Cultura

Leo Gullotta: «L’Italia oggi? Si respira aria molto pesante»

Impegnato nella tournée di “Pensaci, Giacomino!”, il popolare attore punta il dito contro il decadimento della politica: «Tutti vogliono farla ma soltanto per interesse personale». E a giovani dice: «Uscite di casa e siate curiosi»

«Ogni ficateddu di musca è sustanza». Si congeda con un proverbio siciliano, al termine di una piacevolissima chiacchierata, Salvatore Leopoldo Gullotta – per tutti Leo – raffinato ed eclettico interprete che, più di mezzo secolo fa, calcava per la prima volta la scena teatrale proprio nella Catania che gli ha dato i natali nel quartiere popolare del Fortino e nella quale oggi, al Teatro Verga, continua il fortunato sodalizio con Fabio Grossi, debuttando nei panni di Agostino Toti in “Pensaci, Giacomino!”, celebre commedia pirandelliana tratta dalla novella omonima pubblicata nel 1910, trasformata poi in versione teatrale in vernacolo su richiesta di Angelo Musco e infine tradotta in lingua. Ogni fegatello di mosca è sostanza. Ogni cosa, anche se piccola, ha la sua importanza e, quindi, basta. Una massima semplice, spontanea e immediata. Proprio come lui. Con Leo Gullotta – che non incontravamo dalla settantesima edizione dei Nastri d’Argento (due da interprete e due speciali) – è bello parlare di tutto; attore sensibile, persona curiosa, che con garbo ed eleganza non si tira indietro. Sorride e, con estrema affabilità, conversa circa l’attualità del testo interpretato, la politica attuale e la contingente situazione del Paese. Nato artisticamente in teatro, in tv con la ribalta del super nazionalpopolare varietà televisivo (da “Black Out” a “Biberon”, da “Crème Caramel” a “Bucce di banana” e altri) ha raccontato la politica e la società italiana di oltre due decenni. Come dimenticare la signora Leonida e le più celebri scene parodiche della compagnia del Bagaglino al fianco di Pippo Franco, Oreste Lionello e Fabrizio Maturani. E ancora, grande protagonista del cinema d’autore, tra i film di Nanni Loy (“Café Express”, “Testa o croce”, “Mi manda Picone”, “Scugnizzi”) e gli innumerevoli di Giuseppe Tornatore (“Il Camorrista”, “Nuovo Cinema Paradiso”, “L’uomo delle stelle”, “Baarìa”), e poi le collaborazioni con Maurizio Nichetti, Sergio Martino, Christian De Sica, Ricky Tognazzi, Alberto Bevilacqua e Renzo Martinelli. Ma è anche la voce italiana, tra gli altri, di Paulie Pennino (Burt Young) in “Rocky”, di Joe Pesci in “C’era una volta in America”, “Moonwalker” e in “Mio cugino Vincenzo”, di Roman Polański in “Una pura formalità” e, da ultimo, ha ereditato da Lionello quella di Woody Allen. Attento osservatore del mondo capace di passare dal comico al drammatico, al grottesco con estrema semplicità, Leo finisce per contagiare la passione che vive per il suo mestiere. In lui c’è una vena sottilmente ironica, pienamente consapevole del ruolo culturale – civile e sociale – di chi si trova a raccontare storie per mestiere, incarnando di volta in volta i piccoli e grandi “eroi” del quotidiano con ironia e dissacrazione ma senza mai perdere il proprio charme. Non stupisce proprio questo, la cordialità e la grande umanità. Leo Gullotta incarna l’aplomb dell’Attore, ancor prima che la disinvoltura di un grande interprete. Non già il divo, ma tutto lo spessore intellettuale di un lucido critico ed esegeta della propria epoca. Le sue idee sono chiare – non solo in merito al teatro e alla sua professione – e le partecipa senza mezzi termini. Nella spontaneità di una chiacchierata a tutto tondo si conferma un disilluso gigante idealista e consapevole che, da perfetto interprete pirandelliano, finisce per scontrarsi con un società liquida e troppo spesso ignara della realtà.

