Binge Watching, quando la serialità diventa una patologia (e una dipendenza)

Sulle piattaforme di streaming tutte le puntate delle nuove stagioni una dietro l’altra: è gara a chi le finisce per primo

Uno sport per pantofolai e incalliti cinefili. Potremmo riassumere così l’ossessione, da parte degli utenti delle piattaforme streaming, di ultimare la visione in sequenza di molteplici episodi o di fagocitare un’intera stagione della serie tv preferita in un sol colpo, anche nel giro di meno di 24 ore e in interminabili bulimiche sessioni notturne. Persino l’Oxford Dictionary si è scomodato e al lemma “Binge Watching” riporta “guardare più episodi di un programma televisivo in rapida successione, di solito attraverso dvd o usando lo streaming”. Ed è opportuno precisare, nel medesimo luogo e nella medesima circostanza. Treccani recita: “Visione ininterrotta di una grande quantità di episodi appartenenti a una serie televisiva, che è interamente disponibile in rete o in cofanetti”. Gli estremisti possono, così, spingersi anche a maratone di 10-15 episodi da 40-50 minuti ciascuno. Una media di quasi dodici ore di visione ininterrotta. Complice anche l’avvento di Netflix, che ha fatto definitivamente detonare il caso “Binge Racing”: lo scopo intrinseco e malcelato è quello di essere tra i primi a finire tutte le puntate dello show appena andato in onda.

Tra il 2013 e il 2018, Netflix ha rilevato che il numero dei binge racer, in appena un quinquennio, è aumentato di ben quaranta volte passando da 200mila a 8,4 milioni in tutto il mondo. Un incremento esponenziale che deriva dal numero sempre più alto di produzioni. Essere i primi a divorare una storia – che si tratti dell’ultima pagina di un bestseller come Harry Potter o del delicatissimo epilogo della serie tv preferita – genera inconsciamente una sensazione unica e indescrivibile. E se fino a qualche anno fa il fenomeno era limitato a chi acquistava cofanetti delle serie tv o a chi le scaricava illegalmente da internet, l’espansione globale di servizi di streaming come quelli di Netflix, Amazon Prime o Hbo Now la serve sul piatto d’argento: da tablet, smartphone e pc – anche mentre sei a letto – puoi guardare i tuoi contenuti preferiti come non hai mai fatto prima, e non c’è nulla di più bello di uno show che riesca a coinvolgere i suoi spettatori e ad accendere la passione di chi lo guarda. L’utenza è alla ricerca ostinata di un modo per seguire in real time gli episodi, senza aspettare la programmazione italiana, da sempre fanalino di coda in questo settore, per questione di diritti televisivi. Lo streaming ovvia, così, a questa problematica mentre gli Skybox, dove intere stagioni vengono caricate e sono a disposizione degli spettatori, spingono i consumatori ad una fruizione del prodotto televisivo differente dall’appointment viewing. Questo comportamento, quasi inconsapevolmente, sfida i palinsesti originari, che prevedono che gli episodi siano visti a distanza di giorni l’uno dall’altro. Così alcuni produttori hanno modificato l’impianto dei contenuti per venire incontro alle nuove modalità di fruizione.

