Cultura

Il Maestro e Margherita, quando quel diavolo di Riondino ci mette lo zampino

Nell’ambizioso e audace allestimento del Teatro Stabile dell’Umbria rivivono e vengono trasposti scenicamente - nella riscrittura drammaturgica di Letizia Russo - i tre piani narrativi del celebre romanzo di Bulgakov

«Dunque chi sei?»
«Sono una parte di quella forza che
eternamente vuole il male ed eternamente opera il bene»
(Goethe, Faust)

Visionario, onirico, superbo. Si potrebbe riassumere così l’ambizioso e audace allestimento del Teatro Stabile dell’Umbria in cui rivivono e vengono trasposte scenicamente – nella sapiente e scrupolosa riscrittura drammaturgica di Letizia Russo – le straordinarie, magiche e perturbanti pagine de “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov. I manoscritti non bruciano. E Woland, il diavolo sceso a Mosca sotto le mentite spoglie di un sedicente professore di magia nera per rendersi sorprendentemente conto dell’esistenza di quell’inferno in terra dominato dall’indissolubile problema degli alloggi, restituisce al Maestro lo scartafaccio che quest’ultimo, vinto dalle critiche e preda della disperazione, aveva dato alle fiamme. Non ha certo un animo altruista. Se fa riavere allo scrittore il manoscritto, si spinge a questo passo soltanto perché il romanzo in questione narra la storia “viridica” di Cristo e apre quindi la strada alla seconda venuta del Messia. Ma l’Apocalisse su questo punto è precisa: deve essere preceduta dalla fine del mondo a opera di Satana sceso in terra. Se il demone goethiano vuole giustificare la sua presenza non gli resta che salvare il romanzo, il testo che confuta la narrazione di Levi Matteo, giudicata irriconoscibile dallo stesso Jeshua e che fa conoscere il Cristo autentico. Ma se veramente i manoscritti non bruciano – così come riemerse dalle fiamme del 1930 il romanzo di Bulgakov dopo la gestazione di oltre un decennio – è lecito pensare che la forza della parola conferisca loro anche un’esistenza nuova, autonoma, in grado di stemperare progressivamente gli elementi autobiografici di cui l’autore li ha voluti intessere.

QUANDO L’ADATTAMENTO SUPERA LA FONTE. Realtà o verità? A domandarlo è l’inquietante e macabro personaggio interpretato da un Michele Riondino in stato di grazia che, con il suo diabolico isterico ghigno e il pallore metafisico, ricorda ben più che vagamente il Joker di Heath Ledger. Satana in persona, accompagnato da quel bizzarro corteo costituito da Behemoth il gatto parlante (interpretato da Giordano Agrusta), il valletto Korov’ev (Alessandro Pezzali) ed la strega Hella (Carolina Balucani), sconvolge la pigra routine della capitale sovietica: alle tragicomiche sventure di piccoli funzionari e mediocri burocrati della vita e dell’arte, fa da contrappunto la magica e straziante storia d’amore tra il Maestro e Margherita, sua inquieta e tenera amante. L’adattamento – eccezionale, ironico, poetico, originalissimo – riesce a pieno titolo nell’ardua impresa di condensare le oltre trecento corpose pagine del romanzo, edito per la prima volta sulla rivista Moskva nel ’67 e in versione definitiva sei anni più tardi, ma soprattutto in quella di sbrogliare con coerenza strutturale-stilistica e organicità diegetica i tre piani narrativi spazio temporali, organizzati in un’unica struttura, solida e stabile quanto duttile e agevole. Un incalzante gioco di porte e botole consente rapidi cambi scena allo sfortunato e misero esempio del genere umano che alimenta il carosello di un tripudio attoriale ma soprattutto visivo di preziosa rarità, quasi vi fosse lo zampino allucinato di David Lynch o Charlie Kaufman.
Un’estasi che culmina nell’apprezzamento della meticolosa cura del dettaglio scenico e della precisione da metronomo nelle prove che hanno tenuto costantemente elevata la tensione, originando un poetico e suggestivo climax ascendente che, agile e ben oliato, si alimenta da sé con sortite e sparizioni tra pareti che rinchiudono claustrofobicamente i personaggi all’interno delle parentesi esistenziali di una grande lavagna nera di graffiti, incisioni e scritte senza futuro e senza speranza come in un’inaccessibile gabbia-agorà. Il testo, classico e contemporaneo, si dispiega naturalmente e restituisce tutta la fragile potenza dell’immaginazione alle prese con la crisi irrisolta dei valori, delle ideologie, dei grandi interrogativi e dei rapporti che consustanziano la società. L’adattamento, escludendo solo parte del graffio dell’autore sulla feroce critica contro la dittatura, mantiene il garbato modello di Flaubert nell’umanità e la dolcezza del Cristo, nell’eterea Margherita, e si lascia irretire dalle lusinghe di un altro grande modello quale il “Faust” di Goethe. Le ombre e le contraddizioni dell’inesplicabile tessuto umano emergono in un volo onirico in cui si fondono bene e male, razionale e irrazionale impossibile e grottesco, illusione e verità, miseria e sublime, registro comico e tragico, dando corpo a un caleidoscopio d’emozioni che ruota intono agli interrogativi esistenziali della vita e dell’umano sentire. E non basta la sola arma della ragione a fornire delle risposte.

