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Il turismo di radice, storia di un ritorno

Filippo Grasso è un docente universitario che insegna Analisi di Mercato all’Università di Messina ed è delegato del Rettore per il turismo, ma soprattutto è un appassionato e instancabile promotore delle risorse poco utilizzate della nostra terra in questo settore che è permanentemente in via di sviluppo, soprattutto nelle terre del sud che faticano a trovare strumenti corretti e opportuni per un decollo che sembra non arrivare mai.

Quando mi chiede, col garbo che lo contraddistingue, se ho voglia di scrivere per un seminario sul Turismo di radice da lui organizzato, non esito a rispondergli di sì.

E non lo faccio solo per cortesia, ma anche perché le parole “origini”, “radici” e “ritorno” esercitano su di me un grande potere evocativo e generano forte coinvolgimento emotivo.

In realtà adesso io dovrei parlarvi di offerta e di domanda, di coinvolgimento degli stakehoders, di sostenibiltà economica, ambientale e socio-culturale, di multifattorialità, di politiche locali, regionali e nazionali, di strategie attrattive, di risultati di indagini statistiche dell’Enit e di iniziative della Farnesina… Ma non sarebbe da me.

Pur se affascinata dagli interventi delle relatrici Sonia Ferrari e Tiziana Nicotera dell’Università della Calabria, dalla cui fervida iniziativa ha preso il volo il progetto ambizioso di provare a studiare e sviluppare quest’importante segmento ricco di grandissime potenzialità, sono consapevole che questo non può essere il mio compito, ma solo un punto di partenza per riflessioni più intimistiche e profonde, che partano da ciò che sempre dovrebbe muovere il lavoro degli uomini di buona volontà: l’attenzione, la comprensione e il rispetto per l’essere umano.

E dopo aver ascoltato le interviste fatte ai nostri emigrati nelle varie parti del mondo, ho compreso che solo l’immedesimazione nei loro sentimenti e bisogni può realmente condurre alla condivisione, poi alla consapevolezza, ed infine all’elaborazione di quella che è la più nobile delle “curve d’offerta”: la predisposizione di risposte concrete a quei sentimenti e a quei bisogni.

Ho dunque istintivamente imboccato la strada del viaggio più coinvolgente che si possa scegliere di fare: quello dentro il cuore della gente.

Mettendo quel cuore nel mio stesso petto.

Ed è nato il racconto.

Sono ancora una bambina e qualcuno ha staccato per me il biglietto per quella nave che mi porterà lontano dalla mia terra, dalle certezze, dalla famiglia e dagli amici, da quella comfort zone che sempre è il luogo che ci vede nascere e in parte crescere.

Ho affastellato strati su strati di poveri vestiti dentro valigie di cartone tenute su con lo spago, cercando di farci stare dentro tutto.

Le ho viste goffe come la mia paura, traboccanti come la mia speranza, gonfie come i miei occhi che trattengono il pianto, deformi come i mostri dell’insicurezza che affollano la mia mente.

Le ho chiuse come si chiude un libro del quale hai letto le ultime righe ma non hai capito il finale, quando non sai se ad uccidere è stato il maggiordomo o no, e in testa ti si disegnano solo storti punti interrogativi a cui nessuno darà risposta se non il tempo.

Vorrei fermare quelle lancette e provare a capire se c’è un altro modo per andare avanti che non sia questo strappo così violento e doloroso, ma incuranti di me e di ciò che provo, esse continuano a battere i minuti che mi separano dall’addio.

Salgo su quella nave, e la paura della lunga traversata è solo la prima delle tante che affronterò.

Se la mia terra mi è stata matrigna, negandomi di poter restare, lo sarà anche il mare?

E questa nuova terra sconosciuta su cui approderò, come mi accoglierà?

Rivedrò ancora queste rive da cui pian piano l’occhio si allontana, o forse è meglio che mi beva tutto, anche quest’angoscia forte dentro il cuore, come fosse una medicina amara che, passato il disgusto, prima o poi mi farà stare bene?

Non c’è niente di cui abbia certezza, niente che mi offra garanzie.