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Leo Gullotta debutta nei panni di Agostino Toti, professione insegnante, in “Pensaci, Giacomino!” di Pirandello. Tournée della nuova produzione che parte dal Teatro Verga di Catania in cui, oltre cinquant’anni fa, iniziava il suo percorso artistico proprio con il premio Nobel agrigentino. Un ritorno a casa, insomma
«Da parecchi anni ormai torno qui abitualmente come ospite. “Pensaci, Giacomino!” è un allestimento coprodotto e un titolo che in questo teatro non si riproponeva da 35 anni. Il regista Fabio Grossi ha avuto la fruttuosa intuizione – che ho subito sposato in pieno – di ridurre lo spettacolo a un’ora e venti di atto unico, pur non operando cesure al testo. Questa soluzione ingenera nel pubblico una successione e una suggestione emotiva ininterrotta. Poi il signor Pirandello, premio Nobel e grande conoscitore della drammaturgia e del teatro, con un testo assolutamente contemporaneo, già nel 1917, affrontava la condizione della donna, della scuola, dell’ignoranza, del potere clericale che si insinua un po’ ovunque. E soprattutto della condizione degli anziani, che a giudicare da quanto succede oggi come allora, sembrano portare avanti questo sciagurato Paese…».

Aggiunge così un altro ruolo alla carrellata di protagonisti che hanno costellato la sua carriera
«In passato celebri interpreti hanno consegnato alla tradizione del teatro prove indimenticate. Mi riferisco a Turi Ferro, a Salvo Randone, a Sergio Tofano. Hanno dato corpo e voce al professor Toti, ma come personificazione del concetto di vecchiaia. Noi, invece, con uno sguardo a tematiche d’attualità e al periodo storico, abbiamo voluto raccontare l’anzianità. Una stagione della vita che può anche essere piena di stimoli; si pensi a quanti aiutano i figli, i giovani, le società e cercano di reinventarsi. La proposta è stata accolta dal favore della platea che, in questo nostro debutto nazionale, è rimasta incantata e coinvolta. Il pubblico oggi sente l’esigenza di essere stimolato alla riflessione di cui è stato clandestinamente privato. E laddove ci sia un libro, un film, uno spettacolo teatrale che con onestà offre una storia, questa finisce inevitabilmente per coinvolgere. In troppi oggi si cimentano con clamorose riscritture. Per carità, si può portare in scena un testo modernizzandolo, ma riscriverlo addirittura la reputo una presunzione incomprensibile e inconcepibile».

Trascorso più di un secolo, tra l’altro, non è affatto venuta meno l’attualità. Il contesto e il sostrato sociale sembra essere pressoché immutato
«È una drammaturgia straordinaria, valida, che tuttavia abbiamo ambientato negli anni Cinquanta, in un’Italia speranzosa che usciva dalla Guerra e ormai prossima al boom economico. In questo frangente di rinascita del Paese, si sorrideva ma c’era anche un vasto tappeto di soluzioni umane da risolvere. Anche nell’ottica di una modernizzazione visiva, Grossi ha così pensato di innovare la mise-en-scène ispirandosi al periodo espressionista durante il quale l’autore insegnò in Germania. Ci sono i Giganti della società, onnipresenti, lo sguardo cinico e tutt’altro che super partes della gente. Ma anche personaggi puliti che finiscono, ad eccezione di Toti, per diventare maschere. E, a ben guardare il tessuto sociale attuale, sembra essere cambiato ben poco».

Anni Cinquanta in cui anche lei, cresciuto tra le delicate problematiche sociali del Fortino, si affacciava alla realtà teatrale
«Ho mosso i miei primi passi come attore proprio in quel periodo, in una Catania in un cui non c’era niente. Oggi tutti i ragazzi hanno la fortuna di poter attingere a informazioni di ogni tipo, dai libri, ai social, ai blog. Io ero solo un ragazzino curioso in un’epoca in cui tutti lavoravano e anche i più semplici sapevano e riuscivano ancora a sorridere. E nel ’61, quasi casualmente, esordivo allo Stabile, proprio con Pirandello, in “Questa sera si recita a soggetto” per la regia di Giuseppe Di Martino. La curiosità mi ha portato a determinati percorsi che, per una serie di circostanze, mi hanno presto permesso di ritrovarmi all’interno di una struttura professionale appena inaugurata: il Teatro era diretto da Mario Giusti e si trattava di uno spettacolo con mezza Italia interpretativa; tutti nomi che io chiaramente sconoscevo. Cominciai dieci anni per me, giovinetto, importantissimi sia sotto il profilo formativo che professionale. Seguirono da sé numerose produzioni di valore, come “La violenza” di Pippo Fava».

Da Sartre a Sciascia, da Dostoevskij a Čechov, passando per Shakespeare, Molière, Faggi e Fava. Che lezione apprese da quella intensa decade di teatro?
«Imparai che la mia professione non può essere concepita come quella di un impiegato. L’attore deve andare in giro, guardare, fare esperienze, conoscere. Se un interprete non conosce, conseguentemente non incamera. Cosa può poi raccontare quando gli capita di lavorare? Scelsi di iniziare un percorso e, da allora, ho incontrato meravigliose persone, prima che sul lavoro, anche nella vita. Ho attraversato tutti i generi – o quasi – dello spettacolo. Un attore deve conoscere tutti i linguaggi, tanto quello del palcoscenico quanto quello della macchina da presa. Esattamente come un medico: lei non conosce medici che operino soltanto appendiciti. Innanzi tutto devono conoscere il corpo umano nella suo complessa interezza. Allo stesso modo deve fare l’attore con la propria professione».

