Musica

Quando De André aprì alla Lega

L’11 gennaio di vent’anni fa moriva Faber. Il “raccontatore” continua a mancare alla canzone italiana per l’onestà intellettuale perduta, per il coraggio smarrito di essere antagonisti a un sistema marcio, per la forza di sentirsi uomini liberi e non omologati

La leggenda racconta che trascorreva le notti con la luce accesa a leggere Flaubert, Balzac, Maupassant, Dostoevskij. Sempre la leggenda lo descriveva come un lupo solitario, schivo, introverso. Fabrizio De André, genovese di nascita, sardo d’adozione, per oltre trent’anni è stata la voce d’una coscienza morale rigorosa, il censore del malcostume imperante. Fra sacro e profano, mito e storia, ha narrato il “male di vivere”, i complessi e contorti dedali attraverso i quali l’uomo esprime grandezza e miseria, infinita bontà e inaudita crudeltà. L’11 gennaio 1999, una delle date più tristi della musica italiana, un tumore uccise «il più grande poeta che abbiamo avuto» secondo Fernanda Pivano.

Personalità complessa, strattonata da demoni e illuminata di verità, parole poche e pesate, nato fra i vincenti e cresciuto fra i vinti, colto ma ispirato dal popolo, allo stesso tempo artista di tutti e per pochi. Amico fragile che tutti citano, ma molti non capiscono. Altrimenti, questo, sarebbe un mondo diverso.

La sua eredità artistica è incalcolabile e va ben al di là dell’influenza sui suoi contemporanei e sulle generazioni successive alla sua: Faber, come lo aveva ribattezzato l’amico Paolo Villaggio – per l’eufonia con il nome e per l’infantile passione per le matite Faber-Castelli –, anche a dispetto della sua personalità schiva, è stato un maître à penser, un personaggio che ha cambiato il modo di fare musica in Italia pur tenendosi lontano dalla tv, dalle più grandi manifestazioni musical-popolari, incidendo relativamente poco ed esibendosi in pubblico con proverbiale parsimonia.

DA BREL ALLA WORLD MUSIC. De André è stato un esempio di coerenza e di curiosità musicale che, come i suoi amici della “scuola genovese”. È partito dall’amore per Brassens e Brel per approdare, nella maturità, in anticipo sui tempi, a una sintesi musicale che figure come David Byrne, che ha un’ammirazione sconfinata per “Creuza de ma”, hanno definito world music.

Dopo aver preferito la musica a una più comoda scelta di figlio dell’alta borghesia industriale e i primi soldi guadagnati grazie alla “Canzone di Marinella” cantata da Mina, con i primi dischi “Tutto Fabrizio de André”, “Tutti Morimmo a stento” e “La buona novella” ha fatto scoprire al mondo musicale italiano gli “ultimi” della società, i diseredati, le prostitute e i marginali e una lettura del cristianesimo lontana dalla dottrina ufficiale.  Con “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, che è del 1971, libero adattamento delle poesie dell’Antologia di Spoon River ha firmato uno dei must della canzone d’autore italiana. Rimanendo fedele alle sue tematiche, De André è stato un osservatore attento e originale dell’attualità, dai tempi del maggio francese e del ’68 fino all’aborto, l’omosessualità, la camorra (Don Raffae’), arrivando a tracciare un parallelo tra gli indiani americani e il popolo della Sardegna, la sua seconda terra, descritti come vittime della colonizzazione.  La sua poetica smascherava le ipocrisie, indagava l’amore, in fiore o appassito, era un laudate hominem che restituiva dignità a emarginati, princese, senzadio, derelitti, mercenari. L’umanità rintanata nei bassifondi ispirava De André che, come nessun altro, dai pantani della cronaca nera sapeva sollevare fiabe.

«MI CONSIDERO UN RACCONTATORE». In una chiacchierata alla vigilia di un suo concerto a Catania nel 1992, si definì un «raccontatore». Cantautore, ragionava, «non è certamente una parola di gusto, ma bisogna vedere con quale sostituirla. Artista? Potrebbe andare bene, però non di arte varia. E la canzone non è un’opera d’arte. È una piccola novella musicata, almeno per quanto mi riguarda: io sono un raccontatore».

Senza rinnegare l’influenza della cultura esistenzialista francese e non nascondendo di essersi fatto prestare alcune donne da Leonard Cohen, De André è sempre stato uno strenuo difensore della canzone italiana. «Noi abbiamo radici e contatti culturali con un mondo molto più vasto di quello che hanno gli americani. Loro avevano come radici il blues — una musica ibrida, nata in Africa ma che di africano aveva già poco —e la musica etnica irlandese. Ma le hanno sfruttate talmente tanto che adesso sono arrivati alla frutta. Tant’è vero che Paul Simon ha dovuto cercare ispirazione in Sud Africa. Credo che le loro fonti si siano esaurite. Noi, invece, nel Mediterraneo abbiamo tremila fonti da cui attingere: dal Nord Africa, dall’Arabia, e poi il fado portoghese, la musica spagnola, le nostre tradizioni popolari. Abbiamo fonti inesauribili, gli americani no. E questo si comincia a sentire».

