Politica

Manovra, il maxiemendamento approvato tra urla e spintoni

Tensioni a Palazzo Madama per il voto di fiducia. Nel documento finale confermati il taglio ai finanziamenti e il blocco delle assunzioni. Il Pd ricorrerà alla Corte costituzionale

È stato un vero tour de force, ma alla fine Palazzo Madama ha confermato la fiducia al governo sulla manovra economica. I voti a favore sono stati 167, 78 i contrari, 3 gli astenuti, tra cui il senatore a vita Mario Monti. La fiducia incassata sul maxiemendamento in Senato recepisce l’intesa con l’Europa, ma le opposizioni hanno dato battaglia fino all’ultimo. Il Pd ha annunciato il ricorso alla Corte costituzionale perché ai senatori non è stato consentito di procedere a un solo voto sul testo. Urla, spintoni, sospensioni e tanto altro hanno arricchito il voto al Senato che culmina con l’intervento dell’ex giornalista Gianluigi Paragone, oggi senatore del M5S: «Con quale voce — si rivolge al Pd — difendete la centralità del Senato dopo che lo volevate tagliare». La manovra approvata al Senato torna alla Camera per la terza lettura. Il testo approderà in Aula a Montecitorio il 28 dicembre.

È stata la giornata più lunga e complessa del governo Conte. A Palazzo Madama, dopo giorni di attesa, di rinvio in rinvio arriva il maxiemendamento dell’esecutivo, una manovra bis che riscrive il testo di Di Maio e Salvini. L’ultimo miglio è stato anche il più lungo. L’avvio della discussione generale, prevista per le 14, è slittato alle 20,30. La tensione è salita in commissione Bilancio quando il governo ha annunciato la necessità di modificare il testo presentato per correggere degli errori formali e per stralciare alcune norme per motivi di copertura. E una volta in Aula tra bagarre e sospensioni il voto è arrivato a notte fonda.

Nella versione finale del provvedimento sono confermate alcune delle misure principali ma arrivano anche delle novità. A partire dalla sforbiciata al fondo per gli investimenti che passa dai 9 miliardi in tre anni inizialmente previsti a 3,6 miliardi. Per il 2019 il fondo scende a 740 milioni di euro (contro i 2.750 precedenti), nel 2020 a 1.260 milioni (da 3.000 milioni) e nel 2021 a 1.600 (da 3.300). Il governo assicura però che non ci sarà alcun “taglio agli investimenti”. Confermato il blocco delle assunzioni fino al 15 novembre 2019 per la Presidenza del Consiglio, i ministeri, gli enti pubblici non economici e le agenzie fiscali, mentre per le università è posticipato al primo dicembre, con l’eccezione dei ricercatori a contratto che potranno essere assunti come professori nel corso del 2019.

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