L’ALLESTIMENTO, nonostante le tre ore di durata, riesce a dipanare con imprevedibili snodi e fluidi passaggi le tre linee narrative del racconto (la discesa moscovita del demone e dei suoi aiutanti, la straziante storia d’amore, la vicenda umana del governatore di Palestina, Ponzio Pilato, chiamato a decidere delle sorti di un innocente) in un tourbillon di registri e di ruoli evocativi e tragicomici tra quelli della sterminata carrellata dei 146 personaggi che popolano il romanzo. Tra quelli umani la codardia è il vizio peggiore? Un prodotto di tal fatta – che ha richiesto tempi di elaborazione e uno studio minuzioso – non si vedeva da tempo, esperienza estetica visiva unica e irripetibile. È “Il vecchio castello” – tratto dalla suite “Quadri di un’esposizione” di Modest Petrovič Musorgskij – ad accompagnare musicalmente le sinistre apparizioni di un luciferino e mefistofelico Riondino, claudicante, cerone bianco, occhi cerchiati e labbra rossissime, foriero di conoscenze e verità che l’umana specie ha timore ad ammettere a se stessa. Una regia acuta quella di Andrea Baracco, soprattutto nell’ininterrotta sequela di rimandi alle inquiete e fuligginose atmosfere, misteriosi vapori tra la passione e la violenza del continuo funambolico dimenarsi dal registro comico a quello drammatico, dal monologo esistenziale al grottesco. La drammaturgia rispetta il testo e non risparmia la complessità e le dipendenze delle tre storie nella prima parte ma le raccoglie poi in una sontuosa e coerente narrazione unitaria nella seconda. La narrazione è ipnotica e aperta all’articolato intreccio, in grado di sovvertire l’ordine e di abbattere confini reali e immateriali. Di primo acchito risulta difficile darne una definizione. Quel che accade in scena è qualcosa di estremamente elegante, sagace ed intelligente (giusto perché Bulgakov non è l’ultimo arrivato e grazie tante). La delicatezza del lessico non chiude la strada a un’ironia feroce; poi, che si ha a che fare col diavolo lo si capisce quasi subito, ma chissà perché non sbilancia neppure la visione. Un po’ ci si spera che quel personaggio così simpaticamente spietato non sia proprio il maligno mentre tutto gira incredibilmente e si rivela vincente al difficile crash test col pubblico. Sulla scena materiali poveri, ma da gran teatro, di Marta Crisolini Malatesta, che firma anche i costumi. Persino il commento musicale originale di Giacomo Vezzani e le sonorizzazioni urlano prestigio e autonoma identità. Quel via vai di aperture e chiusure di sportelli (metaforiche entrate e uscite di scena dal palcoscenico della vita), quei telefoni protesi, quel dinamismo ininterrotto avrebbero ampiamente giustificato un’incertezza, un’esitazione, un rallentamento nel cambio abito. Invece tutto fila in perfetto sincronismo, le soluzioni sono tutte originali e funzionali alla narrazione. Il risultato è un racconto amaro e divertente al contempo, di grande potenza e impatto scenico.

