Cultura

Mozart e la massoneria inaugurano la lirica del Bellini

“Il flauto magico” va in scena con i paramenti originali della Loggia, esaltando ed estrinsecando la componente esoterica e i riferimenti massonici nell’ultimo titolo del catalogo del salisburghese

Premessa: se l’articolo 18 della Costituzione della Repubblica Italiana, al primo comma, riconosce e tutela la libertà d’associazione e proclama solennemente il principio secondo il quale i cittadini hanno il diritto di associarsi, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge, al secondo comma tuttavia vieta le associazioni segrete. Già in occasione dello scioglimento imperativo della Loggia P2, la legge Spadolini-Anselmi 25 gennaio 1982 n.17 definiva “associazioni segrete e come tali vietate quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali, ovvero rendendo sconosciuti, in tutto o in parte e anche reciprocamente, i soci, svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici, anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale”. Sebbene la legge non sia, di fatto, mai stata operativa riguardo alla massoneria, il 22 marzo 1990 il Consiglio Superiore della Magistratura adottava una direttiva che proibiva ai magistrati l’appartenenza alla stessa. In tempi più recenti, da ultima, l’Assemblea regionale siciliana, con 39 voti a favore e soli due contrari, ha approvato una legge che prevede l’obbligo per deputati e assessori regionali, sindaci e consiglieri comunali di dichiarare, entro 45 giorni, la loro eventuale iscrizione a Logge massoniche. Pena? La comunicazione pubblica della violazione commessa. Il nesso con Mozart e Il flauto magico? È presto detto.

Tradurre, spesso, finisce inesorabilmente per tradire, ma è l’unico modo per “consegnare” – appunto – e trasporre un testo o un contenuto. Se ogni opera figurativa difficilmente può esistere avulsa dal contesto percettivo dello spettatore, tanto più nel teatro musicale ogni esperienza diretta è implicita ed emana da un’interpretazione – che è anche una traduzione – da un tradimento più o meno dichiarato. Occasionale rinnovamento e rinascita che è insito nella natura di un intrattenimento non solo accessorio, decorativo e cristallizzato. L’amministrazione di qualsivoglia capolavoro è tutta una questione di scelte: in questo senso, non teme di osare – anche per vie impervie – il duo Gelmetti/Pizzi nel portare in scena l’ultimo titolo del catalogo di Wolfgang Amadeus Mozart, rappresentato per la prima volta il 30 settembre del 1791 al Theater auf der Wieden, teatro dei sobborghi viennesi compreso in un enorme edificio che racchiudeva in sé abitazioni private, una chiesa, una farmacia, una locanda, un frantoio, un mulino e officine artigiane. E così, a poche settimane dall’esecuzione del celebre Requiem, a inaugurare la stagione lirica del Teatro Massimo “Vincenzo Bellini” di Catania è “Il flauto magico”, estremo capolavoro del salisburghese, assente dal 1999, quando per la seconda e ultima volta veniva riproposto l’allestimento firmato da Werner Herzog nel ‘91.

Dramma filosofico, rito iniziatico ma anche fiaba popolare, il Singspiel in due atti è spettacolo popolare in cui l’utopia e il simbolo, tra mille allusioni, si mescolano alla comicità immediata, allo scherzo mentre lo spettatore viene coinvolto, pur non penetrando necessariamente tutti i livelli allegorici ed esoterici. Perché Die Zauberflöte, su libretto di Emanuel Schikaneder e con il contributo di Karl Ludwig Giesecke, è apologo di speranza, quand’anche arcana, misterica, impalpabile e ricca di significati reconditi. Che tali, per destinazione e funzione sociale, dovrebbero rimanere. Composta appena due mesi prima della morte e scritta non più sulle parole italiane del poeta cesareo Lorenzo Da Ponte, coniuga la delicatezza delle musiche e il solfeggio rituale a un che di comico e di folle che la colora. Ironia e sentimento di libertà per una favola che sa di Apuleio, Plutarco, Ovidio ma anche di satira dell’impero di Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, figlio dell’imperatrice Maria Teresa.

