Cultura

Pippo Baudo: «Sanremo, un amore a prima vista»

Il popolare presentatore siciliano torna sulla riviera ligure per condurre, con Fabio Rovazzi, le due serate di SanremoGiovani e racconta il suo rapporto con il Festival: «È la mia vita». «Oggi ha perso un po’ di fascino, deve tornare a essere l’Università della canzone italiana».

«Sì, prima di morire vorrei presentare ancora Sanremo, sarebbe il mio lasciapassare per Dio». Era il desiderio di Pippo Baudo, che del Festival è stato il deus ex machina, il conducator, il patron, l’anima per ben tredici edizioni. Un record imbattibile. Quel sogno si è quasi avverato. Dieci anni dopo il suo ultimo e controverso Festival, Baudo torna infatti sulla riviera ligure. Non più nelle vesti di direttore artistico e presentatore, com’eravamo abituati, ma in quelle più umili e semplici di presentatore. Anzi, co-presentatore. Perché dovrà condividere il palco con Fabio Rovazzi, idolo degli adolescenti e volto popolare di spot della Fiat. Non solo. In gara non ci sono i “big” della canzone italiana. Né un Al Bano, né un Toto Cutugno, ma giovani, gran parte “carneadi”, che si contendono due posti per il Festival dei Grandi. E il palco non sarà quello leggendario del Teatro Ariston che Baudo per tredici volte ha calcato con le sue ampie e veloci falcate. Dovrà accontentarsi di quello ridotto del Casino. Luogo comunque storico. Da qui cominciò nel lontano 1951 la storia del Festival e, nel 1958, vedendo quelle immagini in bianco e nero, sbocciò l’amore di Baudo per la televisione e il Festival. «Vinse, sbaragliando il campo, Domenico Modugno con la strepitosa “Nel blu dipinto di blu”. Io sognavo ad occhi aperti e pensavo: “Un giorno dentro quella scatoletta, per quel Festival lì, ci sarò anche io”». Passarono dieci anni e Baudo sarebbe stato a Sanremo.

«COME UN RITORNO AGLI INIZI». «È un po’ come tornare agli inizi, essendo partito da qui nei primi anni di carriera, e io non mi sono fatto pregare per niente», commenta Baudo. «Devo ringraziare Baglioni che ha avuto l’idea di chiamarmi. Mi ha telefonato, sono andato a trovarlo a casa. Fra di noi c’è un rapporto di grande amicizia. Sai, per farmi dire di sì ha impiegato ben trenta secondi!» ride.

Dopo Militello, Sanremo era diventata la sua seconda casa. Qui Pippo Baudo era diventato SuperPippo, il conducator che faceva schizzare in alto i dati d’ascolto, che lanciava nuovi talenti del belcanto (da Bocelli alla Pausini, da Ramazzotti a Giorgia). Assieme a Sergio Bardotti e Pippo Caruso coniò lo slogan “Perché Sanremo è Sanremo”, accompagnato da un motivetto che identifica il Festival. Baudo era il patron del Festival, il primo a essere direttore artistico e presentatore. L’Ariston era il suo campo d’azione. Un cinema qualunque, con poltroncine rosse, che una volta l’anno spegne il proiettore per diventare il mitico luogo del massimo spettacolo italiano: il Festival della canzone. Gli scenografi e le telecamere trasformano il suo modesto palcoscenico in un immenso antro delle meraviglie o degli orrori, una sorta di Moloch che trasmette volti, immagini, classifiche, e sul quale sfilano cantanti, ospiti, vallette. Su questo palco, fra queste poltrone, per tredici anni Baudo si è mosso come se fosse a casa sua.

UN AMORE A PRIMA VISTA. Il primo Festival nel 1968. «Arrivai a Sanremo forse nel momento più brutto. Ero reduce dal grande successo di Settevoci. L’anno prima era morto Tenco, c’era un clima da tragedia. Un dirigente della Rai mi disse: “Lei stasera si gioca tutta la carriera!”, aiutandomi a essere tranquillo! Lo ricordo come un grande festival, con belle canzoni, grandi artisti internazionali come Armstrong, a cui ho dovuto sfilare in scena la tromba dalla bocca perché credeva di dover tenere un concerto. E poi Lionel Hampton che riassumeva i motivi in gara, ma non leggeva la musica e allora il maestro Boneschi glieli fischiettava, così Hampton li eseguiva con il vibrafono. La Rai fece un grande sforzo per far dimenticare la tragedia Tenco. Però il lutto si sentiva nell’aria, era una cappa. In molti litigarono, a partire da Don Backy e Celentano, ed io mi muovevo, in questo mondo, correndo in scena per coprire i vuoti di chi non usciva per polemica o malore».