C’è solo il mare ormai, dietro e davanti a me, e quest’anima che galleggia a stento ondeggiando fra riccioli di schiuma che sembrano non finire mai.

E nausea.

Un insostenibile senso di nausea.

Ma finalmente scorgo terra, e mi vien voglia di gridarlo come Rodrigo de Triana dalla coffa della Pinta.

C’è un uomo che mi aspetta sulla banchina del porto, ha in mano un piccolo mazzo di fiori e agita le braccia verso di me, che ancora non posso scendere perché le operazioni di sbarco vanno per le lunghe.

Ma lui a un certo punto non resiste più e me lo lancia, costringendomi a spiccare un salto rapidissimo se non voglio che i miei fiori cadano dentro l’acqua, portando “malaugurio” prima ancora che io scenda.

Quell’uomo esuberante di felicità è il nonno, e io mi ci getto addosso sfinita, attraversando quell’abbraccio come fosse un ponte fra la mia “vecchia” vita e questa nuova.

Ma è difficile abituarsi.

Non capisco una sola parola di quello che dicono e loro non capiscono me.

A scuola sembro stupida, non li seguo, mi prende lo sconforto e vorrei tanto tornare a casa, quella vera, dove non c’è neanche bisogno di parlare perché basta un gesto per farsi capire.

Ad esempio, se abbasso la testa è un sì, se la alzo è un no.

Ma tutte le volte che la alzo qui mi guardano stralunati sotto il mento per capire perché gli mostri il collo, e lo scopro tardi che sarebbe bastato dire semplicemente “no”, perché anche qua si dice così.

E mi prendono in giro, ridono di me.

Mi dicono “perché non te ne torni da dove sei venuta” con aria sdegnata, quasi non fossi neanche un essere umano.

Mi viene da piangere ma non piango, questa soddisfazione non gliela dò.

Piangerò quando sarò tornata a casa, anche se qui casa è un’altra cosa, e per me sono diventate pareti solo le braccia della mamma che tentano di consolarmi mentre si riavvia i capelli e poi sospira.

Mi cambiano perfino il nome senza chiedere il permesso, perché io mi chiamo Pina, ma qui mi urlano contro Josephine… Josephine!

E io mi giro indietro perché Josephine non so chi sia, ma poi la mamma me lo spiega che sono io.

E anche il mio cognome fa una strana fine: ma come lo pronunciano? Qui non hanno capito proprio niente.

Però devo imparare a essere Josephine, perché se non rispondo a questo nome smetteranno perfino di cercarmi e io non me lo posso permettere.

È dura ma io cresco, e piano piano parlo come loro o almeno mi sforzo, e studio, lavoro, fatico e poi mi sposo, e ho dei bellissimi figli che qua ci sono nati e che sono parte di me pur senza conoscere tutto di me.

E ogni tanto li sorprendo a scrutarmi, la sera, quando stanca mi siedo sul divano per guardare la tv, ma il film non lo vedo.

Perché tutte le sere, a una cert’ora, io ritorno a casa.

Casa quella vera, dico.

Quella in cui sono nata.

Rivedo le montagne verdi e il mare, sento l’odore della terra umida che si mischia a quello del ragù della nonna, quando s’incontrano sull’uscio di casa attraversando il naso mentre aspetto accovacciata sugli scalini che sia pronto.

La nonna canticchia in dialetto mentre si muove vicino alla pentola sul fuoco, e fra una mescolata e l’altra al sugo si siede alla macchina da cucire e dà “due punti” all’abito da sposa della figlia di commare Rosa, perché il matrimonio s’avvicina e lei tempo non ne può perdere.

Ogni tanto il sugo si “appiglia” sul fondo della pentola, e lei parte con quei suoi proverbi in dialetto stretto stretto che mi fanno ridere tanto quando provo a ripeterli con lei storpiando le parole.

Mi abbandono sul divano e penso alle stradine strette strette, alle casupole una sull’altra, alle donne con il cesto in equilibrio sulla testa, al vociare davanti all’uscio di casa coi vicini e i figli dei vicini e i nipotini, e alle porte e alle finestre tutte aperte che sembra che la casa sia tutt’una, la nostra e quella degli altri, quasi che la casa sia la strada stessa.

