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Che fine ha fatto l’Isis?

A tre anni dal Bataclan, si parla sempre meno dello Stato islamico. È stato davvero sconfitto o sta attraversando una nuova metamorfosi? La battaglia “invisibile” di Hajin

Da diverso tempo si sente parlare sempre meno dello Stato Islamico: nessun attentato kamikaze, niente più video di decapitazioni. Dal tristemente famoso attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 da parte di Al-Qaeda, movimento terroristico dalle cui ceneri è nato l’Isis, all’attentato al Bataclan del novembre 2015, abbiamo imparato a convivere con un nemico invisibile chiamato terrorismo. E anche se i governi di Iraq, Siria e Stati Uniti hanno dichiarato “abbattuto” lo Stato islamico, non si può dire lo stesso degli affiliati all’Isis. Le sconfitte subite negli ultimi due anni, con parecchi territori passati sotto il controllo delle forze irachene e siriane, hanno di fatto segnato la fine del “Califfato islamico” in quanto stato-governato, ma non la fine dell’Isis che ha solo cambiato forma, o meglio, è tornato a essere quello che era prima, cioè un gruppo di guerriglia.

L’ULTIMA BATTAGLIA CONTRO LO STATO ISLAMICO. E sono proprio i miliziani «più irriducibili», come scrive il New York Times, a difendere la città di Hajin, l’ultima vera roccaforte dello Stato Islamico, dall’offensiva delle Forze democratiche siriane (Sdf), una coalizione di arabi e di curdi appoggiata dagli Stati Uniti. Dopo mesi di combattimenti nella zona sud al confine tra Siria e Iraq, proprio qualche settimana fa è partito l’attacco sulla parte nord della città di Hajin, nella Siria orientale. Forse è la battaglia più dura che le Sdf abbiano mai affrontato, viste le centinaia di vittime tra le forze arabe e i continui contrattacchi subiti. Una battaglia dimenticata dall’occidente e dai media. Se si concluderà con un successo della coalizione, che per il momento ha guadagnato terreno spingendosi fino alla periferia di Hajin, significherà che l’Isis avrà perso uno degli ultimi territori, se non l’ultimo, su cui esercita un vero controllo: ma questo non significa che l’organizzazione terroristica non costituisca più una minaccia.

IL NUOVO VOLTO DELL’ISIS. Nonostante il presidente degli Stati Uniti Donald Trump negli ultimi anni ha fatto più volte sfoggio dei successi della sua amministrazione in Siria ed Iraq che hanno contribuito alla distruzione al Califfato islamico, la realtà sul territorio e a livello internazionale è quella di un gruppo ancora molto ramificato e, quel che è peggio, ancora capace di attirare seguaci. È così che si spiega la crescita dei gruppi affiliati allo Stato Islamico in posti e continenti diversi come l’Indonesia, l’Afghanistan e l’Africa. Ne sono una prova anche gli attacchi terroristici in Europa, che sono stati compiuti dai cosiddetti “lupi solitari”, attentatori ispirati dalla propaganda del gruppo. Oltre ad aver aumentato la propria presenza in Asia e in Africa, l’Isis continua, dunque, a contare su migliaia di miliziani: secondo le stime del Dipartimento della Difesa americano e dell’Onu sono tra i 20 e i 30mila solo tra Siria e Iraq, cioè più o meno quanti ne aveva nel 2014. Questo “decentramento” dello Stato Islamico non dovrebbe essere sottovalutato: la fine del Califfato è senza dubbio una buona notizia per la lotta contro il terrorismo, ma non implica necessariamente la fine di quell’ideologia radicale ed estrema che rimane attraente per molti islamisti estremisti in giro per il mondo.

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