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Perché l’arresto della Cfo di Huawei mette in crisi la tregua Usa-Cina

Il colosso cinese delle telecomunicazioni è da tempo ostaggio nella guerra commerciale intrapresa da Trump. Il fermo della figlia del fondatore del gruppo è diventato un caso diplomatico

Doveva esserci una tregua nella guerra commerciale tra Usa e Cina, ma un arresto potrebbe compromettere tutto. Su mandato di cattura americano, con richiesta di estradizione, la polizia del Canada ha arrestato la chief financial officer (cfo) di Huawei, Meng Wanzhou, che è anche la figlia del fondatore del gruppo, Ren Zhengfei. La richiesta di arresto statunitense riguarderebbe la violazione dell’embargo nei confronti dell’Iran e arriva proprio nel giorno in cui Huawei viene bandita da British Telecom per «rischio spionaggio». L’arresto è già un caso diplomatico e il timore che faccia naufragare i tentativi di distensione tra Usa e Cina ha affossato i mercati.

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Meng è stata bloccata sabato scorso all’aeroporto di Vancouver in Canada, durante una tappa di trasferimento in un volo intercontinentale, proprio mentre a Buenos Aires Donald Trump e Xi Jinping discutevano a cena sulla guerra dei dazi e decidevano una tregua di 90 giorni per risolvere il contenzioso. Nei giorni seguenti i rapporti tra i due paesi sono nuovamente peggiorati in seguito ad alcuni tweet molto aggressivi di Trump. L’arresto di Meng aggiungerà probabilmente nuovi elementi di scontro tra i due paesi.

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Huawei già da tempo è diventata ostaggio nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Il gigante delle telecomunicazioni cinese è accusato da Washington di «operare per minare gli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti», come ha detto subito dopo l’arresto il senatore repubblicano Ben Sasse. Accuse e sospetti di possibile spionaggio che si rincorrono da anni. E dopo aver bandito i dispositivi Huawei dal territorio americano, la Casa Bianca sta cercando di scoraggiare i Paesi alleati (compresa l’Italia) dal dotarsi di sistemi di telecomunicazioni made in China. Huawei, pur essendo privata, è strategicamente importante per le ambizioni di supremazia economica della Cina, nel campo della tecnologia 5G, ed è per questo che è stata presa di mira dal governo Trump.

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L’ambasciata cinese a Ottawa ha inoltrato una protesta formale nei confronti di Canada e Usa, e ha sottolineato che Meng «non ha violato leggi statunitensi o canadesi». Questo tipo di azioni, prosegue la nota, «danneggiano gravemente i diritti umani della vittima» e quindi l’ambasciata cinese chiede a Usa e Canada di «correggere immediatamente» l’errore e di rimettere in libertà la Cfo di Huawei. A rendere ancora più incandescente questa vicenda c’è l’accusa: violazione delle sanzioni contro l’Iran. Sembra non si tratti di quelle più recenti reintrodotte dall’amministrazione Trump dopo la denuncia dell’accordo nucleare. Ma Huawei era sospettata di aggirare sanzioni dal 2016, quindi dai tempi di Obama, e in tal caso la violazione si riferirebbe a un regime di embargo riconosciuto dalla comunità internazionale. Huawei è conosciuta in Europa soprattutto per i suoi smartphone, ma l’azienda ha una grande rilevanza anche nel settore delle telecomunicazioni, per il quale produce sistemi e apparati per la trasmissione e la gestione dei dati. Molti Paesi basano parte delle loro reti di telecomunicazioni sulle soluzioni prodotte da Huawei. Alcune delle tecnologie utilizzate dal colosso cinese derivano da brevetti statunitensi, utilizzati sotto licenza, che quindi non potrebbero essere vendute ai paesi verso i quali sono state stabilite sanzioni. Nei mesi scorsi si era ipotizzato che gli Stati Uniti stessero indagando Huawei proprio per le sue attività commerciali in Iran.

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