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Quali prospettive per il futuro delle città

I centri storici come nuove periferie: porzioni di territorio che perdono progressivamente abitanti, negozi e identità. Il futuro? È legato al recupero della cultura e della bellezza

Negli ultimi quattro decenni quasi tutte le città europee hanno attraversato cambiamenti intensi favoriti dalla crescita esponenziale dello scambio di informazioni e da un percorso di ricerca che si è sviluppato intorno ai due grandi cambiamenti che hanno dovuto affrontare. Da una parte gli effetti della rivoluzione tecnologica e dall’altra le condizioni per una convivenza interetnica e multiculturale di una moltitudine di persone che affluiscono, sempre più, da altri continenti verso le città della vecchia Europa.

L’assoluta novità è stata e continua ad essere il ritmo travolgente della “rivoluzione informatica” che Corrado Beguinot (Ordinario di urbanistica dell’Università di Napoli, scomparso da appena un anno) con grande intuizione e determinazione profetizzò già dagli anni Ottanta: la trasformazione radicale del modello di città per effetto dell’innovazione tecnologica. Beguinot, insieme a numerosi studiosi e ricercatori della città di varie parti del mondo, ha redatto e scritto una nuova carta dell’urbanistica. Una carta in grado di indirizzare azioni e comportamenti per il recupero ed il governo della città, per mettere le basi e dare forma alla città del futuro, e per contenere gli effetti negativi dovuti fin da allora ai cambiamenti climatici, all’abbandono dei centri storici verso le nuove periferie urbane, proclamando la città consolidata, luogo di pace e speranza. Tuttavia i buoni propositi contenuti nella nuova carta di “Megaride ’94” sono rimasti soltanto tali perché la governance del Paese non è riuscita a gestirli. Fatale è stato l’avvento dell’impresa capitalistica, che ha soppiantato ed eliminato completamente il sistema premoderno delle corporazioni artigiane, delle municipalità e dei centri di aggregazioni tradizionali (circoli, parrocchie). Il capitalismo, dice Baumann, ha prodotto una massa di estranei nell’ambito della città, ha alienato al rango di modello normale e praticamente universale i rapporti umani, rendendo l’unica forma ammissibile e desiderabile tale rapporto solo se correlato al vincolo del denaro e degli affari. I centri storici che, per definizione, sono i tessuti urbani che più dovrebbero raccontare l’identità di un luogo, mentre per incapacità delle amministrazioni locali la stragrande maggioranza di essi sono diventati le nuove periferie: porzioni di territorio che perdono progressivamente abitanti, identità, tradizionali negozi storici, imprese e persino la sede delle principali istituzioni sfumando i luoghi in immagini deformate.

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Un’emorragia che ha colpito prima di tutto il patrimonio residenziale, spesso in stato di abbandono. Ma esiste una speranza attendibile per il futuro delle città? Il futuro è legato al recupero della cultura, e la cultura, insieme alla bellezza, salverà il mondo. Dunque bisognerà riannodare il rapporto tra le comunità degli abitanti ed il contesto ambientale dentro cui vive l’uomo, al quale ancora resta un minimo di consapevolezza per comprendere la propria storia e la propria identità per un’inversione di tendenza al degrado delle città. La cultura, infatti, rivela l’uomo all’uomo ed è generatrice di bene comune e di benessere. La cultura cagiona competitività al Paese e attrae investimenti, determina efficienza, sicurezza e vivibilità alle città che ospitano oltre il 50% della popolazione mondiale. Allo stesso tempo dobbiamo prendere atto dei flussi dell’economia di tipo prevalentemente finanziario che tendono a soffocare l’economia reale tanto da condizionare l’insieme della vita umana sul pianeta e sconvolgere l’idea storica di città. La globalizzazione mediante i media rende vicino quel che è lontano, ma allontana i vicini, tanto da rivoltare i vecchi modi del vivere insieme. Prendere atto altresì di una involuzione civile caratterizzata da conflitti: conflitti generazionali per assenza di dialogo autentico; conflitti relazionali, familiari (nessuno è disposto ad ascoltare l’altro, nessuno intende cedere sulle proprie idee); conflitti sociali che generano una distanza crescente che allontana sempre di più la ricchezza dalla povertà. Le relazioni, lo scambio di idee sono un concreto antidoto ai conflitti e la città contemporanea non aiuta a frenare questo disagio conflittuale per l’assenza di luoghi d’incontro, anzi aiuta ad isolarsi maggiormente.

Prendere atto della necessità di valorizzare i beni culturali e paesaggistici, tenuto conto che essi costituiscono la memoria, valore identitario, che hanno un elevato potenziale sulla qualità della vita e del benessere delle persone, in quanto risorsa economica. Cultura, bellezza, armonia e decoro incidono sensibilmente sul benessere della persona umana. La città deve essere generatrice di bellezza, di armonia e decoro, con la speranza attendibile che si avviino nuove strategie per lo sviluppo economico e sostenibile e che le amministrazioni locali e regionale si sentano sollecitate a porre in essere, senza ulteriori indugi, tutte le iniziative per liberare le risorse economiche per la rigenerazione urbana, per un giusto utilizzo dei beni di proprietà dei singoli e dei comuni. Su questo crinale di luci e di ombre si impone all’attenzione delle amministrazioni locali, degli Organi del Governo, sensibilizzandoli a questo snodo cruciale del problema del bene comune, per creare le premesse affinché le nostre città possano essere un polo attrattivo di investimenti, anche europei, capaci di rigenerarne lo splendore e l’economia.

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Cesare Capitti

Architetto, già Dirigente Capo Servizio del Dipartimento Urbanistica della Regione Siciliana. Cultore del Settore ICAR 21 Urbanistica, presso il Dipartimento di Progetto e Costruzione Edile della Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Palermo. Esperto di restauro e recupero di Centri Storici. Autore delle pubblicazioni “Governo del territorio e dottrina sociale della chiesa in architettura, urbanistica, ambiente e paesaggio” (Qanat 2013) e "La città della speranza" (Qanat 2016).

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