Economia

La manovra del cambiamento, tra mito e realtà

Lega e M5s annunciano politiche espansive puntate sugli investimenti. Ma dall’analisi dei numeri emerge una situazione ben diversa, in linea di continuità con i precedenti governi

La manovra finanziaria del governo Conte è approdata alla Camera dove dalla prossima settimana si avvierà il previsto iter parlamentare che si preannuncia tutt’altro che tranquillo. Si tratta di 37 miliardi di cui 21,8 recuperati attingendo al deficit che andrà in pari misura a sommarsi all’ingente debito pubblico italiano. A chi fa notare la pericolosità di una ulteriore lievitazione del debito, il governo risponde compatto: «Basta con l’austerity imposta dai burocrati di Bruxelles, noi andiamo avanti». La narrativa su cui trae forza l’attuale governo è notoriamente quella di una Europa Matrigna che con i suoi rigidi diktat non consente alla nostra nazione quei margini di manovra necessari alla crescita economica e dunque al benessere dei cittadini. Ed è proprio questa, in sintesi, la realtà percepita dalla maggioranza degli Italiani, causa del diffuso, palpabile e crescente malumore nei confronti della moneta unica e dell’unione monetaria in generale. Con le riflessioni che seguiranno, cercheremo di analizzare i freddi numeri dei dati in nostro possesso nel tentativo di comprendere quanto il percepito trovi effettivo riscontro nella realtà dei fatti, a cominciare dal gettonatissimo argomento della crescita economica.

IL GAP DEL PRODOTTO INTERNO LORDO. Il grafico in basso rappresenta con chiara e allarmante evidenza il marcato divario dell’andamento del nostro prodotto interno lordo con quello di alcuni Paesi europei. Ciò che in particolare balza agli occhi non è tanto il gap con Francia e Germania, quanto quello con Spagna e Portogallo che, pur condividendo con noi il “fardello euro” ed essendosi trovati entrambi in difficoltà simili alle nostre, negli ultimi anni segnalano una ritrovata forza economica sensibilmente più robusta della nostra.

In tanti oggi ascriverebbero tale disastroso risultato alla trita e ritrita austerità imposta all’Italia dall’Europa Matrigna. Tesi che non sembra però trovare conferma nel trend di costante incremento della spesa pubblica cresciuta nell’ultimo decennio, al netto degli interessi sul debito, da 603 a 708 miliardi.
Da notare che il gap di 105 miliardi (708-603) segnalato si riduce a 93 se si considera la spesa pubblica complessiva (al lordo degli interessi). Ciò grazie ai massicci acquisti (quantitative easing) di titoli italiani effettuati dalla Banca Centrale Europea che ha determinato un notevole risparmio sugli interessi pur in presenza di un incremento del debito, salito dal 100 al 130%.

Spesa pubblica netto interessi

Dai numeri, dunque, non sembrerebbe una ridotta spesa (l’austerity) la causa della stagnazione della nostra economia. Gli stessi numeri indicano, piuttosto, una evidente cattiva qualità nella spesa medesima che proveremo, qui di seguito, a dimostrare.

SCARSI INVESTIMENTI. La spesa pubblica si divide in due grandi categorie. Quella corrente con cui si pagano stipendi, pensioni e forniture, necessaria ma ovviamente improduttiva di ricchezza futura. Quest’ultima, invece, viene creata per effetto della spesa in conto capitale. Stiamo parlando di investimenti: costruzione e manutenzione di ponti, strade, bonifiche del territorio, cioè di interventi alle infrastrutture. Argomento di cui ci siamo poco o per nulla occupati negli ultimi anni come testimoniano, peraltro, le gravi tragedie a cui abbiamo di recente assistito.

Spesa totale e investimenti

È così che funziona l’economia di uno Stato: se allarghi i cordoni della spesa (e aumenti il deficit) produci dei risultati migliorativi o peggiorativi a seconda della qualità della spesa e non della sua semplice quantità. Ma adesso, si dirà, è finalmente giunto il governo del cambiamento che spingerà il Pil all’1,5% già nel 2019, adottando le necessarie politiche espansive che dovrebbero declinarsi (secondo quanto sopra argomentato) in azioni mirate più agli investimenti e meno alle spese correnti, soprattutto a quelle superflue.