VANGELO SECONDO PILATO. Se la Bibbia è stato il primo libro stampato in Europa e il più venduto al mondo, il romanzo di Bulgakov sembra la naturale, ironica e intrigante continuazione e nemesi. I fatti accaduti in Gerusalemme nel 33 d.C. e culminati con la passione e morte di Jeshua Hanozri (l’iconico attore polacco Oskar Winiarski percorre figurativamente il calvario del Golgota con un ondivago telo rosso) sono materia e nuova versione del “Vangelo apocrifo” di Pilato, con il suo dissidio interiore per una decisione della quale non è convinto. Vero protagonista dell’opera – anche se il suo ruolo appare secondario – è il Maestro, inetto e incapace di reagire, rinchiuso disperato in un manicomio perché autore di un romanzo che suscita una reazione violenta da parte della critica letteraria e accusato com’è di falso ideologico e quindi annientato e distrutto come accadeva nella realtà a tante penne sovietiche degli anni Trenta. La martellante campagna antireligiosa che parrebbe negare il divino invece lo ripropone: il confronto quindi si evolve con un potere avverso alla libertà di manifestazione della creatività e con la necessità di ricercare un alquanto improbabile adattamento. Non si riconosce grande potenza alla letteratura: se il Maestro ha funzione puramente strumentale (alla fine merita soltanto il riposo ma non la luce per aver commesso l’irreparabile colpa di aver cercato di disfarsi del suo romanzo, tradendo così lo stesso Redentore) l’ironia e la critica sono rivolte al modello burocratico del sistema sovietico post rivoluzione. Ad avere vigore è la parola pronunciata, quella stessa che – se scritta – corre il pericolo di essere travisata, come insegna la storia di Levi Matteo.
Con i suoi precisi riferimenti apocalittici e demonologici, lo spettacolo va goduto prima che letto e studiato. Protagonista sullo sfondo è una Mosca atea, pur vista con gli occhi della fine degli anni trenta, ma che risulta fissa, atemporale, ipostatizzata, al periodo tra l’esaurimento della Nep e l’inizio della collettivizzazione, popolata da figure che non conoscono più evoluzione, e puro spazio scenico traversato da maschere e da personaggi-idea, contrapposta specularmente al mondo del sacro. La cupa Mosca si libera dalla condanna a luogo privilegiato della temporalità russa, si presenta non più come soggetto di trasformazione storica ma identità estranea alla storia stessa. E per affrancarsi sensibilmente dalla sua missione messianica “Il Maestro e Margherita” ricerca una parvenza di normalità nell’assoluta anormalità della Nuova politica economica voluta da Lenin, tentando di fermare il tempo nel caos, delegandone la soluzione a potenze esterne e soprannaturali. Sganciata la città dal suo ordito storico, ricerca una fissità anche sensoriale che la liberi dal tragico destino tutto calato nel fluire implacabile della storia. Elemento comune a tutti è in fin dei conti il rifiuto del destino assegnato. Mosca, il Maestro, Pilato, Jeshua tentano di sfuggire a quell’inesorabilità con cui non a caso il romanzo si apre: basta dell’olio versato per innescare una irriformabile catena di eventi. Che a garantire l’intangibilità di questa catena e a rompere il rigido sistema di regole e soprusi scenda in terra Woland, il diavolo in persona a metterci lo zampino, forse non è soltanto un paradosso. Il suo arrivo identifica in Mosca il mondo che deve finire, nonostante il rifiuto delle sperimentazioni stilistiche delle avanguardie.

QUEL DIAVOLO DI RIONDINO. Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov” scrive «se il diavolo non esiste ma l’ha creato l’uomo, l’ha certamente creato a propria immagine e somiglianza». E così intromettendosi nella conversazione tra il poeta Ivan e l’intellettuale Berlioz, il demone presagisce la vicina morte dello stesso membro dell’associazione letteraria sovietica – la Massolit – che ha sede presso la Casa Griboedov, luogo di convegno dell’alta società moscovita, salvo poi prendere possesso della casa del defunto e portare scompiglio tra i dipendenti del Teatro di Varietà. Riondino – un po’ come accade nel “Faust” – incarna quella “potenza che vuole costantemente il male e opera costantemente il bene”, muovendosi in scena con sbalorditiva efficacia e creando un Lucifero che dà corpo ai malesseri diabolici che ci portiamo dentro. Anziché illuminare la scena la riempie di cupezza, volteggiando tra sinistri gesti stizziti e rari sprazzi di pura umanità. Riondino non pretende di essere il diavolo, ma anela a diventarlo in un personalissimo percorso negli eleganti panni che indossa. Sale sul palco da uomo per interpretare qualcosa che è solo immaginario: il risultato è seducente, perché talmente soggettivo da svelare sempre il volto dell’attore al di là delle infinite maschere. L’umanità resta al centro: «se Dio non esiste, allora, mi domando, cosa dirige la vita umana e in generale tutto l’ordine della terra?». Con la sua ordinaria quotidianità e piglio espressionista promette cose senza chiedere – troppo – in cambio. Realizzando il desiderio di Margherita di poter ritrovare il Maestro, propone il sentimento come uno strumento in qualche modo delicato e spinato, come solo una cosa pensata dal diavolo e gestita dagli umani può essere. Con sangue d’attore e un’eccellente caratterizzazione del personaggio, la prova di grande impatto emotivo pone il pubblico di fronte ad alcuni dei grandi interrogativi dell’umanità: alla fine, secondo Bulgakov, è il male a salvare i buoni e la punizione, il castigo, non si abbatte sugli inetti ma sui burocrati e sui segmenti della società considerati ingranaggi dell’ordine opprimente.

