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Da Trump a Salvini: quando un tweet può far danno

Dieci anni fa sarebbe stato impensabile che i social potessero influenzare l’andamento delle borse o compromettere operazioni di polizia. Invece basta un tweet per cambiare il corso degli eventi

La propaganda, spesso, provoca danni. Il tentativo del ministro dell’Interno Matteo Salvini di capitalizzare consensi sui social ha rischiato di compromettere le operazioni della polizia. Così come dall’altra parte del mondo una serie di tweet del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla cosiddetta “guerra commerciale” con la Cina ha contribuito a far crollare le borse. La filosofia di Twitter secondo cui «chiunque dovrebbe avere la possibilità di creare e condividere idee e informazioni istantaneamente, senza barriere» è estremamente condivisibile. Per la maggior parte di noi, le conseguenze di un cinguettio “sbagliato” sono trascurabili. Ma non per i rappresentanti delle istituzioni. La portata delle loro dichiarazioni dovrebbe costituire una barriera che li spinge a ponderare attentamente ogni singolo carattere da digitare sui social network.

I TWEET DI TRUMP FANNO CROLLARE WALL STREET. Il presidente degli Stati Uniti non è nuovo a tweet irresponsabili dettati dall’impulsività. Tra i più “pericolosi” ricordiamo quello contro la Corea del Nord di Kim Jong Un: «Qualcuno del suo regime lo informi che anch’io ho un pulsante nucleare, ma è molto più grande e molto più potente rispetto al suo, e il mio pulsante funziona!». Se quella volta i tweet di Trump potevano avere la pesante conseguenza di una guerra nucleare, adesso rischiano di far saltare i negoziati con la Cina con delle ricadute sui mercati finanziari. Dopo avere annunciato nel weekend di avere trovato un accordo con la Cina per sospendere l’introduzione di dazi sugli scambi commerciali, martedì Trump ha sostanzialmente dichiarato il contrario sostenendo di essere “l’uomo dei dazi” e di volere proseguire sulla strada della tassazione delle importazioni. La notizia ha aggiunto nuove incertezze tra gli investitori, già preoccupati dalla possibilità di una crisi economica.

L’accordo commerciale, stretto in Argentina a margine del G20, prevedeva una tregua di 90 giorni sui dazi ed impegnava la Cina ad acquistare prodotti agricoli dagli Usa. Trump è intervenuto direttamente sul tema pubblicando alcuni tweet molto aggressivi e nuove accuse nei confronti del governo cinese. Il presidente Usa ha invitato la Cina ad acquistare «immediatamente» i prodotti agricoli statunitensi e messo in dubbio la possibilità di stringere «un accordo vero e proprio» con il governo cinese. Trump contraddice sé stesso con l’unico risultato di far crollare le borse, con pesanti perdite per alcune delle più importanti aziende statunitensi che più dipendono dalle esportazioni e dalle importazioni di prodotti sul mercato cinese.

IL TWEET DI SALVINI CHE ANTICIPA UN BLITZ. Anche in Italia i rappresentanti del governo sono affetti dalla sindrome del tweet facile. E Salvini non fa eccezione. Il ministro dell’Interno condivide sui social informazioni (sbagliate) su una serie di arresti che non sono ancora stati eseguiti. Tutto nasce da un tweet di Salvini che dà conto di due operazioni delle forze dell’ordine, una a Palermo contro la «nuova cupola di Cosa nostra» e un’altra a Torino dove, scrive, «15 mafiosi nigeriani sono stati fermati dalla Polizia». È proprio questa informazione a mettere in allarme la procura di Torino che conduce l’indagine e spingere il procuratore capo Spataro a redarguire Salvini con una dura nota: «Ci si augura che per il futuro il ministro dell’Interno eviti comunicazioni simili o voglia quanto meno informarsi sulla relativa tempistica al fine di evitare rischi di danni alle indagini in corso». Insomma per Spataro il ministro avrebbe compromesso l’operazione non rispettando «prassi e direttive vigenti nel Circondario di Torino» sulla diffusione di notizie riguardanti indagini di questo tipo. Ma se questi fatti fossero successi venti anni fa, ma anche dieci anni fa, prima che lo smartphone ci mettesse “il mondo in tasca” e prima che Zuckerberg ci convincesse a crearci una vita social, il ministro dell’Interno avrebbe chiamato al Viminale il consigliere per la comunicazione e assieme avrebbero valutato come cavalcare la notizia. Allora avrebbe deciso di scrivere un comunicato stampa, inviarlo alle agenzie ed in seguito alle varie redazioni giornalistiche. Si trattava di un iter più articolato che magari avrebbe dato il tempo alle forze dell’ordine di completare l’operazione, senza fuga di notizie. Ma senza dubbio la comunicazione sarebbe stata più attenta, approfondita e meditata. Oggi per fare un tweet non serve un consigliere, un portavoce, una agenzia di stampa o una redazione giornalistica. E soprattutto non serve spiegare, approfondire e meditare. Per fare un tweet e cambiare il corso di una storia basta un attimo.

LEGGI ANCHE: Quel tweet di Salvini che anticipa un blitz delle forze dell’ordine

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