Leo Gullotta (Foto di Giuseppe Costanzo)
Leo Gullotta (Foto di Giuseppe Costanzo)

Un iter formativo decisamente felice…
«Mi reputo fortunato, dati i tempi e il luogo di nascita. Il Fortino era ed è un quartiere problematico. Però la mia famiglia contava su un papà meraviglioso, profondamente onesto, sano, operaio pasticciere, e una mamma casalinga. Sono l’ultimo di sei figli. Forse chi nasce in quartieri più umili comprende meglio la vita che viene dopo. Cresce prima e più in fretta, sostanzialmente».

Il periodo più intenso della produzione teatrale di Pirandello si ha, però, con il finanziamento dello Stato seguito all’ambigua adesione al Partito Nazionale Fascista nel ’24. Anche oggi, non solo nel settore teatrale, stiamo vivendo tempi molto ‘particolari’
«Particolari? Ricordano addirittura le stesse identiche situazioni e i presupposti della Repubblica di Weimar. In Italia si respira ormai aria molto pesante. Le responsabilità politiche, anche in ambito culturale, sono enormi. Soprattutto in questa terra. Mi riferisco a un’Italia in cui la politica si è trasformata, ammalata, ‘abbassata’. Posso fare opportuni distinguo ma, in via generale, l’ignoranza la fa da padrona. I ‘se dovrebbi’ che ho sentito a Montecitorio offendono la mia media intelligenza. Offendono il cittadino rappresentato. È il segno dei tempi di cui parlavamo prima».

Tra corsi e ricorsi storici, la realtà sociale sembra essere sempre più grigia
«Quasi fossimo Gattopardi non è cambiato nulla. Apriamo le pagine del giornale e leggiamo di femminicidi e ammazzatine. Tutto fulcro d’ignoranza che ingenera violenza. Mai quanto oggi la gente necessita di essere sollecitata alla riflessione, di riprendersi se stessa. In tanti vivono impauriti, chiusi in casa. Parlo anche dei giovani, che esorto a uscire di casa, a stare insieme. Il teatro, come il cinema, è stato inventato per condividere la visione. Per dire “il Re è nudo”. Ma per farlo insieme. Mettiamo un po’ da parte il web o i social e guardiamo la vita per quello che è».

Rappresentazione del quotidiano che autori come Pirandello eternavano mirabilmente. Come giudica la qualità delle nuove proposte di testi scritti da giovani autori contemporanei?
«Oggi scrivono tutti. Non si avverte un’istanza di interesse, di ricerca e di approfondimento nell’anima, nei racconti. Lungi dal voler generalizzare, si vuole semplicemente essere protagonisti. Prendiamo a esempio i selfie. “Sto mangiando un gelato” e click. Per dirla in vernacolo, “Àiu ‘a quasetta sfunnata” (la calza bucata, nda) e click. I cellulari sono macchine meravigliose, che bisognerebbe conoscere. Ma c’è un’istanza di protagonismo imperante e dilagante. Non a caso nascono i gruppetti per i No vaccini. Imbarazzante».

Il riflesso di una crisi che si avverte a tutti i livelli. Dalla politica alla televisione
«Un tempo le istituzioni, i politici, la Rai tendevano unanimemente alla qualità. C’erano ovviamente dei difettucci anche allora. Ma si trattava per lo più di professionisti preparati, colti. Se penso a Moro, Spadolini, Berlinguer che erano grandi statisti… C’era la passione per la politica vera, genuina, per la combattività, il rispetto, la capacità del dialogo. La politica è questa. Oggi tutti vogliono farla ma soltanto per affare e interesse personale».

Il paragone tra epoche ovviamente non regge. Oggi il vicepresidente del Consiglio nonché Ministro dell’Intero apre in diretta Facebook un avviso di garanzia della Procura della Repubblica di Palermo, sorseggiando nel frattempo una Fanta…
«Ciò che mi offende profondamente è che l’Istituzione ha ormai assunto questo linguaggio spocchioso, sprezzante. Penso al Ministro dell’Interno, che è pur sempre un mio Ministro ma che non accetto. Un giovane che assiste a certe cose quale esempio riceve? L’unico scopo sembra essere l’ostentazione di arroganza, violenza e veemenza verbale. Non parliamo poi dell’umiliazione e delle vessazioni che, da tempo, le scuole e le università subiscono. Sono i luoghi in cui si formano i cittadini di domani. Laddove altri Paesi, che hanno attraversato crisi economiche pari alla nostra, non hanno mai tagliato mezzo euro né alla scuola né alla sanità. E questo ce la dice lunghissima».