Il Maestro e Margherita

L’UMANITÀ DEL DIAVOLO CHE BULGAKOV CONOSCEVA. L’amore non è celeste, il potere invece sì. Se Dio è il signore del cielo, capace di prender le decisioni giuste per un mondo che gira sul suo dito indice, se Gesù è solo un’altra trascurabile vittima di un disegno che è corretto per definizione, il Pilato di Francesco Bonomo è invece un giudice triste e tutto umano – tormentato dal mal di testa per l’incapacità di comprendere la bellezza e il messaggio salvifico di Cristo – che prende decisioni che qualcun altro ha già scritto per lui, consapevole comunque di non aver fatto ciò che giustizia terrena vorrebbe, perché scegliere è facoltà esclusiva di un Dio che in ogni caso i nostri personaggi non sembrano avvertire. Se Satana è portatore di luce e conoscenza («mia è la libertà, mia la rivolta») e in uno dei monologhi finali difende la propria funzione positiva in mezzo agli uomini («come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose») perorando la causa del suo antagonista e affermando l’esistenza di Dio, senza il quale neanche lui potrebbe esistere, è la monumentale Margherita di Federica Rosellini la vera eroina. Fresca, ipnotica, docile amante segreta e poi strega crudele, emerge per contrasto nel dinamico personaggio che determina, insieme a Woland, lo scorrere degli eventi. Basta una crema magica a trasformarla in regina del sabba celebrato dal circo demoniaco. Superba e sicura la prova convulsa e l’intensa recitazione en déshabillé sull’altalena, corda melliflua che fluttua a indicare il mare. Nelle scelte fatte per amore del Maestro si emancipa dalla sua condizione di piccola borghese ed ecco il tema del male e del cannocchiale rovesciato (dal piccolo bene al sommo male e dal sommo male al piccolo bene, e viceversa) a fare il suo ritorno. È lei a scegliere Woland per il suo bene, mentre il Maestro vorrebbe solo dimenticare. «Tutto sarà giusto, è su questo che è costruito il mondo»: Margherita accetta di uccidersi pur di liberarsi dall’ingranaggio perverso della società dalla quale si sente estranea ed estraniata. Si uccide e uccide il Maestro, agisce, non subisce e l’ordine costituito viene rotto, per sempre, mentre il passaggio attraverso le porte dell’Inferno dei due amanti è atto simbolico dell’avvenuta rivoluzione, tutta femminile. Non potendo essi meritare la luce, devono accontentarsi della pace immortale con la quale trovano riposo grazie a Woland, che rinfaccia al divino antagonista il dolore degli esseri umani che rifuggono il dono della vita.
Tutto ciò che accade in scena riesce a spezzare la barriera tra realtà e finzione e favorisce l’immaginazione e la materializzazione di cose che non esistono: può volare in aria una testa mozzata, una strega dondolare vestita solo di una crema magica, oppure semplicemente uno specchio flessibile creare effetti onirici. Il diabolico (dal greco “diabàllo”/ “separare”) allestimento si rivela un esperimento divisivo, corale e impervio, faticoso. ;a il giudizio è unanime e il successo applauditissimo. Mentre “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones accompagna i saluti finali, il pubblico affascinato non può negare il meritato tributo agli undici impeccabili interpreti capaci di costruire, nel continuo trasformismo tra i molteplici ruoli, figure sempre nuove e coerenti che favoriscono l’incontro col nuovo personaggio. Si distinguono Carolina Balucani (Hella / Praskov’ja / Frida), Caterina Fiocchetti (Donna che fuma / Natasha), Michele Nani (Marco l’Ammazzatopi / Varenucha), un versatilissimo Francesco Bolo Rossini (Berlioz / Lichodeev / Levi Matteo) e Diego Sepe (Caifa / Stravinskij / Rimskij). Alessandro Pezzali è un elegante e irreprensibile valletto di Satana così come Giordano Agrusta un gatto parlante davvero memorabile. Behemot, Azazello, Hella, Korov’ev non potevano essere immaginati in modo più vivido e verosimile. Le scene riescono a rimarcare momenti di alta drammaticità, come quando il telo rosso ricopre il corpo del Cristo dopo la deposizione, alla fine del primo atto, rimandando immediatamente al pathos della deposizione di Michelangelo. Tutto passa per una e per mille storie, a prova forse che il concetto di eterno è più umano di quel che pensiamo e che i demoni – almeno quelli interiori – si sconfiggono con l’ironia e la problematizzazione. Nonostante la sua crudeltà, è inevitabile che Woland una qualche simpatia la susciti, oltre al fascino del proibito al quale nessuno, lungo l’arco della propria esistenza, ha saputo o voluto resistere.

Tags

Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
Close