CAMBIAMENTO SOLO A PAROLE. Ma sono ancora i freddi numeri, stavolta proprio quelli contenuti nella manovra, a segnalarci che del tanto annunciato cambiamento non si scorge neanche l’ombra. Infatti, il previsto pacchetto di misure taglia gli investimenti quattro volte più della spesa corrente (1,6 miliardi contro 440 milioni). In soldoni, si persevera e, addirittura, si rilancia nella direzione dei precedenti governi: maggiore spesa e meno investimenti. Più in dettaglio, dal rapporto tra il deficit aggiuntivo cumulato e l’aumento totale del Pil atteso nel triennio (1,4 e 4) si ricava un moltiplicatore pari a 0,35, vale a dire 35 centesimi ogni euro speso che ritornano in termini di crescita. Quella crescita che, non si sa come, dovrebbe esplodere nei prossimi mesi verso l’obiettivo dichiarato dell’1,5%. Il vero problema di questa manovra, dunque, non sta nei tanto dibattuti decimali del deficit, bensì nella totale incongruenza tra i velleitari obiettivi e le misure adottate. In definitiva, se i governi precedenti (chi più, chi meno) hanno fatto male, quello attuale promette di far peggio. Inoltre, la manovra non tiene conto di una circostanza di dirimente importanza: la diffusa inefficienza del sistema Italia (fisco, burocrazia, giustizia, ecc.) che nei fatti ostacola gli attesi moltiplicatori che gli investimenti dovrebbero teoricamente produrre. Bisogna infatti considerare che non basta immettere più liquidità nel sistema per farlo meglio funzionare. La spesa pubblica è paragonabile al carburante per un automobile: necessario ma non sufficiente.

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I DUBBI DEGLI INVESTITORI E DELL’UE. Quanto è credibile, per esempio, che il reddito di cittadinanza possa correttamente produrre gli effetti sperati in un Paese dove è stato accertato che il 60% degli Idee è falso, dove i centri per l’impiego versano in condizioni pietose e la richiesta di posti di lavoro è diffusamente scarsa e, talvolta, inesistente? Sono semplicemente queste, e altre ancora, le considerazioni di carattere oggettivo che spingono gli investitori a chiederci un premio più alto (spread) e a far storcere il naso alla commissione europea unitamente a tutte le più grandi istituzioni in Italia e nel mondo. In conclusione, con le analisi sin qui esposte non vogliamo di certo sminuire l’importanza delle grandi questioni internazionali che riguardano le pericolose concentrazioni di potere economico/finanziario che hanno fatto seguito al liberismo sfrenato e senza regole degli ultimi decenni. Ne vogliamo negare la necessità di una profonda rivisitazione dei trattati europei, ormai inadeguati e causa di insopportabili iniquità tra gli stati membri. Ma non è con il perseverare di una propaganda mistificatrice permanente, intrisa di generalizzato odio e rancore, che potremo ambire ad un futuro migliore. Quella propaganda con cui, tra l’altro, si esaltano artatamente gli effetti collaterali dell’appartenenza all’unione Europea senza considerare gli straordinari benefici conseguiti sia sul piano economico che su quello sociale.

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Giuseppe Cannizzaro

Laureato in economia aziendale, svolge l’attività di Consulente Finanziario dal 1984, per professione e per passione. Ha ricoperto l'incarico di esperto a titolo gratuito per le problematiche finanziarie presso il Comune di Messina dal 2014 al 2018, è C.T.U. presso il Tribunale di Messina, C.T.P. (consulente tecnico di parte) nell'ambito di contenziosi bancari. Ritiene fondamentale la collaborazione con professionisti di altri settori al fine di fornire alle famiglie servizi polispecialistici, integrati e sinergici di consulenza patrimoniale globalmente intesa. È esperto in contratti derivati che ritiene una pericolosa minaccia (sottostimata) per la tenuta del sistema economico/sociale mondiale.

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