Viviamo un’epoca in cui il dibattito ruota costantemente intorno a libertà e diritti civili
«Bisogna volerli, gridarli, conquistarli, laddove – mi sembra – ce ne vogliono privare. I diritti, la libertà, il rispetto verso l’altro sono temi attorno ai quali dovrebbe ruotare un sensibilissimo scontro, non solo in ambito politico. L’unico uomo ad aver fatto davvero politica – in senso alto – è stato Papa Francesco; il solo, tra i tanti che hanno frequentato Lampedusa, a gettare un fiore nel mare, in quel cimitero che è diventato il Mediterraneo. Per il resto, troppe scatole vuote, con una voce sì ma prive di contenuti reali».

La famiglia, quella di fatto e le unioni civili. Ancora una volta mi torna in mente Pirandello…
«Ma non l’hanno studiato e nemmeno letto! Anzi dicono: “Pirandello? Pesaaaante”. Non sanno nemmeno vagamente di che si tratta. Salvo esempi diversificati, in Italia nemmeno le scuole hanno saputo insegnare Pirandello. L’hanno sempre fatto vivere ai ragazzi con pesantezza, sbagliando l’approccio. Per il resto, io ci ho sempre messo la faccia, come ho imparato e come mi è stato insegnato nella vita. A cominciare dalla lezione del mio amico Pippo Fava. Ho sempre tentato di metterla in pratica, sin da ragazzino. Bisogna salvaguardare quei diritti che abbiamo conquistato. Per fortuna in Italia vige ancora la democrazia e spero che, anziché pensare superficialmente, si abbia la voglia di capire meglio ciò che non si conosce».

Però, se guardiamo la realtà dei fatti, a giudicare dai temi di dibattito popolare, le priorità sembrano essere leggermente diverse…
«Apro il giornale e si parla di Salvini e della Isoardi, che annunciano la fine della loro relazione tramite i social. Notizia che a me non interessa perché saranno pure affaracci loro. Ma si sente sempre questa necessità di partecipare, di reclamizzare. Io mi annovero tra quelli che reputano che, quando si fa qualcosa per i più bisognosi, la si debba fare in silenzio. E non solo quando c’è in giro un fotografo o una telecamera. Sono le grandi contraddizioni di questo Paese. Un po’ come avviene giusto qui fuori, proprio dove è stato ucciso Giuseppe Fava, al quale è intitolata la via e che il 5 gennaio si commemora puntualmente ogni anno. Ma nemmeno due ore dopo, da anni – ormai sono trentacinque – i fiori vengono rimossi. E così anche nella mia città non è cambiato niente. Per quale motivo non c’è indignazione?».

La sua Sicilia viene raccontata di frequente ma spesse volte male
«La Sicilia è stata raccontata egregiamente da tanti, a partire da Sciascia fino ad arrivare a Germi, Rosi e Tornatore. Tanti esempi di meravigliosa riflessione. Quest’ultima oggi viene trascurata e sembra tutto si riduca a un paesino. È tutto raccontato in forma di ‘caporalato’. Bisogna abbattere questo muro ed è una fortuna che negli ultimi anni siano nate associazioni, anche a livello giovanile, come AddioPizzo, Libera, Le agende rosse. Sta accadendo qualcosa. La battaglia non è semplice».

È ormai coetaneo del Professor Toti che interpreta in teatro. Come si sente a settant’anni e dopo oltre mezzo secolo di carriera?
«Mi piace l’Uomo. Se posso ancora interpretarlo a 73 anni, e dopo 56 anni di carriera, vuol dire che da parte mia c’è ancora un amore verso questo lavoro, che si può fare esclusivamente col cuore. Mi resta l’aver avuto la possibilità di fare una professione che ho avuto la fortuna di poter scegliere. Sono sempre stata una persona vivace, che ha guardato con ottimismo, curiosità e interesse la vita e gli altri. Poi il lavoro è una cosa e la vita un’altra. Bisogna saper stare in entrambi i fronti e distinguerli opportunamente. Certo, oggi mi incazzo perché penso che tra 7-8 anni, proprio come dice il professor Toti di Pirandello, non saprò quanti anni potranno rimanermi. E mi incazzo eccome, perché la vita è meravigliosa, nei suoi pro e nei suoi contro. Ma bisogna essere sempre propositivi. Siate curiosi, non vi fermate alle apparenze».

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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