Cultura

La musica reggae patrimonio dell’umanità

La musica giamaicana entra nella lista dell’Unesco accanto al samba e ai tenori sardi. Alla cultura reggae è associato anche il consumo di marijuana. L’importante ruolo svolto dal compianto Bob Marley

«La musica può rendere gli uomini liberi», diceva Bob Marley. E ora la sua, di musica, diventa anche qualcosa di più. Il reggae è stato proclamato patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. I ritmi caraibici cadenzati e rilassanti che tutti hanno imparato a conoscere proprio grazie ad artisti come Marley e Dennis Brown, sono ora considerati tesori culturali globali delle Nazioni Unite. L’agenzia culturale e scientifica dell’Onu ha aggiunto il genere musicale nato in Giamaica negli Anni Sessanta al «patrimonio culturale immateriale» ritenuto meritevole di protezione e promozione. Nella cultura popolare al reggae sono state associate anche le acconciature “dreadlocks”, le ciocche di capelli annodate a treccine tipiche di Bob Marley, e anche il consumo della marijuana. Secondo l’Unesco, la musica reggae ha «contribuito al dibattito internazionale su ingiustizia, resistenza, amore e umanità, sottolineando la dinamica del elemento come bianco in una sola volta cerebrale, socio-politico, sensuale e spirituale».

IL RUOLO DI BOB MARLEY. Aveva soltanto 36 anni Bob Marley, ed era una star planetaria, quando un cancro se l’è portato via. Eppure in quesl breve arco di vita trasportò il reggae dalla Giamaica in tutto il mondo. Sotto molti aspetti “Tuff Gong”, il soprannome che si era guadagnato nelle strade di Trenchtown, il ghetto di Kingston, è una figura unica nella storia musicale e non solo del Novecento: figlio di un padre bianco e di una ragazza nera, da “mezzo sangue” discriminato è diventato un leader politico e spirituale per la Giamaica ed è stato la prima superstar della musica del Terzo mondo. È difficile trovare nelle cronache della musica popolare un personaggio che sia riuscito a trasmettere un simile messaggio di fratellanza e di pace, a rendere così chiara la capacità trascendente di un concerto.
Marley sta al reggae e alla musica terzo mondista come Elvis e i Beatles stanno al rock’n’roll e al pop. Senza di lui la storia della musica in levare, che è uno dei simboli della Giamaica, sarebbe rimasta un episodio circoscritto, sicuramente non sarebbe arrivata al top delle classifiche nel mondo. È indiscutibile che alla sua straordinaria vicenda abbia dato un contributo decisivo Chris Blackwell, illuminato fondatore della Island Records e gran mogul della discografia mondiale (per lui hanno inciso, King Crimson, Traffic, gli U2), che non solo ha inserito il leader dei Wailers nel circuito internazionale ma, puntando anche sul legame storico che esiste tra la Giamaica e l’Inghilterra, ha fatto sì che il reggae si diffondesse come un virus nella musica di alcune super star del rock, tipo Eric Clapton e Rolling Stones.

Bob Marley musica reggae

MUSICA E RELIGIONE RASTA. Marley è stato un leader naturale, un personaggio dotato di un carisma impareggiabile e della rara capacità di parlare un linguaggio universale. Per la Giamaica è una sorta di santo. E non soltanto per la convinzione con cui sosteneva la religione rasta ma anche per il ruolo di pacificatore nella politica della sua isola, un ruolo che, nonostante si definisse estraneo alla politica, gli costò un tentativo di omicidio.
«Voglio muovere il cuore di ogni uomo nero perché tutti gli uomini neri sparsi nel mondo si rendano conto che il tempo è arrivato, ora, adesso, oggi, per liberare l’Africa e gli africani. Uomini neri di tutto il mondo, unitevi come in un corpo solo e ribellatevi: l’Africa è nostra, è la vostra terra, la nostra patria… Ribellatevi al mondo corrotto di Babilonia, emancipate la vostra razza, riconquistate la vostra terra», arringava Marley, richiamandosi alla filosofia rasta, miscela di cristianesimo e ebraismo.

PROSELITISMO. Naturalmente non è stato un frutto isolato, visto che apparteneva a quella generazione che ha portato il reggae in giro per il mondo e che ha suonato e scritto musica accanto a personaggi come Jimmy Cliff, Peter Tosh, Bunny Livingston, Desmond Dekker, Toots & The Maytals, per non parlare di formidabili strumentisti come Junior Marvin o Aston Barret. La verità è che, come si conviene ai grandi creatori, Marley ha saputo reinventare il reggae esaltandone le componenti soul, rhythm and blues e pop che i musicisti giamaicani ascoltavano alla radio, e consegnandogli una dimensione quasi profetica con testi che sono diventati inni universali alla pace, alla fratellanza, all’uguaglianza, perfettamente allineati con le aspirazioni collettive del suo tempo.
La sintesi perfetta della simbiosi tra Bob Marley e il suo pubblico sta nel concerto di San Siro, a Milano, il 27 giugno del 1980: 100 mila persone riunite in uno stadio per un evento ai limiti del misticismo che rimane uno dei momenti di massimo benessere collettivo nelle vicende musicali (e non solo) del nostro Paese.
Per Bob Marley vale la stessa regola che si può applicare ad altri giganti della musica popolare: non esiste una carriera planetaria senza grandi canzoni. “Jammin’”, “One Love”, “No Woman No Cry”, “Get Up Stand Up”, “I Shot The Sheriff”, “Redemption Song” sono brani che vanno bel al di là del reggae. Sono dei classici. Sul finire degli Anni Settanta, Bob Marley ha fatto scoprire al grande pubblico un nuovo modo di concepire la musica e la vita, ha aperto la strada all’idea di world music, ha imposto sonorità e tematiche che appartenevano al Terzo mondo e riaccostato la musica popolare al pacifismo e all’egualitarismo militanti. Sempre fedele al suo motto: «Chi ha paura di sognare è destinato a morire». Questo sogno adesso appartiene al mondo intero.

PRECEDENTI. Non è la prima volta che nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco (United Nations educational, scientific and cultural organization) entrino beni immateriali. In precedenza sono state dichiarate patrimonio dell’umanità il samba tipico di Bahia, chiamato “samba-de-roda”, creato dagli schiavi negri per le loro feste, ma anche il canto dei tenores, tipico di Nuoro. Nell’elenco ci sono anche l’Opera dei pupi siciliani, la Liuteria tradizionale cremonese, il canto polifonico della Georgia, il Teatro giapponese Kabuki, non ultimi l’arte dei pizzaioli napoletani e i muretti a secco delle nostre campagne.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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