Cultura

Haberrante: a tu per tu con Alessandro Haber

Da sempre diviso tra cinema e teatro, l’attore bolognese racconta le scelte di una carriera ultracinquantennale

«Che bel vedovo!» esclama un distinto Adolfo Celi alias professor Sassaroli nel film “Amici miei Atto II” alla vista di Alessandro Haber nei panni del giovane Paolo, chino e raccolto dinanzi alla tomba dell’amata moglie Adelina prematuramente scomparsa. L’occasione è di quelle ghiotte. Bruciando sul tempo i compari Mascetti, Melandri e Necchi che vorrebbero lavorarselo, non ammette ragioni: «L’ho visto prima io». E parte con lo scherzo del chirurgo un capolavoro di humour nero: si piazza alle spalle di Paolo e inscena un commosso e progressivo elogio funebre “della nostra adorata Adelina, moglie e amante impareggiabile”, millantando una lunga relazione carnale con lei durante i viaggi di lavoro del marito in Germania («Non si deve mai andare in Germania, Paolo»). Questi abbocca all’istante e prende la tomba a calci e a sediate, strillando: «Impareggiabile puttana, troia, puttanona infame!». Il film, appena agli inizi, vede subito un acuto. Il dialogo, più di ogni altra cosa, rende al meglio l’efficacia della zingarata.

Una scena cult – al pari di tante che hanno costellato la carriera di Alessandro Haber – in cui l’attore ha sciorinato il proprio incontenibile talento. Mezzo secolo di carriera, una valigia d’attore e una vocazione nata a cinque anni e realizzata per la prima volta a diciassette. Eclettico e trasversale, costantemente diviso in scena tra una sconfinata filmografia – Bertolucci, Taviani, Monicelli, Nuti, Bellocchio, Avati, Pieraccioni e Tornatore solo per citarne alcuni – la musica (per lui hanno scritto anche De Gregori, Fossati e Virzì) e le assi del palcoscenico. Una voce profonda, calda, avvolgente, che ferma il tempo e coinvolge. Lo stile unico, particolare, inimitabile di un grande interprete. Quando non lo è stato ha sempre rubato la scena ai protagonisti, con quella sua spontanea sregolatezza. Un leone in gabbia, un animale da palcoscenico, incontenibile. Come quell’haberrante e graffiante Bukowski che tanto bene ha saputo restituire. Con quel peculiare incedere, spicca naturalmente dalla camicia sbottonata un volto inconfondibile, un volto d’artista. Occhi scuri profondi, molto, carnagione olivastra, una lunga e incolta barba ormai nero-argento. Un volto caratteristico – oggi come decenni addietro – che sbuca da quella ampia fronte che non lascia spazio ai voluminosi e ricciuti capelli che completano il ritratto d’artista.

Sembra assorto, costantemente; come se di vite ne avesse vissute almeno due e nella sua testa, dall’intelletto onestissimo, di pensieri ce ne fossero sempre in sovrabbondanza. C’è tutto il professionista sotto quelle folte sopracciglia di un personaggio genuinamente irascibile. Haber non recita. Mai. O, se lo fa, non è dato accorgersene. È diretto – a tratti fin troppo – nell’interpretare se stesso e i personaggi ai quali presta le fattezze. La sua sanguigna umanità emerge subito sin dalla stretta di mano, mentre nell’altra tiene la fedele sigaretta – la prima delle tante, è inteso – quando lo incontriamo in una splendida residenza che declina sulla scogliera di Aci Castello, vicino a quella di Trezza de “I Malavoglia”.

È per la terza volta in tournée con un fortunato testo di Florian Zeller. «Sono ospite qui, guarda che meraviglia» dice Haber. «Questo è culo! Ho conosciuto Franco, il proprietario, in Sardegna. Hanno le case belle loro, io non c’ho un cazzo». Una scala scavata nella pietra porta dritta a mare: ha fatto il bagno lì il primo dicembre di otto anni fa, confessa indicando. Ci accomodiamo su una panchina che si affaccia direttamente sulla scogliera che, in un’assolata mattinata, mostra orgogliosa il litorale all’ombra del vulcano. Parte da questa panchina e da una nuova sigaretta accesa, la nostra chiacchierata.

Attualmente è in scena con “Il Padre”, che propone un tema di pressante e dolorosa attualità. Com’è avvenuto l’incontro con un testo che restituisce la piaga della demenza degenerativa nella Via Crucis dell’ultima stagione della vita?
«Hai visto lo spettacolo? È sufficiente. Hai visto che successo ha? Lo sai, lo hai visto. Non sta certo a me parlarne. L’incontro con la pièce è stata una casualità ma anche una fortuna. Mentre ero a Locarno, in tournée con “Il Visitatore” di Éric-Emmanuel Schmitt per la regia di Valerio Binasco, il direttore del teatro mi invitò a cena per propormi un paio di testi che riteneva potessero interessarmi. Ero troppo distratto per metterla a fuoco, non ci ho capito granché e non mi sembrava particolarmente interessante. Nella mia mente avevo già scartato l’idea. Al termine della tournée, la produttrice Federica Vincenti mi propose di continuare la collaborazione con un paio di testi, tra i quali figurava ancora una volta “Il Padre”. Quando lo vidi, avendolo già letto, istintivamente fui tentato di rifiutare ma ebbi la prontezza di non dire nulla. A quel punto non mi parve un caso me lo avesse riproposto anche lei».