Il grande amore nacque nel 1984 «l’anno in cui mi richiamarono. Credo che gli organizzatori avessero ben capito che io non mi sarei limitato a presentare il Festival, volevo decidere anche nell’organizzazione. Invece i patron d’allora cercavano gente che presentasse senza entrare nella direzione artistica. Dal 1984 ottenni quello che volevo».

Un anno fatidico, con la manifestazione dell’Italsider. «C’erano duemila operai che manifestavano davanti all’Ariston. Il questore di Imperia mi aveva informato di un treno speciale partito da Genova per occupare il Teatro Ariston. Chiudiamo? No. Il festival dove andare avanti. Quando la folla cominciò a pressare io sono uscito. Alcuni dimostranti facevano il segno della P38, altri mi lanciavano monetine. Cercai un megafono e chiamai tre rappresentanti sindacali. Li portai nel mio camerino. Spiegai loro che avevo già parlato della protesta. Non mi credettero. Li invitai a telefonare a casa ai loro parenti, che confermarono. A questo punto misi a loro disposizione il palcoscenico. E “andarono in scena” illustrando i loro problemi. Ho fatto tutto di testa mia. Quando rivedo quelle immagini, noi in smoking e i sindacalisti con la tuta, mi sembra così strano… C’è anche un finale dietro le quinte. Il rappresentante della Cgil, un operaio grasso, con la tuta, mi chiese un autografo. Io temendo che mi prendesse in giro tergiversai. Risposi che non mi sembrava il momento. E poi non avevo carta. Lui cercò nel portafogli. Cercò, cercò, non aveva carta e alla fine mi diede la tessera del Partito Comunista. “Ma le sembra il caso?”, gli dissi guardando la storica immagine di Togliatti, “questa rappresenta un’esperienza di vita”. Lui mi rispose che anche quella serata era stata un’esperienza di vita».

Il Festival al quale Baudo è più legato è però quello del 1987. «Vinse la canzone “Si può dare di più” del trio Morandi-Ruggeri-Tozzi. Un anno che ebbe un momento tristissimo con l’annuncio della morte di Claudio Villa. Il Tg aveva chiesto la linea per fare l’edizione straordinaria. Io dissi no. Sanremo era la casa di Claudio ed era giusto che la sua morte venisse annunciata dal Festival. E diedi la notizia. Morandi piangeva come un disperato. Ma fu un grandissimo Festival». Quello più brutto «quando Pagano tentò di buttarsi dalla tribuna del teatro».

Sanremo un amore a prima vista. «Verso il Festival nutro devozione. Mi ha fatto salire in paradiso. Quando stavo al paese per me era il cielo. Lo presentava Nunzio Filogamo. E poi ci sono arrivato io. È la mia vita… L’unità d’Italia la fecero “Lascia o raddoppia?” e il Festival».

IERI, OGGI E DOMANI. Oggi forse la stella di Sanremo non brilla più come una volta. Non tutte le strade della musica passano per la riviera ligure, disertata dai cantautori, abbandonata da chi ha conquistato qui popolarità, snobbata dai rocker, la cui presenza qui non è mai stata gradita, messa in ombra dalle luci più abbaglianti dei talent show.

«Questa manifestazione non si può leggere solamente sotto l’aspetto musicale, ma anche sociologico, politico, economico e soprattutto umano» spiega Baudo. «Vincitori, vinti, lutti, tutti gli sconosciuti che hanno vissuto una stagione di gloria e poi sono tornati nel nulla. È la storia di Sanremo, una manifestazione unica al mondo. Ne esiste un’altra solamente a Viña del Mar, ma è una copia e loro stessi lo ammettono. Oggi il Festival forse ha perso molto fascino, ma penso che si possa recuperarlo e sinceramente spero che gli incaricati a organizzarlo artisticamente facciano il meglio perché Sanremo sia una tappa di arrivo, non una tappa di partenza. Negli ultimi anni, purtroppo, al Festival sono arrivati tanti cantanti, alcuni dei quali hanno anche vinto, la cui stagione è durata soltanto un anno o poco più. Il Festival deve essere l’università della canzone, deve rappresentare il massimo del prodotto discografico italiano e i più grandi devono avere la gioia di partecipare, come hanno fatto in passato Domenico Modugno, Tony Renis, Al Bano, Morandi».

