Italia

Le grandi opere che dividono: chi le vuole e chi no

Dalla Tav al ponte sullo Stretto di Messina tutto è stato rimesso in discussione. Il governo ritiene necessaria un'analisi costi-benefici ma trovare un accordo tra Lega e M5s sembra sempre più complicato

Non solo Tav. Le grandi opere sono uno dei temi centrali dell’agenda politica ma anche dell’opinione pubblica come ha dimostrato il successo della manifestazione “Sì Tav” capace di radunare a Torino più di 30 mila persone. Un tema che però divide le forze di governo. In attesa dell’analisi costi-benefici per la linea ad alta velocità Torino-Lione, le distanze tra Lega e M5s si allungano sempre di più sulle infrastrutture. Mose, Pedemontana, Terzo valico fanno rima con crescita, lavoro e innovazione. Se ne discute da anni tra piccoli passi avanti ed enormi balzi all’indietro. Come quello proposto dal ministro alle Infrastrutture, Danilo Toninelli, di sottoporre le opere “sospese” a una revisione complessiva che «contempli anche l’abbandono del progetto».

LE GRANDI OPERE CHE DIVIDONO. Oltre alla Tav, sono tante le grandi opere che da Nord a Sud della penisola che aspettano di essere realizzate o completate. Partendo dal Settentrione, ormai da anni, si parla dell’autostrada Pedemontana tra Veneto e Lombardia fiore all’occhiello dei governatori leghisti Zaia e Fontana che ne fanno un vanto, una missione e un grande investimento sia in termini di indotto sia in termini di lavoro. Per il Movimento 5 stelle si tratta di un investimento non contemplato nell’accordo di Governo, visto che la parola “Pedemontana” non compare nemmeno nel capitolo 27, quello, appunto, dedicato alle infrastrutture. Anche sul Mose, la grande diga galleggiante che dovrebbe salvare Venezia dalle inondazioni, le posizioni sono divergenti. I costi sono superiori ai benefici per i cinquestelle che si scontrano con la posizione leghista di terminare un’opera già iniziata. Spostandosi verso Nord Ovest, il “no” del M5s è anche per il cosiddetto Terzo valico ferroviario tra Milano e Genova, opera d’importanza strategica per uomini e merci. E anche in questo caso mentre la Lega cerca di spingere per l’accelerazione, il Movimento 5 stelle rema nella direzione opposta e la stessa dinamica si ripete anche per la cosiddetta Gronda di Genova, la rete autostradale che, dal capoluogo ligure, dovrebbe rivoluzionare la viabilità nel Nord Italia. E poi, andando verso Sud, messe in discussione sono anche l’alta velocità tra Napoli e Bari, la dorsale adriatica tra Bari e Pescara e il ponte sullo Stretto di Messina. Secondo il M5s l’unico motivo per cui i governi che si sono succeduti a Roma hanno voluto approvare il progetto di costruzione del Ponte che unisce la Sicilia al resto della penisola è per favorire le mafie del Meridione. La posizione ufficiale della Lega, invece, è quella di ritenere l’opera “strategica”, ma da inserire in una più ampia revisione delle infrastrutture dell’Isola mantenendo la trasparenza dei conti.

IL NODO TAV. Dalla Tav al ponte sullo Stretto di Messina tutto è, dunque, in discussione. Il ministro alle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha incontrato la sua omologa francese Elisabeth Borne per rivedere il progetto della linea Tav Torino-Lione, come recita il contratto di governo. La Francia ha accordato all’Italia del tempo in più per completare l’analisi costi-benefici sulla realizzazione dell’alta velocità Torino-Lione e anche il congelamento dei bandi di Telt per il tunnel di base, ma ha ricordato che oltralpe la decisione è stata presa ed è quella di andare avanti con la Tav nel rispetto degli accordi. Inoltre Borne, concedendo del tempo in più, ha sottolineato la necessità di non perdere i 75 milioni di finanziamenti Ue. Sembrerebbe difficile dunque far cambiare idea alla Francia e bloccare l’opera. Opera che anche tanti cittadini italiani vogliono che si realizzi come ha dimostrato il successo della manifestazione “Sì Tav” di Torino. Il Piemonte produttivo è sceso in piazza per spiegare che da un punto di vista economico e imprenditoriale la costruzione della linea ad alta velocità destinata a unire Torino a Lione è una grande opportunità. «La borghesia ha rialzato la testa», ha tuonato Beppe Grillo dalle pagine del Fatto Quotidiano ribadendo il “no” del Movimento alla Tav. Mentre il vicepremier leghista, Matteo Salvini, che deve fare i conti con la sua di base, fatta per lo più di lavoratori e imprenditori del Nord, ha sottolineato di voler rispettare gli accordi di governo ma ha anche ribadito: «Sulla Tav non si può tornare indietro, non ha senso lasciare le cose a metà».

