Cultura

Paul McCartney, forever young

A 76 anni l’ex beatle si è imbarcato in un altro tour mondiale, partito mercoledì sera da Parigi. Tre ore di successi mozzafiato, emozioni, ricordi e allegria

La pensione? Macché. A 76 anni, Paul McCartney – uno dei più grandi cantautori viventi, bravo ragazzo a tutto tondo ed ex membro dei favolosi Beatles – si è imbarcato in un altro tour mondiale, partito mercoledì sera da La Défense Arena di Parigi, a sostegno del nuovo album “Egypt Station”. È uno show che prende la strada panoramica attraverso l’ineguagliabile carriera di McCartney, incorporando le sue prime composizioni, tracce di album meno ascoltate e un repertorio mozzafiato. Ed è questa la sensazione alla fine del concerto: rimanere senza fiato dopo di tre ore vorticose di canzoni.
Paul McCartney suona mentre la sua squadra del cuore, il Liverpool, affronta il PSG di Cavani e Neymar in un incontro vitale sulla strada della Champions League, osservata proprio da quel Mick Jagger che per anni, con i suoi Rolling Stones, fu il suo rivale e al quale l’ex beatle sembra voler rilanciare la sfida anche nella terza età. «Proverò a vedere la partita dopo», aveva spiegato ai giornali francesi alla vigilia. «Ma vinceremo. Beh … In realtà non sono molto sicuro. (Ride). Probabilmente farò in modo di conoscere il punteggio. Il mio tecnico, che cambia le mie chitarre sul palco, ama il calcio. Quindi penso che me lo dirà durante il concerto».

Concerto a Parigi di Paul McCartney

UNO SHOW SENZA FRONZOLI. La sconfitta del suo Liverpool non gli ha comunque guastato la festa. Tutt’altro. Un trionfo per uno show che non ha bisogno di effetti speciali per suscitare emozioni, ricordi e allegria. Dall’iniziale coro di voci di “Hard Night” alle immagini spensierate dei Beatles durante la loro infanzia riempiono di nostalgia “All my love”. La vecchia “Got To Get You Into My Life” s’intreccia con “Come On To Me” dall’eccellente ultimo album “Egypt station”, pubblicato a settembre. Macca parla poco. «È bello tornare qui a Parigi», dice in francese. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Le canzoni parlano per lui. “My Valentine” al pianoforte, dedicata alla moglie Nancy «che è qui stasera», “Nineteen Hundred and Eighty Five”, tesoro di Wings, composta nel 1971, dopo la separazione dei Beatles. O “In Spite of All the Danger”, «la primissima canzone registrata dai Beatles», racconta sempre in francese, un pezzo che risale addirittura ai The Quarrymen, l’inizio dei Fab Four di Liverpool.
Dopo i primi trenta minuti di spettacolo, sostenuto dalla giovane band, scatena una furiosa versione di “Let Me Roll” tutta chitarre. Nel mezzo dello show fa emergere alcuni capolavori: “From me to you”, “Michelle”, «l’unica canzone in francese che conoscevamo», commenta la star, “Love me do”, “Blackbird”, sempre sublime, suonata da solo alla chitarra. Così come “Here today”, una travolgente canzone del 1982 indirizzata a John Lennon pochi mesi dopo la sua morte.

E QUESTO È SOLO L’INIZIO. Perché Paul McCartney sembra un giovinetto ed ha ancora un sacco di gemme nel suo repertorio. “Eleanor Rigby”, viene riportata in vita dalla voce intatta del cantante, “Something” viene introdotta suonando l’ukulele ed è dedicata a suo «fratello» George Harrison, che aveva composto questo gioiello per l’album “Abbey Road” nel 1969. Le immagini dei Beatles del tempo scorrono sugli schermi e con loro, certamente, una parte della gioventù dei 40mila spettatori. Basta guardarli tutti in coro in “Ob-La-Di, Ob-La-Da”, e poi “Band on the run” o “Back in the USSR” quando gli schermi giocano con le vecchie immagini dell’Unione Sovietica. A quei ragazzi di oggi e a quelli di ieri, Paul McCartney guarda con un sorriso sereno e regala un sogno: sono tornati i Beatles, i “suoi” Beatles. Il manico della chitarra nella mano destra, il mancino terribile di Liverpool, l’uomo che ha sofferto tanto l’ombra di John Lennon, oggi, dopo la morte di George Harrison, abbandona ogni prudenza e mette in scena tutti i grandi successi dei Beatles.
Si pensa che McCartney vada via quando si sposta verso un angolo del palcoscenico. Per nulla. Il nonnetto non ha alcuna intenzione di salutare. Si prende semplicemente una pausa seduto al pianoforte e iniziare “Let it be”. Momento di comunione nel mezzo di una marea di smartphone illuminati, prima delle tradizionali esplosioni dei veri fuochi d’artificio con “Live and let die” e “Hey Jude”.

MA LE SORPRESE NON SONO FINITE. Dopo quasi due ore e mezza, un altro spettacolo sta per cominciate. Paul McCartney torna per un ultimo promemoria circondato da tre bandiere: francese, inglese e gay. E poi scatena la band in una incredibile sfilza di bis: “Birthday”, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, l’incandescente “Helter Skelter”, “Golden Slumbers” e un’epica “Carry That Weight” prima del “The End”. Lasciando una immagine di eterna giovinezza.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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