Musica

Il rapper Achille Lauro: «Non siamo capri espiatori»

L’inventore del sambatrap in gara a Sanremo con la canzone “Rolls Royce”: «Nientre trap, è rock’n’roll». «Raccontiamo quello che succede. La droga esiste, nelle periferie come nel mondo dello spettacolo. Ma le persone capiscono il messaggio che mandiamo. Noi non siamo educatori e la musica ha dietro storie e persone»

C’è del marcio in Danimarca? No, secondo Lauro De Marinis, Amleto da scrittore bohémienne, Achille Lauro da popstar, rockstar, punk, rapper e trapper.  «I ragazzi ci vedono come un esempio e sicuramente noi come artisti abbiamo delle responsabilità, ma non possiamo diventare capri espiatori. Altrimenti dovremmo mettere al bando gente come Amy Winehouse o Jim Morrison» sostiene, rivendicando una libertà di espressione che al collega Sfera Ebbasta, dopo i fatti di Corinaldo, è costata un’indagine per istigazione all’uso di stupefacenti. «Raccontiamo quello che succede. La droga esiste, nelle periferie come nel mondo dello spettacolo. Ma le persone capiscono il messaggio che mandiamo. Noi non siamo educatori e la musica ha dietro storie e persone» tiene a sottolineare il rapper anche lui preso di mira a un concerto dalla banda dello spray al peperoncino. 

Achille Lauro è un rapper sui generis. Sin dal nome, che non ha alcun riferimento nostalgico al controverso armatore ed editore fascista napoletano degli anni Sessanta. All’anagrafe è registrato come Lauro De Marinis, classe 1990, ed è cresciuto nella periferia romana, quartiere Vigne Nuove. «Vengo dallo street rap ma ormai la mia musica viaggia a metà strada tra pop, punk, percussioni brasiliane, funk carioca, brit pop e rock» si presenta l’inventore del sambatrap.  Già quattro album e una raccolta all’attivo e un duetto con Anna Tatangelo nel provocante riarrangiamento della hit “Ragazza di periferia”. Corpo e volto ricoperti da tatuaggi, è forse più conosciuto dal grande pubblico per aver partecipato alla edizione 2017 della trasmissione di Rai2 “Pechino Express” insieme al suo produttore Edoardo Manozzi, in arte Doms.

L’artista romano ha fatto parlare di sé per essersi vestito da donna, gesto che in un ambiente macho e machista come il rap è suonato come una bestemmia. «Siamo i nuovi David Bowie, almeno nel senso che giochiamo sull’ambiguità sessuale, sarebbe presuntuoso azzardare paragoni artistici. Dentro di noi c’è un po’ di donna e un po’ di uomo, è questo il bello». Non gli va di essere catalogato, identificato in un genere, sia esso musicale o sessuale. «Gli artisti della trap sono diversi, non mi identifico in quell’ambiente, non a caso ci considerano degli innovatori. Mentre loro pensano che siano fondamentali cose come esibire donne e occhiali di marca, io faccio l’esatto contrario» dice Achille Lauro. 

Essere o non essere, insomma, si chiede questo moderno Amleto, come recita il titolo del libro, “Sono io Amleto”, in uscita alla vigilia della sua partecipazione al Festival di Sanremo, dove debutta subito in concorso con i “Big” a bordo di una “Rolls Royce”, titolo della sua canzone, con una nuova svolta sonora: «Il mio brano è una piccola opera d’arte: bello, frizzante e molto rock’n’roll» commenta. «Piacerà ai pischelli, ma anche alle persone più grandi perché non è vero che mi seguono i bambini. Il nostro pubblico è vasto, la fetta più grande va dai 16 ai 25 anni, è gente col cervello. Giusto presentarlo a Sanremo. Chi ha mai detto che il Festival è anti-giovani e anti-musica. Per un cantante Sanremo è un esame universitario in diretta tv; cantare con un’orchestra di 60 elementi è un’esperienza incredibile, una magia, quindi niente autotune, niente trap, quanto piuttosto un robusto suono anni Settanta-Ottanta con la cassa in 4/4». 

Il brano è una sorta di omaggio al Vasco Rossi di “Vita spericolata”, con una elencazioni di miti e icone del rock e del cinema. Non a caso, per la serata delle collaborazioni, avrebbe voluto al suo fianco il Blasco nazionale, «ma davanti alla distanza tra sogno e realtà ho pensato di cambiare scenario e puntare, magari, su un attore» dice amaro. «In questo momento sto ascoltando molto Elvis, i Beatles, anche se tra le pieghe del nuovo album (che uscirà in primavera, nda) una comfort-zone trap per i fan la lasceremo comunque. Nei primi dischi abbiamo raccontato la nostra storia. Ora è arrivato il momento di fare nuove cose. Vogliamo capire dove siamo, vogliamo prendere più seriamente la vita. Stiamo lavorando per rimanere per sempre».

Fra le “nuove cose”, il docufilm “Achille Lauro No Name 1”, primo capitolo di una trilogia supportata dal Mibac, il ministero dei Beni e delle Attività Culturali, in arrivo nelle sale il prossimo autunno con la regia di Stefano Bontempi.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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