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Fondi Lega, «non luogo a procedere» per Umberto e Renzo Bossi

Al processo per appropriazione indebita il partito non aveva presentato querela nei confronti del “Senatur” e del figlio, ma solo dell’ex tesoriere Francesco Belsito. Renzo Bossi: «Grazie Salvini»

La Corte d’Appello di Milano ha disposto il non luogo a procedere per Umberto Bossi e il figlio Renzo, imputati per appropriazione indebita con l’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito. Per quest’ultimo ha rideterminato la condanna a un anno e 8 mesi (anziché 2 anni e 6 mesi) e 750 euro di multa, con pena sospesa. Questo perché la Lega aveva presentato querela solo nei confronti di Belsito e non dei Bossi. «Grazie a Salvini – è stato il commento di Renzo Bossi – e alla Lega che hanno valutato i documenti delle indagini e hanno visto che le spese a me imputate non sono state pagate dal partito».

Il sostituto procuratore generale, Maria Pia Gualtieri, aveva chiesto di confermare le condanne inflitte in primo grado nel luglio del 2017 a Umberto Bossi, condannato a due anni e tre mesi, a suo figlio Renzo, a un anno e mezzo, e a due anni e sei mesi per l’ex tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito. Sono tutti e tre finiti a processo per appropriazione indebita, per aver utilizzato per scopi personali i fondi dei rimborsi elettorali ricevuti dalla Lega. In particolare, tra il 2009 e il 2011, il “Senatur” avrebbe speso oltre 208mila euro con i fondi del partito, il “Trota” più di 145mila euro, tra cui diverse migliaia di euro in multe, tremila euro di assicurazione auto, 48mila euro per comprare un’auto, e 77mila euro per la “laurea albanese”. 

Sulla base di una recente riforma, per celebrare il processo serviva la denuncia del Carroccio, poiché la magistratura non può più procedere d’ufficio per il reato di appropriazione indebita. Il partito, nelle vesti del segretario Matteo Salvini, ha presentato il 27 novembre scorso una querela solo contro Belsito per i capi d’imputazione in cui non è accusato in concorso con gli altri due, mentre non l’ha fatto nei confronti dei Bossi padre e figlio. «Sono l’unico a essere rimasto con il cerino in mano. Ho pagato lo scotto di essere stato il tesoriere che he eseguito determinati ordini», ha commentato Belsito alla lettura della sentenza. «In questo caso paga l’esecutore ma non i mandanti – ha aggiunto Belsito – Speriamo che la Cassazione faccia chiarezza».

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