Italia

Da Berlusconi a Casaleggio: l’italico filo rosso del conflitto d’interessi

Per anni al centro del dibattito pubblico, il “virus” non è stato debellato. Anzi si è trasformato e oggi, a causa della mancanza di una legge, torna sotto forma di blockchain e piattaforme digitali

Dal Blog delle Stelle hanno lanciato una nuova battaglia contro «il male dell’informazione italiana» pubblicando nomi e cognomi degli editori rei di avere interessi industriali e politici che, a loro dire, «inquinano il dibattito pubblico». Ma i pentastellati non vedono, o fanno finta di non vedere, il conflitto d’interessi che c’è a casa loro. Da sempre hanno invocato una legge ad hoc, salvo poi riporla nel cassetto pur di preservare l’alleanza con la Lega. E mentre Bonafede ribadisce che è «uno dei punti del contratto di governo», nella legge di bilancio 2019 spunta un articolo con cui il governo si impegna a stanziare 45 milioni di euro in tre anni per alcuni progetti che riguardano la “Blockchain e Internet of things”. Un settore che fa gola a molti, tra cui la Casaleggio Associati (ergo il Movimento 5 Stelle).

IL M5S HA UN PROBLEMA CON IL CONFLITTO D’INTERESSE. E se il caso del deputato grillino Giampaolo Cassese, produttore di uova che propone una legge per favorire i proprietari di aziende italiane che producono uova, poteva far sorridere non è così per la manovra che favorirebbe la Casaleggio Associati. Quindici milioni l’anno per il triennio 2019-2021 per il «supporto operativo e amministrativo» nella ricerca per le innovazioni tecnologiche, l’intelligenza artificiale, la “Blockchain e Internet of things” e tutte le loro «sfide competitive per il raggiungimento di obiettivi applicativi». Il tutto, quindi, per un progetto legato all’evoluzione della piattaforma Rousseau fortemente voluto e mai nascosto da Davide Casaleggio. Ma l’intero sistema Rousseau sembra essere bacato dal virus del conflitto d’interessi. L’associazione Rousseau di cui è presidente Davide Casaleggio è proprietaria dell’omonimo sistema informatico su cui si svolgono le votazioni dei Cinquestelle, il cuore pulsante dell’attività politica interna al Movimento. Chi la controlla, controlla tutto.

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COSA C’ENTRA SALVINI CON I TERMOVALORIZZATORI. Anche l’alleato di governo del M5s non è immune dal conflitto d’interessi. Il leader della Lega, che in questi giorni chiede più inceneritori in Campania per risolvere le difficoltà legate allo smaltimento dei rifiuti, detiene 3.500 azioni ordinarie di A2a, multi-utility lombarda dell’energia che gestisce il termovalorizzatore di Acerra, in provincia di Napoli. Il Fatto Quotidiano spiega che A2a, nata dalle fusioni di due partecipate dei comuni di Milano e Brescia, gestisce l’unico impianto di termocombustione dei rifiuti attivo sul territorio campano e che il dato delle 3.500 azioni possedute dal leader della Lega è presente nella dichiarazione patrimoniale che i ministri sono tenuti a pubblicare sul sito del governo. «Il dato delle azioni ordinarie – dice Il Fatto – pone Salvini e le sue dichiarazioni in una situazione di, sia pur piccolo, conflitto d’interesse». A2a già in passato ha dichiarato l’intenzione di realizzare un nuovo termovalorizzatore a Napoli. Interesse di cui c’è traccia anche in atti ufficiali. «Ha queste azioni da venti anni da quando sono iniziate le liberalizzazioni nel settore, ed è tutto pubblico», hanno replicato fonti dell’entourage del ministro dell’Interno.

CHE FINE HA FATTO LA LEGGE? Ma se per Salvini la legge sul conflitto d’interessi «non è una priorità», non è così per il Movimento 5 Stelle. «Il nome di un pregiudicato, leader di un partito nato con la mediazione della mafia che ha beneficiato di leggi ad personam per la prosperità delle sue imprese a partire da Bettino Craxi sarebbe il primo della “lista di proscrizione”. Qui o si risolve il conflitto di interessi o continueremo a prenderlo in quel posto», diceva nel 2015 il fondatore del Movimento Beppe Grillo. Il riferimento a Berlusconi non è certo casuale. Per oltre dieci anni Grillo e i suoi hanno attaccato il centrosinistra perché non faceva una legge sul conflitto d’interessi. Anzi, una delle principali ragioni che hanno portato alla nascita del Movimento 5 Stelle è stata proprio la contestazione della timidezza, al limite della complicità, con cui i governi precedenti hanno affrontato la questione Berlusconi. Adesso il M5s sta facendo proprio quello che per anni ha imputato ai Ds e al Pd, a Massimo D’Alema e Matteo Renzi: piegarsi a Silvio Berlusconi, al suo conflitto d’interessi e alla salvaguardia dei suoi affari. E perché no anche dei propri.

MALE ENDEMICO DELL’ITALIA. Dal 1994, anno in cui Silvio Berlusconi è entrato in politica per mettere in sicurezza le sue imprese, l’anomalia italiana di un leader che usa la sua carica esclusivamente a fini personali e aziendali è stato il filo conduttore di uno scontro che ha segnato tutto il conflitto politico. Per vent’anni il dibattito pubblico italiano si è concentrato sul conflitto di interessi del Cavaliere, “padrone” di Forza Italia e di un impero editoriale che spazia da Mediaset alla Mondadori (Rcs libri, Einaudi) dal Giornale a Medusa Film. Un potere che si irradia dall’informazione, dalla cultura, dall’intrattenimento ed arriva alle assicurazioni, alle banche, all’edilizia, al settore immobiliare. Ma dall’era Berlusconi all’ascesa del Movimento, non sembra essere cambiato nulla. Da Maria Elena Boschi ad Antonio Angelucci, passando per il caso di Renato Soru fino all’intricata questione della Casaleggio Associati, appare evidente come il conflitto di interessi sia diventato pervasivo, si sia nutrito della debolezza della politica ed è proliferato per mancanza di una legge. Farsi gli “affari” propri, in Italia si può!

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