LA POSIZIONE DELLA LEGA. «Vedremo quando arriva la relazione tecnica sui costi-benefici – continua Salvini – e a quel punto si deciderà. Bisogna fare le cose per bene, senza forzature e con cognizione di causa. Anche se penso che alla fine si farà, in linea di principio sono per finire un lavoro che si è incominciato». Ma precisa: «Io faccio gioco di squadra ed è inutile che vogliate mettermi contro Di Maio. Il tandem funziona». Però, ognuno ha le sue idee, e quelle di Salvini sono irriducibili a qualsiasi cedimento da decrescita felice. «Penso semplicemente – incalza il leader della Lega – una cosa: l’Italia purtroppo è famosa perché comincia, quando le comincia, le opere pubbliche e poi le lascia a metà, non le finisce mai. Questo non va bene affatto. Sulle grandi opere non si torna indietro». E non perché le vuole il Nord, perché Zaia insiste sulla Pedemontana osteggiata da Di Maio, ma per creare un’Italia competitiva e orgogliosa di giocarsela alla pari con i partner europei sulla velocità nel movimento di persone e di merci. Perciò, dice Salvini: «Vanno portate a termine tutte le grandi opere cominciate. Vedo che gli amici 5 stelle vogliono fermare la Pedemontana, ma sarebbe un’assurdità. Il 4 dicembre aprono i primi dieci chilometri di questa infrastruttura cruciale. E dovremmo dire no grazie, smantelliamo tutto? La stessa cosa vale per il Mose di Venezia. Manca soltanto il 5 per cento per terminare l’opera e dovremmo smontare le dighe? Suvvia. E sul Tap, sull’Ilva, sul Terzo Valico, sul Brennero: occorre costruire e finire di costruire senza lasciare le cose per aria. Ne va della credibilità di un Paese, oltre che della vita pratica dei suoi cittadini. Non si può vivere dove è bloccato tutto».

IL NO DEL M5S. Con la stessa fermezza di Salvini, Di Maio ha ribadito l’intenzione di «sospendere i lavori» dell’alta velocità che sembra un bel modo per tenere calma la base e far digerire il boccone amaro del “sì” alla Tap. Perché lì, sul gasdotto Trans-Adriatico, il Movimento può far poco e gli abitanti di Melendugno, in provincia di Lecce, se ne dovranno fare una ragione. Il gasdotto permetterà all’Italia di diventare uno dei principali hub energetici del Vecchio Continente nonché la porta di ingresso del gas azerbaigiano nel mercato europeo. Sdoganarsi dalla dipendenza energetica dalla Russia è la priorità per tutto l’Occidente. Lo voleva Obama, lo sta cercando Trump e l’Italia è solo una tessera di un mosaico molto più grande di lei. E così anche il Cinquestelle hanno dovuto arrendersi: «Dopo aver letto i fascicoli abbiamo capito che il gasdotto va fatto». Quindi, accantonata l’ipotesi di fermare la Tap, hanno puntato tutto sulla Tav per mantenere un minimo di credibilità. A questo punto pare che anche una sospensione dei lavori in attesa di non meglio identificati risultati dello studio tra costi e benefici potrebbe essere un modo per calmare la base. Il braccio di ferro tra Lega e Movimento 5 Stelle sul tema infrastrutture, rischia, quindi, di bloccare una serie di cantieri che, seppure a rilento, procedevano in Italia.

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