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LE RISULTANZE DEGLI STUDI. Il fenomeno della visione smodata, tuttavia, può addirittura risultare nocivo per la salute fisica e psicologica di quanti ne fanno indigestione. A lanciare l’allarme è uno studio pubblicato sul Journal of Cinical Sleep Medicine coordinato da Jan Van den Bulck, docente di psicologia dei media all’Università del Michigan, che, coadiuvato da un apposito team, ha reclutato un campione di 423 soggetti di età compresa tra 13 e 49 anni e li ha sottoposti a un questionario studiato per valutare la qualità del sonno e le abitudini di consumo di contenuti video. Risultato? Coloro che si sono autoidentificati come binge watchers – “appena” il 75% del campione – hanno mostrato una probabilità di insonnia del 98% superiore agli altri. Oltre al tempo che si sottrae al sonno pur di vedere quell’ultima – è sempre l’ultima, almeno nelle intenzioni – puntata, a compromettere la capacità stessa di addormentarsi è la cosiddetta ‘eccitazione cognitiva’, termine che indica il momento in cui la mente si attiva davvero, sorpresa o incuriosita, calamitata. Durante la visione, per la maggior parte del tempo, l’eccitazione cognitiva è limitata e non si ha nemmeno la percezione del tempo trascorso davanti al mezzo. Inizialmente gioca il fattore riflessivo, si segue uno scopo, poi, durante la visione, subentra un’impulsività, all’interno di un meccanismo di rinforzo contingente. E il desiderio, una sorta di piacere colpevole e soggettivo diventa un modo per raggiungere la soddisfazione, ma può poi diventare incontrollato: s’inizia con una puntata, poi due, poi tre e, senza accorgersene, si è finiti per passare il fine settimana di fronte allo schermo. C’è poi anche un effetto-durata. Guardare per tre o quattro ore Twin Peaks o Game of Thrones significa rimanere a lungo in quel mondo. Una full immersion. E le serie sono fatte apposta per non concedere mai quel senso finito di chiusura – il sollievo di sapere che tutto è finito – che solo un film può darti.

DIPENDENZA O FENOMENO DI MASSA? L’ingordigia televisiva non comprende unicamente comportamenti potenzialmente dannosi per la vita del soggetto ma implica comunque la perdita di controllo, che però si configura soddisfacente per chi la attua. Le serie tv stimolano il cervello ma ansia, iperattività e isolamento possono essere conseguenze dell’abuso. Con la serialità in streaming la risposta a ogni interrogativo dello spettatore è a un solo click di distanza. Oggi è così automatico, naturale. La decisione sofferta, piuttosto, è quando interrompere la visione. O, ancora peggio, sapere di dover scendere prima o poi a patti col fatto che la stagione finirà e ci sarà persino una season finale, un episodio a cui non ne seguiranno mai più altri. Quando una serie giunge al termine per molti la sensazione è quella traumatica di un vero e proprio lutto, accompagnato dalla percezione che qualcuno li abbia abbandonati. Fondamentale in tutto ciò è la ricerca di emozioni, di quell’imprescindibile relazione con i personaggi, solida quasi quanto un rapporto reale ma con un’intensità minore. Secondo la psicologa Emily Moyer-Guse della Ohio State University possono seguire sintomi depressivi e un senso di angoscia e smarrimento, manifestazioni che possono ricorrere anche tra la fine di una stagione e l’altra, del tutto simili a quelle derivanti dalla fine di una storia d’amore. Sì, perché ai personaggi ci si affeziona come in una teleamicizia che rende un personaggio vivo, concreto, carnale. Non solo modelli quanto compagni, individui che crescono, sbagliano, rimediano, cambiano. In 3-4 stagioni di 20-23 episodi ciascuna c’è tempo per cadere e rialzarsi, per sbagliare e rimediare, il tempo scorre similmente alla vita e non è legato alla pellicola da 90 o 120 minuti.

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Da un sondaggio commissionato da Netflix su 1500 streamers emerge che circa il 61% ha praticato binge watching almeno una volta alla settimana; altri dati di MarketCast rivelano che il 67% degli Americani tra i 13 e i 49 anni praticano maratone televisive, in casa e in solitudine. Una fuga dalla realtà, un’istanza di evasione che a volte sfocia nell’alienazione. Gli abbonati italiani – affetti da dipendenza soprattutto per Breaking Bad e Atypical – si classificano solo al diciannovesimo posto. Sul podio Canada, Stati Uniti e Danimarca. «La vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione» sentenziava Woody Allen in “Mariti e mogli” (1992). E aveva ragione. Non sappiamo cosa la vita, al giorno d’oggi, imiti. Ma gli ottimi prodotti dell’industria televisiva e della serialità finiscono quasi per oscurare quella reale. Siamo avvisati.

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Marco Fallanca

Direttore di Produzione del TaorminaFilmFest. Già giurato, consulente e responsabile delle relazioni esterne. Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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