Italia

Inaugurazione con boss mafioso nella Vigata del commissario Montalbano

È successo a Scicli, set della serie tv Rai tratta dai romanzi di Camilleri. Il protagonista è “u Trinchiti” capomafia che gestiva il business dei manifesti elettorali, delle estorsioni, dello spaccio e dei rifiuti. Tornato in libertà perché «incompatibile con le condizioni carcerarie», può presenziare indisturbato all’apertura di una attività commerciale?

Un boss spavaldo e prepotente, “u Trinchiti”, al secolo Francesco Mormina, di professione netturbino che, con le buone o le cattive, è riuscito a imporre la “sua legge” su tutte le attività, lecite e illecite, ricadenti nel territorio di Scicli. Lo faceva grazie ai solidi legami esistenti con altre famiglie mafiose della zona e contando sulla complicità di politici ed amministratori locali. Insieme al figlio Ignazio, al fratello Giovanni, la gang capeggiata da Franco “u Trinchiti” gestiva il business dei manifesti elettorali, ma anche quello delle estorsioni, dello spaccio e dei rifiuti solidi urbani. L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia aveva portato allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Scicli e alla condanna del capomafia Franco Mormina a 11 anni e 6 mesi. Potrebbe essere una di quelle indagini da far girare i cabbasisi al Commissario Montalbano, il protagonista della serie tv nata dalla penna di Camilleri, ambientata tra l’altro nell’incatevole Scicli.

UN BOSS, UNA STAR. Adesso il capomafia Mormina tornato in libertà dopo una condanna di oltre 11 anni riformata in appello a 7 anni, perché per la Corte d’Appello era «incompatibile con le condizioni carcerarie» a causa dei suoi problemi di ipertensione, ha inaugurato una sala scommesse con tanto di selfie e post su Facebook con centinaia di like. “Genius win”, è sita proprio al centro della meravigliosa Scicli, a pochi passi dal municipio, il palazzo del commissariato di Vigata nella serie televisiva “Il Commissario Montalbano” trasmessa da Rai1. Nell’inchiesta giornalistica di Paolo Borrometi su laspia.it vengono pubblicate anche le foto dell’inaugurazione, apparse sui social. Il boss viene ritratto tra abbracci e strette di mano con i proprietari e gli avventori della sala scommesse. A partecipare al taglio del nastro anche il figlio, condannato in primo grado a quattro anni e sei mesi di carcere, in Appello è andato a un anno e due mesi. «Perché proprio Franco Mormina “u Trinchiti” è stato scelto a “battezzare” la sala scommesse? Perché Mormina è “incompatibile con le condizioni carcerarie”, ma tranquillamente partecipa alle inaugurazioni?», si chiede Paolo Borrometi.

L’INTERROGAZIONE DI GIARRUSSO. «Un capomafia che inaugura una sala giochi come se fosse una star, nel cuore di Scicli, città nota a tutti per essere il set a cielo aperto del Commissario Montalbano, è un segnale sociale che le Istituzioni del nostro Paese non possono accettare. Bisogna intervenire subito facendo comprendere che in Italia non ci sono delle zone franche dello Stato». Il senatore Mario Michele Giarrusso, capogruppo del Movimento 5 Stelle in commissione Antimafia ed in Commissione Giustizia, è pronto a presentare due interrogazioni urgenti: una al ministro degli Interni ed un’altra al ministro della Giustizia per comprendere come sia possibile che un capomafia possa inaugurare una sala scommesse e girare tranquillamente nonostante sia condannato e giudicato «incompatibile con le condizioni carcerarie». Vedere le foto pubblicate nell’inchiesta del giornalista Paolo Borrometi – continua Giarrusso -mi ha convinto a chiedere immediatamente l’intervento dei due ministri, così come ho già chiamato il prefetto di Ragusa per chiedere delucidazioni e per far cessare subito questo scandalo. Chi ha permesso l’apertura di una sala giochi a persone vicine al capomafia? Chi ha permesso al capomafia di Scicli di girare indisturbato malgrado la condanna? Sono domande su cui ci aspettiamo delle risposte pronte ed urgenti».

UN MESTIERE DIFFICILE. Le inchieste scomode di Paolo Borrometi hanno smascherato e anticipato azioni delle forze dell’ordine e indagini giudiziarie che hanno portato agli arresti di numerosi esponenti di clan mafiosi come racconta nel suo ultimo libro «Un morto ogni tanto». Quel morto doveva essere lui. Le intercettazioni non lasciano dubbi: «Il Borrometi poco ne ha di vivere», «eclatante, sarà una mattanza», «fuochi d’artificio», «bum, tutti a terra». Quel Borrometi (Paolo) è lui: un giovane giornalista di 35 anni, originario di Modica, in provincia di Ragusa. I fuochi d’artificio sono le esplosioni di un’autobomba preparata contro di lui e la sua scorta con cui convive dal 2014.Nonostante le continue minacce non ha mai smesso di fare il suo mestiere. Borrometi collabora con Tv2000, l’Agi ed è direttore della testata giornalistica LaSpia.it. Ogni sua inchiesta giornalistica è stata accompagnata da insulti, minacce di morte, querele dal sapore intimidatorio. Segni evidenti che la sua testimonianza, come sempre resa con carte e documenti alla mano, è vera e molto scomoda. Non si è mai arreso a quella “mafia invisibile”, ha continuato a raccontare di malavitosi senza scrupoli votati dai politici, di deputati collusi, dello sfruttamento e dalla violenza che si nascondono dietro la filiera agricola, della compravendita di voti, del traffico di armi e droga, delle guerre tra i clan per il controllo del territorio. Di vicende che, partendo dalla Sicilia, riguardano tutto il Paese.

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