Ai dolci che pagherei oro per riassaggiare, ai balli nella piazza nelle sere d’estate, alla Chiesa madre così bella e antica e al Rosario davanti al braciere con le scorze d’arancia buttate dentro per profumare l’aria.

I miei figli e i miei nipoti fiutano la mia nostalgia, e allora si stringono intorno e cominciano a domandare, a spingermi a parlare, a tirare fuori i miei ricordi.

E in fondo io non voglio che questo: raccontare e rivivere; rivivere e raccontare.

E tornare.

Sì, tornare, un giorno.

E se non potrò tornare, loro mi dovranno fare una promessa: tornare per me.

E cercare quei luoghi, imparare a conoscerli e amarli come li ho amati io, che non li dimenticherò finché avrò ancora un ultimo respiro.

Mi stringono la mano, mi abbracciano e promettono solennemente.

Torneranno là da dove loro stessi vengono, per riaffondare le mani in quella terra dove le nostre radici, forti e ben piantate sul terreno, ancora sopravvivono.

Perché io glielo ricordo sempre: non esistono rami vivi se li stacchi per sempre dalle radici cui appartengono.

E non esiste pianta che, non coltivata, prima o poi non muoia, portando via con sé radici e rami.

Finisce qui il mio racconto, che non ha fatto altro che mischiare i sentimenti che le testimonianze ascoltate hanno trasmesso con potente intensità.

Ma per fortuna non finisce qui.

Perché credo che la promessa fatta dai nipoti ai loro nonni di tornare, possa e debba essere un impegno onorato non solo da chi se ne è fatto carico, ma anche da chi può lavorare per renderlo possibile.

E questo seminario ha mostrato che è possibile, anzi direi che è auspicabile, prendere le mosse dai sentimenti per implementare turismo ed economia.

Per riportare qui le risorse che abbiamo permesso che andassero a fiorire altrove.

Per rianimare economie locali al collasso, ripopolare borghi ormai dimenticati, ricostruire ponti fra mondi ormai evoluti ed avanzati, ed entroterra ancora vergini di cultura, progresso, modernità.

Credo che progettare per restituire un’identità a chi sente di averla perduta, per ricucire una ferita che il tempo e le distanze fanno sanguinare ancora, per riconnettere fili spezzati con parenti, luoghi, ricordi e tradizioni, può e deve diventare un modo onorevole per restituire i propri figli a questa terra che spesso ha dovuto vederli partire perché niente aveva da offrire.

E che, come una madre che ha sacrificato tutto per racimolare pochi spiccioli per quel biglietto, aspetta che ora tornino arricchiti e realizzati, con le valigie piene di regali.

E quanto più ci sarà da lavorare per mettere a punto le strategie giuste, tanto maggiore dovrà essere l’impegno delle istituzioni, delle associazioni, degli studiosi e degli operatori del settore.

Invece, quanto ad accoglienza e umanità da offrire, sono certa che non dovremo fare molto.

In tema di generosità, calore e disponibilità, soprattutto al sud, anche i poveri, gli sprovveduti, i più carenti di cultura e di risorse ci hanno conseguito laurea e master.

E una fetta di pane caldo con l’olio buono, una porta aperta, una sedia, una chiacchierata e un larghissimo sorriso, non li rifiutano a nessuno.

Mi sembra tutto pronto, quindi: intuizione, progetto, risorse, fattibilità.

Non resta che salpare, come fece Cristoforo Colombo.

Magari per scoprire, finalmente, che in fondo l’America era qua.

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Daniela Cucè Cafeo

Laureata alla facoltà di Giurisprudenza di Messina è Operatore giudiziario e delle pubbliche amministrazioni e istruttore amministrativo presso la Città Metropolitana di Messina. È appassionata d’arte, fotografia, letteratura, spettacolo, pasticceria e di ogni forma creativa dell’intelletto. Ma ciò che le permette di raggiungere il massimo grado d’espressione è la scrittura, attraverso la quale ferma istanti, memorie, sentimenti ed emozioni. Perché niente può esprimere appieno il proprio intrinseco valore, se non c’è qualcuno che lo sa raccontare.
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