E cosa risultò determinante per decidere di portare in scena un lavoro che ha l’Alzheimer come protagonista?
«Rileggendolo ho subito intuito ci fossero spunti interessanti. Si trattava di un autore contemporaneo che personalmente non conoscevo. Aveva avuto successo in Europa ma non era un testo conclamato al pari di Pirandello o Shakespeare e costituiva un potenziale rischio nelle nostre platee. Il tema è così delicato. Accettai ma nel nostro lavoro raramente lo si fa con la certezza dell’esito. È il fascino di mettersi in gioco come un artigiano. Se ne conosceva il potenziale ma finché non c’è il pubblico a darne conferma… Il primo anno abbiamo fatto appena trentasei date. Alzheimer… Il padre… Lo spettacolo non lo voleva nessuno e i produttori avevano paura. L’anno seguente le repliche furono centodieci e quest’anno ben novantasette. Lo riproporremo per un quarto anno. In carriera non ho mai saltato una stagione e non ho mai fatto scelte scontate, fine a se stesse. Uno spettacolo deve lasciar qualcosa, far riflettere, discutere».

Varcata la soglia dei settant’anni, si riesce a sopravvivere con l’idea di non riconoscere la propria figlia?
«Assolutamente no. Mia figlia ha completamente stravolto la mia vita. L’esperienza della paternità è qualcosa di fantastico. Ma nel momento in cui perdi la memoria e non riconosci più i tuoi cari è come se morissi. Sono quindi gli altri a soffrirne, forse anche più del malato. Io dico sempre che questa malattia è come un’isola che nella nebbia appare e scompare finché poi non permette più di scorgere la propria costa. Non c’è più presente né passato né futuro. In quei pochi sparuti lucidi intervalli si ha la percezione che qualcosa non funzioni e si finisce per diventare aggressivi in un inconscio meccanismo di autodifesa. Ne ho avuto la conferma da medici, badanti e familiari di malati. Mi gratifica che in tanti abbiano rivissuto la propria drammatica esperienza nella veridicità della mia interpretazione».

In ogni interpretazione pur non essendo un amante dei canoni, risulta sempre autentico. Qual è il “metodo Haber”, ammesso ne esista uno?
«Il talento. È un dono che qualcuno ti ha regalato. Non si può andare al mercato e domandare due etti di talento. Non ho mai fatto la professione per soldi o per necessità di apparire. Piuttosto dovevo far fronte a un’esigenza, a un bisogno. Succede poi che, quando fai teatro, ti propongano altre cose e tocca operare una scelta. D’altra parte, il palcoscenico è dove mi sento più vivo, più responsabile e proprietario di quello che faccio. Al cinema dipendi molto da altri. Se un regista racconta male o ti filma male sono cazzi suoi. Un primo piano in un bel film si esalta, in uno mediocre perde forza ed efficacia. A teatro, invece, hai il totale controllo dall’inizio alla fine. Sei l’unico responsabile di quello che accade in scena».

Ma quanto Haber c’è in ogni personaggio?
«Mi hai detto che nell’Andrea de “Il Padre” è Haber a entrare in crisi. Ecco, Gian Maria Volontè è stato uno dei più grandi attori mai esistiti ed era uno straordinario trasformista. Ci sono imitatori con grande verità e altri, come me, che il personaggio da interpretare lo trovano a metà strada: una parte di me entra il lui e viceversa. In adesione totale alla verità. Parto sempre dal corpo, ho bisogno di sapere chi sono, il costume, l’epoca. Per cui cerco di entrarvi in punta di piedi, di portarlo a me e impersonarlo. Se devo trovare la mia cattiveria o il mio essere omosessuale, scavo dentro e magicamente accade. Nella vita ho letto, osservato stagioni, città, gente. Il nostro mestiere è quello di rappresentare qualcosa, incamerare e poi dipingere. Mi reputo fortunato. Ci vuole sensibilità, passione, rischio».

