Italia

Italia sfiduciata e incattivita: cosa ci dice l’ultimo rapporto Censis

Un Paese che arranca, che vede nello straniero un pericolo, che ha paura del futuro. È la fotografia in bianco e nero della situazione sociale italiana che viene fuori dal 52° rapporto dell’Istituto di ricerca socio-economica

Se c’è una parola che più di altre ricorre nel 52° rapporto Censis è cattiveria. L’Italia dopo aver visto sfiorire prematuramente la ripresa economica si è riscoperta incattivita. Ma non solo. Un Paese sempre più impoverito, vecchio, spopolato e sfiduciato. «Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive», sintetizza il Censis. A rendere cattivi gli italiani è l’economia che non decolla, il patto sociale che si è rotto, i consumi delle famiglie che non ripartono, la produzione industriale che ha incominciato a flettere, i salari che non crescono. Forse basterebbe un solo dato a riassumere la crisi di un’Italia dove l’economia non soltanto non decolla ma è stagnante da davvero tropo tempo: in 17 anni il salario medio degli italiani è aumentato di 400 euro l’anno, che poi sarebbero 32 euro se calcolati su 13 mensilità. In Francia nello stesso lasso di tempo si sono trovati oltre 6 mila euro in più l’anno, in Germania quasi 5 mila.

Un’altra espressione che ricorre nel rapporto Censis è «sovranismo psichico», usato per raccontare la nostra subordinazione mentale alla ricerca di un sovrano autoritario a cui chiedere stabilità. Un sentimento che si basa su un ascensore sociale che si è rotto o, forse, non ha mai funzionato. Meno di un italiano su 4, il 23% contro una media europea del 30% (i picchi sono in Danimarca a quota 43% e in Svezia al 41), pensa di avere una situazione socio economica migliore di quella dei propri genitori. Inoltre, il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. È facile capire come tutto questo generi un pessimismo che si è strutturato negli anni. Il Censis ci dice che oggi più di un italiano su tre, il 35,6%, è pessimista perché scruta l’orizzonte con delusione e paura e soltanto il 33,1% ha un po’ di ottimismo.

Il pessimismo tocca anche la politica: per il 49,5% degli italiani i politici sono semplicemente tutti uguali, ma questo purtroppo lo pensa il 73 dei giovani under 35. Del resto lo si vede nelle urne: in cinquant’anni, dal 1968 ad oggi, gli astensionisti si sono triplicati (passando dall’11,3% al 28,4%) e oggi sono un popolo di 13,7 milioni alla Camera e 12,6 milioni al Senato. Nel mirino dei “cattivi sovranisti” italiani finiscono soprattutto gli stranieri: il 69,7% degli italiani non vorrebbe i rom come vicini di casa e il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani. La quota raggiunge il 57% tra le persone più povere. Da qui la conclusione del Censis: «sono i dati di un cattivismo diffuso che erige muri invisibili ma spessi». I più bersagliati, inoltre, risultano gli extracomunitari: il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione dei Paesi non comunitari contro una media Ue al 52% e il 45% non tollera anche quelli comunitari (in Europa la media è al 29%). I più ostili sono gli italiani più fragili: il 71% di chi ha più di 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Ma perché tanta ostilità? “Gli stranieri tolgono il lavoro agli italiani” è la risposta del 58%, per il 63% sono un peso per il welfare mentre il 37% crede che il loro impatto sull’economia sia favorevole.

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