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I corrotti e gli evasori votano, i burocrati di Bruxelles no

La chiave del successo elettorale è ben tracciata: trovare un nemico esterno su cui canalizzare a proprio uso e consumo quel disagio sociale, ampiamente comprensibile e giustificato, sin qui rimasto inascoltato

Tutta colpa di quel 131% ci dicono dall’Europa. Ma l’Italia è davvero un Paese così tanto indebitato? Se osserviamo in modo isolato il dato del debito statale, la risposta è evidentemente affermativa. Ma se guardiamo al debito complessivo, cioè aggiungendo anche quello di famiglie e imprese, il quadro che ne viene fuori risulta essere ben diverso. Infatti, come possiamo osservare nel grafico in basso, se escludiamo i Paesi emergenti, siamo addirittura tra quelli (complessivamente) meno indebitati al mondo.

Rapporto Debito Pil Fig 1

Si aggiunga che la ricchezza finanziaria (al netto di immobili e terreni) in mano agli italiani attualmente ammonta a circa 4.400 miliardi, una cifra quasi doppia rispetto al famigerato debito pubblico. Se tanto mi dà tanto, dunque, sembra che la  vituperata austerity imposta dalla Matrigna Europa sia andata a colpire in modo mirato i conti dello Stato, mantenendo in buona salute le altre componenti. È pertanto logico dedurre che, ragionando in termini relativi con gli altri Paesi, non siamo in presenza di un impoverimento generale della nostra nazione bensì di una cattiva distribuzione delle risorse all’interno del nostro Paese. E bisogna altresì considerare che i dati sopra esposti, in quanto dati medi,  non evidenziano la loro iniqua collocazione tra le varie classi sociali, oggetto di una crescente divaricazione in termini di reddito e ricchezza posseduta. Per intenderci, i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Proseguendo la nostra analisi, a ben guardare, il nostro primario problema (per la verità non solo italiano) appare più politico che strettamente economico. Le cifre che abbiamo sin qui rappresentato dimostrano che lo Stato è stato depredato negli anni da quei soggetti che potremmo definire “privilegiati”, ovvero coloro che occupano una delle innumerevoli posizioni di potere a cui, assieme ai loro “amici”, si consente da decenni di usufruire di benefici economici non dovuti, riconducibili ad un sistema corrotto, iniquo, inefficiente, sprecone, con un apparato giudiziario famoso per i tempi biblici con cui vengono emesse le sentenze.

Un Paese dove pagare le tasse è da fessi (tanto prima o poi arriva l’immancabile condono “liberatutti”) e che pertanto registra una evasione stimata in qualcosa come 132 miliardi di euro. E ancora, uno Stato vittima di una Europa matrigna che però gli ha messo a  disposizione 1,65 miliardi nel 2014-2020 per digitalizzare la Pubblica amministrazione, ma che finora è riuscito a spenderne soltanto il 3% (50 milioni scarsi). A cosa serve dunque il braccio di ferro con l’Europa a cui stiamo chiedendo di poter aumentare il deficit, ovvero la spesa pubblica, se poi è questo l’inefficiente sistema che, immutato, essa andrà ad alimentare? Perché indebitarci ulteriormente quando potremmo agevolmente trovare le risorse riducendo gli enormi sprechi e le elefantiache inefficienze che, secondo una gretta visione “elettoralistica” della politica, si continua a voler ignorare?

Abbiamo detto più volte, e vogliamo ancora una volta ripeterlo: questa Europa presenta delle gravi criticità che devono al più presto essere rimosse. Sono evidenti a tutti le importanti asimmetrie che il progetto incompleto dell’Europa continua a determinare avvantaggiando alcuni stati a scapito di altri. Ma l’antieuropeismo sovranista si scontra con l’esigenza di avere strumenti, risorse e dimensioni tali che soltanto un organismo di notevoli dimensioni, come l’Europa, può assicurare. Inneggiare al sovranismo in un Paese che diverrebbe un fragile vaso di coccio tra i grandi blocchi mondiali, con un sistema sociale iniquo e inefficiente che limita di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, appare almeno curioso. È tempo di porre fine alla pericolosa consuetudine di voler decifrare tali complesse e articolate vicende per mezzo di analisi economiche banalmente incomplete e spesso del tutto decontestualizzate. In tal senso, le battaglie ideologiche di chi sostiene la necessità di un nuovo approccio espansivo di tipo keynesiano appaiono corrette ma soltanto in astratto. Il grave equivoco è quello di credere che ad un maggior deficit corrisponda, “sic et sempliciter”, un maggior benessere potenziale per i cittadini. L’aumento di spesa è come il carburante per un automobile: necessario ma non sufficiente a far funzionare un motore guasto. E fare altro debito da destinare (quasi esclusivamente) alla spesa corrente, nella situazione sin qui descritta, non risolve, anzi acuisce il nostro principale problema: crescita asfittica determinata da inefficienza e scarsi investimenti. Non è l’euro il nostro principale problema e il grafico in basso lo dimostra in modo inequivocabile.