In teatro sempre scelte molto audaci
«Ogni volta i ruoli sono tagliati appositamente per me. Quando faccio qualcosa tento di metterci la verità, l’anima. Ho interpretato Freud, uomo di ottantadue anni, più anziano di me, col cancro alla gola, che tremava. Nel ’95 ho fatto un Arlecchino tutto mio e ho sfidato Strehler, dato che nessuno si permetteva di riprenderne il testo e affrontarne l’auctoritas. Il mio era rivoluzionario, senza maschera e costume a rombi. La risposta fu un successo perché il suo era solo frizzi e lazzi mentre il nostro era un personaggio con i problemi reali dell’occupazione, della fame, dell’integrazione. Un serbo che arriva come un extracomunitario, tragico ma comico. Eran vere le scene. Insomma, ho sperimentato un linguaggio nuovo, un padano-veneto-lombardo. Era una sfida che, in qualche modo, siamo riusciti a vincere. Tento di fare sempre qualcosa di innovativo, di trovare delle strade nuove. Ho fatto Zio Vanja, solitamente ritratto come un succube, un vinto. Il mio aveva voglia di mettersi in gioco anche se alla fine non ce la fa».

Haber è davvero così litigioso come si dice?
«Ma quale litigioso, io discuto. Sai quante volte mi incazzo durante le prove? Esco e dopo cinque minuti rientro e amici come prima. Come avrei potuto fare sessanta spettacoli altrimenti? Costruisco anche attraverso il confronto e la discussione. Litigo per costruire, non certo per distruggere. Le produzioni non mi avrebbero mai dato fiducia. Sono una persona puntuale, corretta, generosa. Ma che cazzo volete di più? Però passa che Haber… Perché sono una persona vera, che dice quello che pensa. E questo dà fastidio. Poi ho sempre dato più di quanto ho ricevuto. Soprattutto quando riconosco il talento».

Qual è stato il ruolo dell’infanzia nel percorso artistico?
«Sono nato a Bologna, poi ho vissuto l’infanzia in Israele. Mio padre era un ebreo austro-ungarico che alla fine della guerra trasferì la famiglia. Ho trascorso un’infanzia meravigliosa, sanguigna, come ne “I ragazzi della via Pal”, a giocare per strada».

Non si deve andare in Germania, Paolo! Quella memorabile scena in Amici miei…
«È una scena cult. Quello era uno scherzo ma nella vita siamo tutti un po’ traditi. Tognazzi affermava con convinzione che nel secondo atto di “Amici miei” quella fosse la scena venuta meglio, di maggior impatto. A differenza del primo che era bello interamente, il secondo capitolo era più debole. E quella scena era particolarmente cattiva, graffiante, intellettualmente scorretta».

Il mese scorso se ne è andato Bernardo Bertolucci
«Ho fatto una piccola parte ne “Il conformista” ma per me, appena venticinquenne, ha costituito un’occasione molto importante. Poi si è verificato un episodio che mi è servito nel tempo e mi ha dato forza. Interpretavo Senigallia, un cieco ubriaco. Prima delle riprese mi sono trasferito una settimana in un ricovero a studiarmene uno. Non volevo imitarlo ma conoscere davvero quel mondo. Una scena lunga, in cui raccontavo una barzelletta in un primo piano che partiva da un pianoforte in salone con la macchina su un carrello che mi seguiva a 360 gradi per poi tornare a posto. Tre minuti in totale, e venivo picchiato perché ero comunista. Il primo giorno di riprese a Jean-Louis Trintignant muore in hotel la figlia di nove mesi. Abbiamo ripreso dopo due giorni. Trintignant era in scena ma non aveva battute. In quel clima di dolore, data la circostanza, nessuno me lo aveva presentato. Stava lì, inquadrato su una panchina, a fare i primi piani. Al termine della scena scoppia un fragoroso applauso. Poco dopo mi sento battere su una spalla, mi volto ed era lui. «Merci beaucoup, tu es un grand acteur». Scoppiai a piangere. Quella frase, quell’immagine la porto sempre con me. Una soddisfazione che serbo nel cuore, così come i premi».

Parecchi direi…
«Un David di Donatello, quattro Nastri d’argento, un Globo d’oro della stampa estera, un Premio Gassman. Senza dimenticare il Premio IDI come migliore attore per “Dialogo” di Natalia Ginzburg e il Premio della critica per “Arlecchino”. Non ho mai vinto un Premio Ubu perché è tutta una cosca di amicizie e se li assegnano tra di loro. Avrei dovuto vincerne almeno tre. Ma non me ne frega un cazzo, sanno dove possono metterseli».

Quest’anno al cinema con l’opera prima di Alessandro Capitani e i film di Filippo Bologna e Giovanni Veronesi
«“In viaggio con Adele”, con la sceneggiatura di un grandissimo Nicola Guaglianone, è un film meraviglioso e un ottimo successo di critica ma distribuito di merda: non si sono degnati di fare una promozione decente. Dovremo accontentarci del passaggio su Sky. Con le film commission ormai si guadagna ancora prima che esca in sala. In “Cosa fai a Capodanno?” sono un politico di destra, fascista, una merda che alla fine si riscatta moralmente con quel tuffo in acqua. Il 27 dicembre esce in sala “I moschettieri del re” nel quale interpreto il cardinale Mazzarino».

E Haber cosa farà a Capodanno?
«Un cazzo, starò con gli amici. Vogliamo trascorrerlo tra di noi. Abbiamo perso da poco l’amico fraterno Ennio Fantastichini».

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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