemente confutato questa interpretazione e, in “Chronicles”, il primo e finora unico volume delle sue memorie, afferma che si trattava «di un intero album ispirato ai racconti di Anton Čechov. I critici hanno pensato che fosse autobiografico». Eppure è stato lo stesso figlio Jacob a rivelare di riconoscere nei testi interi dialoghi dei suoi genitori. Questa tesi ha sempre affascinato fan e critica, anticipando Guadagnino e trovando eco in sala già una decina di anni fa. In uno degli episodi di “Io non sono qui” (2007) di Todd Haynes, magnifico ritratto biografico dei mille volti dell’artista del Minnesota (interpretato per l’occasione da sei attori diversi), il dramma d’amore tra Bob e Sara rivive, infatti, nei piccoli gesti e negli sguardi profondi del compianto Heath Ledger e della splendida Charlotte Gainsbourg.
L’album potrebbe essere cechoviano nel cast di personaggi e nei molteplici punti di vista, ma c’è una profonda vena di sofferta e amara riflessione che attraversa canzoni come “If You See Her, Say Hello” e “You’re a Big Girl Now” che suggeriscono un uomo che si rende conto di ciò che ha perso ed è abbastanza consapevole di riconoscere il suo ruolo distruttivo nel matrimonio: la solitaria Sara avrebbe chiesto il divorzio subito dopo, stanca dei tradimenti sempre più sfacciati del marito.
La forza di “Idiot Wind”, in particolare nella sua versione acustica, brutalmente dura, sussulta ancora. A volte paranoico, derisorio e vendicativo, è un oscuro capolavoro di intento velenoso. Una grande parte del suo crudo potere riposa nel disagio stesso che l’ascoltatore sente mentre il tono diventa sempre più amaro. «Stupido vento che soffia / ogni volta che muovi la bocca», canta. «Sei una sciocca, ragazza / È un miracolo / che tu sappia ancora come respirare».
“Blood on the Tracks” potrebbe essere il titolo più appropriato di tutti i grandi album di Dylan. La sua concezione frettolosa e frastagliata, ora interamente documentata per la prima volta, testimonia l’insistenza di William Butler Yeats sul fatto che l’essenza dello sforzo dell’artista vero si possa riassumere meglio con le parole: «Correggendo le mie opere, correggo me stesso».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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