Oggi, invece, il Festival sembra essere l’ultima spiaggia per artisti in crisi o per giovani bocciati da talent come Amici e XFactor: tra i 24 giovani in gara stasera e domani più della metà provengono proprio da lì.

«Oggi ci sono troppi talent, è più difficile affermarsi. Non voglio svalutare i miei meriti di quando presentavo i giovani, ma allora venivano solo qui. Sono fortunato perché ho scoperto personaggi come Andrea Bocelli, Giorgia, Carmen Consoli, Gerardina Trovato e molti altri. Erano altri momenti, il meglio dei giovani veniva qui. Oggi ogni giorno c’è un talent, è difficile. Bisogna applaudire doppiamente questi coraggiosi ragazzi che hanno avuto la perseveranza di provare e tornare. La vita oggi è fatta di tentativi ripetuti. Una volta “Sanremo Giovani” era un’eccezionalità. Quindi ho ammirazione per quelli che ci provano e riprovano. Una volta, per portare i giovani a Sanremo, andavamo a pescare i personaggi nuovi nelle periferie italiane. C’erano cantanti che venivano nel mio ufficio con prodotti già finiti e io li aggiustavo un po’, magari qualche ritornello. Ricordo il lancio di Carmen Consoli: il discografico catanese, Francesco Virlinzi, mi propose il provino di questa ragazza. Ascoltai “Un amore di plastica”. Mi emozionò e mi convinsi subito a portarla a Sanremo, dove fu la grande novità. Fece un Festival eccezionale». E poi conclude: «Il mondo è cambiato e con migliaia di televisioni in tutta Italia, è difficile trovare nuovi talenti».

Questo SanremoGiovani potrebbe rappresentare un ideale passaggio di testimone generazionale fra lei e Fabio Rovazzi?

«Fabio Rovazzi mi piace da morire. Con Fabio, fisicamente non siamo un numero, ma un articolo: l’articolo “il”» scherza. «Comunque funzioniamo lo stesso e la differenza altimetrica è anche comica e divertente. La sua ironia, il suo modo che è molto garbato di affrontare lo spettacolo. È molto colto, è un ragazzo intelligente e bravo e lo dimostrano gli spot della Fiat, che cura direttamente lui. Dopo tanti Festival sono qui solo per divertirmi, stimo Rovazzi, gli voglio bene, è bravo, è una forza importante del nuovo che avanza. Anche se per il prossimo Festival vedrei bene Matteo Renzi» riprende a giocare.

Pippo Baudo non ha ancora alcuna intenzione di andare in pensione. A 82 anni ha nuovi progetti in cantiere e qualche sogno nel cassetto («vorrei rifare “Novecento”»). Nel 2019 festeggerà i sessant’anni di carriera e Rai1 intende onorare questo anniversario. «Tu sei una parte importante della storia della Rai, della televisione e del Festival di Sanremo. Non solo lo hai condotto molto volte ma hai contribuito a farlo crescere inventando anche il Dopofestival» comunica in videocollegamento da Roma il direttore di rete Teresa De Santis, annunciando che «Rai1 il prossimo anno festeggerà i tuoi sessant’anni di carriera».

Il sogno si avvera? Che sia davvero l’agognato suo ultimo Festival, il quattordicesimo?  Intanto, si comincia subito in febbraio, quando Baudo e Rovazzi, insieme ai due giovani vincitori, entreranno di diritto nel Festival dei Big (5-9 febbraio). E tra gli scaloni e tappeti rossi del Casinò addobbato per le feste di Natale, attorniato dai 24 giovani in gara, Baudo gonfia il petto e prende subito le redini della conferenza stampa di SanremoGiovani: «Battiam battiam le mani al nuovo direttore» canta, rubando scena e parola al capo ufficio stampa e anche alla De Santis, in collegamento da Roma. Rieccolo, SuperPippo. È l’aria di Festival. «Perché Sanremo è Sanremo».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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