Crescita del Pil 2008-2018

La questione è dunque politica ancor prima che economica. È politica  perché chiunque volesse seriamente approcciare in modo davvero risolutivo le ben note questioni sopra evidenziate rischierebbe di pagar dazio sul piano elettorale. I corrotti, gli evasori, i fruitori dei tanti privilegi che il nostro sistema continua a sorreggere votano, i burocrati di Bruxelles no. Anzi, additarli come la causa di ogni nostro guaio garantisce larghi consensi. La chiave del successo elettorale è dunque chiara e ben tracciata: bisogna trovare un nemico esterno (che non vota) su cui poter canalizzare a proprio uso e consumo quel disagio sociale, ampiamente comprensibile e giustificato, sin qui rimasto inascoltato.

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Si spiega così la massiccia campagna denigratoria contro l’Europa sostenuta da tesi spesso vere e condivisibili ma inserite in una narrazione parziale e pertanto fuorviante. Un po’ come descrivere l’aspirina raccontando solo che fa male allo stomaco e tacendo su ogni suo beneficio. Volendo spiegarci meglio, con un esempio, potremmo utilizzare la questione della separazione tra Banca d’Italia e Tesoro, avvenuta nel 1981,  additata dagli antieuropeisti come un primo atto di grave nocumento alla nostra economia. Il semplicistico ragionamento a supporto di tale tesi è il seguente: il Tesoro, prima della separazione, decideva liberamente il tasso d’interesse senza dover temere gli umori del mercato poiché l’eventuale invenduto veniva acquistato integralmente dalla Banca d’Italia. Da allora in poi siamo dunque stati costretti a subire i tassi stabiliti dai mercati. Ciò che avvenne, in realtà, fu l’inibizione di ciò che in gergo tecnico si chiama “monetizzazione del debito”. In pratica, lo Stato che acquista i suoi stessi titoli stampando nuova moneta a cui fa però seguito un connesso aumento della cosiddetta “base monetaria” (quantità di moneta in circolazione).

La diretta conseguenza di tale processo si chiama inflazione: una temibile bestia economica che quando comincia a crescere si abbatte come un vero e proprio “tsunami” sull’economia di una nazione. Basta guardare alle recenti e drammatiche vicende del Venezuela, dell’Argentina o della Turchia per rendersene immediatamente conto. Tutte nazioni dotate, beninteso, di banche centrali in grado di stampare illimitatamente moneta. Cosa sarebbe accaduto dunque senza la famigerata separazione di cui sopra? Avremmo risparmiato sul tasso di emissione. È questa la prima parte di verità che viene sapientemente diffusa dai tanti economisti (?) sguinzagliati sul web. L’altra parte, opportunamente tacitata, è rappresentata dalle ovvie e conseguenti tensioni sui cambi che verosimilmente avrebbero procurato danni economici ben peggiori, connessi al rischio di una probabile perdita di controllo dell’inflazione. Non è un caso – come dimostra il grafico in basso – che il “rimpianto” periodo precedente al 1981 sia stato caratterizzato da altissimi livelli d’inflazione.

Tasso inflazione italiana

Sono dunque i numeri, in netta ed evidente contrapposizione con la banale propaganda in atto, a dimostrarci quanto sia grave e fuorviante l’errore di valutare le conseguenze connesse alla creazione dell’euro senza debitamente considerare gli scenari che si sarebbero diversamente concretizzati. Basti considerare l’enorme risparmio in conto interessi determinatosi grazie all’abbattimento dei tassi d’interesse applicati ai nostri titoli di Stato.

Tasso medio all'emissione dei titoli di stato

In definitiva, una corretta, onesta e soprattutto integrale ricostruzione dei fatti non può non rivelare come le politiche caratterizzate dal “tiriamo a campare” delle svalutazioni competitive, senza la nascita dell’Euro, ci avrebbero condotti in situazioni ben più terribili rispetto a quelle, seppur difficili, che stiamo vivendo. L’Italia, l’Europa e il mondo Intero hanno la medesima urgenza: mettere al centro l’uomo e i suoi bisogni ancor prima dei freddi numeri. Non servono nuove e ulteriori politiche espansive, ancora mirate a creare ulteriore e fittizia ricchezza finanziaria, in assenza di vere ed efficaci politiche redistributive a favore dei più bisognosi. Stiamo parlando di un problema Planetario che soltanto con una nuova, forte e solidale grande Patria, che risponde al nome di Europa, possiamo pensare di affrontare con adeguate probabilità di successo. Servono ponti e non muri, solidarietà e non diffusi rancori, lungimiranti Statisti e non politicanti imbonitori perennemente concentrati sulle “prossime” elezioni.

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Giuseppe Cannizzaro

Laureato in economia aziendale, svolge l’attività di Consulente Finanziario dal 1984, per professione e per passione. Ha ricoperto l'incarico di esperto a titolo gratuito per le problematiche finanziarie presso il Comune di Messina dal 2014 al 2018, è C.T.U. presso il Tribunale di Messina, C.T.P. (consulente tecnico di parte) nell'ambito di contenziosi bancari. Ritiene fondamentale la collaborazione con professionisti di altri settori al fine di fornire alle famiglie servizi polispecialistici, integrati e sinergici di consulenza patrimoniale globalmente intesa. È esperto in contratti derivati che ritiene una pericolosa minaccia (sottostimata) per la tenuta del sistema economico/sociale mondiale.

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