IL PENSIERO POLITICO. De André continua a mancare alla canzone italiana per l’onestà intellettuale perduta, per il coraggio smarrito di essere antagonisti a un sistema marcio, per la forza di sentirsi uomini liberi, non omologati, per quell’anarchismo come perfezionamento della democrazia che nessuno più ricorda. L’anno in cui venne a suonare a Catania, per la prima volta insieme con Dori Ghezzi, aveva sorpreso tutti invitando a «non demonizzare la Lega», la sorpresa delle elezioni politiche del post Tangentopoli che avevano segnato il tracollo della Democrazia Cristiana. «Dopo che vedo sfilare migliaia di persone sotto Palazzo Venezia alzando il braccio e gridando “duce duce”, non posso dire che la Lega è di destra: c’è qualcosa più a destra di loro» mi spiegò. «Ho visto nel programma di Gad Lerner un gruppo di skinheads, non mi è sembrato che sulle teste rapate avessero il marchio di Alberto da Giussano. Quindi, io non demonizzerei la Lega. Anche perché demonizzando il fenomeno leghista, che poi è un contenitore di protesta, si demonizzerebbero diversi milioni di italiani che hanno mandato in Parlamento cinquanta persone. Con questo non voglio assolutamente dire che io sono leghista. La mia esperienza regionalistica l’ho avuta con il Partito sardo d’azione, nato da una scissione del Pci sardo. Certo, non può essere assimilato alla Lega, anche se volessimo, era una esperienza che nasceva da sinistra. I movimenti regionalisti non devono essere confusi con quelli nazionalisti. Qui non si parla né di Slovenia né di Croazia. Le regioni italiane sono state tenute insieme con la colla dal 1840 in poi: ci sono differenze enormi, forse ci tiene uniti una lingua. Non credo che l’intendimento della Lega, nella quale ci sono anche ex comunisti, sia quello della secessione. Così com’è per la Sardegna: vuole semplicemente un maggiore decentramento di poteri. Ed essendo io un libertario, non posso non auspicarlo. Io comunque resto un libertario».

LIBERTARIO E ANARCHICO. De André aveva intuito le istanze delle quali era portatrice la Lega di Umberto Bossi, ma certamente oggi non avrebbe avuto la stessa apertura nei confronti di quella di Matteo Salvini. Perché essere libertario per Faber significava essere «una persona estremamente tollerante», mi sottolineò. «Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendo, ma anarchico vuol dire senza governo, con questo vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamento della democrazia».

Perché la democrazia di quel tempo a De André non piaceva. Come canta nella canzone “La Domenica delle Salme”, nella quale annunciava il cadavere dell’Utopia. «Volevamo esprimere il nostro disappunto nei confronti della democrazia che stava diventando sempre meno democrazia. Democrazia reale non lo è mai stata, ma almeno si poteva sperare che resistesse come democrazia formale e invece si sta scoprendo che è un’oligarchia. Lo sapevamo tutti, però nessuno si peritava di dirlo. È una canzone disperata di persone che credevano di poter vivere almeno in una democrazia e si sono accorte che questa democrazia non esisteva più. “La Domenica delle Salme” è un atto di accusa anche nei nostri confronti. C’è una tirata contro i cantautori che avevano una voce potente per il vaffanculo, e invece non l’hanno fatto a tempo debito. Io credo che in qualche maniera la canzone possa influire sulla coscienza sociale, almeno a livello epidermico. Noto che ci sono tante persone che vengono nel camerino alla fine di ogni spettacolo e che mi dicono: “Siamo cresciuti con le tue canzoni e abbiamo fatto crescere i nostri figli con le tue canzoni”. E non so fino a che punto sia una cosa giusta. Credo che in qualche misura le canzoni possano orientare le persone a pensare in un determinato modo e a comportarsi di conseguenza».

“Il ministro dei temporali / in un tripudio di tromboni / auspicava democrazia / con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni” cantava in “La Domenica delle Salme”. Versi che resistono ai colpi del tempo, ancora più presenti se nessuno riesce ad eguagliarli. Tant’è che le sue liriche suonano ancora attuali oggi nella versione trap di un ragazzo misterioso che si presenta con il nome di The André.

Ci manca Fabrizio De André. Ci manca una voce che viaggia in direzione ostinata e contraria.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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