Il flauto magico
Giacomo Orlando ph

La regia di Pier Luigi Pizzi, decano delle scene teatrali – che ha firmato il suo primo allestimento mozartiano, Don Giovanni, nel 1952 – procedendo manifestamente per sottrazione e astrazione, esalta specificatamente l’allegoria ecclesiale dei frammassoni. Se vero è, infatti, che l’argomento esplicitamente fiabesco sottende poi innumerevoli messaggi subliminali, ad apparire altrettanto singolare e decisamente audace è la volontà del regista – concorde a quanti firmano la nuova produzione etnea – di valicare questo “limen” e sdoganarne francamente le dietrologie e i riferimenti alla pratica della confraternita. Anzi, di far emergere questo intricato e velatissimo sottobosco e di ridurre il tutto a una mera esaltazione del fenomeno. Senza falsi pudori, viene propagandato un messaggio positivo di certe pratiche che certamente non era originariamente destinato alla pubblica fruizione, stante la diversa connotazione degli iniziati e delle forme di intrattenimento del tempo. E così la nuova produzione, con effetto straniante e con – azzardiamo – lettura anacronistica, appalesa la componente esoterica del percorso iniziatico alla ricerca della saggezza e dei valori autentici della verità, dell’armonia e dell’amore. Una scelta, chiaramente ideologica se non addirittura politica, che inevitabilmente finisce per sortire l’effetto di cagionare l’eccedenza degli intrinseci significati occulti e di vanificarne la portata, trascurando e annullando inoltre la componente comica, fiabesca, spettacolare e squisitamente meravigliosa di matrice barocca. La massoneria da elemento intrinseco viene quindi estrinsecata (ma non stigmatizzata) se non per essere propagandata quanto meno per trasfigurarla in versione “popolare” e lecita, implicitamente – questo sì – esorcizzata nel rituale e nei paramenti ufficiali (quelli originali concessi in prestito per l’occasione). Una “trasparente” rilettura e declinazione che, pur non discostandosi affatto dalla matrice intrinseca, ratifica un’operazione autocompiacente e di ostentata e fiera appartenenza, contestualizzata in una situazione normalizzante e apparentemente ordinaria. Il risultato di questo semi-legittimo abuso pratico è a tratti austero, retorico, aulico nei riferimenti scenici, certamente ben lontani dalla destinazione pratica del contesto storico e sociale del pubblico al quale l’opera era destinata. E così, in quel mondo suggestivo e ricco di figure retoriche musicali creato dal genio del salisburghese, l’umanità c’è tutta ma non altrettanto può dirsi della tradizionale cifra del gioco onirico, della festa musicale e dell’effetto speciale. All’intento moralistico e didascalico del regista non fa da contraltare lo sfondo di un immaginario favolistico e fantastico antico Egitto e risultano appena abbozzati i misteri d’Eleusi, le turcherie, i riferimenti a Orfeo e alla sua lira, a San Girolamo che doma le bestie feroci, alle nozze della luce e delle tenebre che realizzano l’armonia del mondo. Al centro c’è tutt’altro. E sposa più la cronaca e l’ideologia che l’arte.

Il palazzo della Regina della notte non si erge dalle rocce ma quest’ultima – in evidente citazione da “Sunset Boulevard” di Billy Wilder – appare una diva anni ’20 sul viale del tramonto e, in lungo in lurex nero e copricapo, con movenze da Gloria Swanson/Norma Desmond, scende il piano inclinato di trenta gradi che taglia il palcoscenico come fa la stella del muto con la scala di casa pronta per dare a DeMille il suo primo piano. Riferimento cinematografico anche per Pamina, graziosa e leggera, in canotta e gonna bianca a ruota, con scarpe da tennis, a rievocare il candore della Micol di Dominique Sanda del film Premio Oscar di Vittorio De Sica. Nonostante le ridotte risorse economiche, la sapienza e la perizia di Pizzi preferisce l’ambientazione atemporale, ma comunque attuale, che si avvale di grandi quinte mobili camuffate da biblioteca – emblema del sapere – pronte a schiudersi per far sì che la sala di lettura lasci spazio al tempio bronzeo  e al mondo di Sarastro, ammantato dai simboli massonici che rimandano a Iside e Osiride con squadra e compasso sul frontone. Essenziale, sobrio, stilizzato, generico l’allestimento di Pizzi fa ricorso a simmetrie e a soluzioni sceniche tradizionali, identificando e altrettanto bene scandendo gli episodi e i numeri musicali che si susseguono spediti e sublimati dalla musica mentre i personaggi della vicenda si materializzano dal libro che Tamino avidamente porta con sé. Il gusto per l’esotico e l’orientalismo è appena abbozzato così come non compiuta appare l’aura colorata e incantata di un titolo bifronte per eccellenza che, unendo opera buffa e seria, corale luterano, contrappunto bachiano, arietta viennese, Lied popolare, recitativo drammatico e musica sacra, è enciclopedia degli stili settecenteschi. L’edizione, nonostante tutto, funziona sebbene non reinventi e non rinnovi; piuttosto deve tanto a quella musica affascinante che si aggiunge e si libra sopra tutto, comprendendo quell’elemento educativo, spettacolare, sacrale e divertente non sempre in scena bilanciato al meglio.

E se perfino le gravose prove del fuoco e dell’acqua per vincere il vizio e far trionfare la virtù sono state simbolicamente rappresentate da una candela e una bacinella d’acqua, l’orrendo mostro dragone è impersonato da tra mimi in sgargiante tuta in latex. Manca del tutto, come prevedibile, l’elemento spettacolare: mai quanto in questo caso il ricorso alle proiezioni in video mapping avrebbe districato una complessa matassa. Con una superflua strizzata d’occhio a un’imperante nouvelle vague attualizzante Pizzi decide invece di ambientare la fiaba universale ai tempi di Instagram e il ritratto di Pamina arriva a Tamino direttamente sullo schermo di un iPhone. Una soluzione che si consuma lì, senza ulteriori sviluppi (nulla di nuovo, comunque, se si pensa a quanto fatto per “Aida” da Francesco Micheli per l’Arena Sferisterio di Macerata).

Il flauto magico
Giacomo Orlando ph

In questo senso, se troppo estremo appare il tentativo innovatore di Romeo Castellucci alla Monnaie di Bruxelles, la distanza e lo scarto generazionale si avverte pensando a quanto recentemente fatto da Kosky che si avvicina al cabaret, al vaudeville e a un teatro musicale leggero. Alla coerenza drammaturgica attenta un’eterogenea gamma di costumi, che spaziano dal giallo e piumato uccellatore Papageno alle tre dame in viola, dai tre genietti in tuta ginnica al perfido moro Monostatos che ha gli arti inferiori ricoperti di pelliccia, la faccia nera e una lunga coda di ratto, passando per Sarastro e sacerdoti in elegante frac e grembiuli originali a corredo. Immagini semplici ma chiare. Sicuramente più credibile del pretenzioso allestimento di Chénier.

Quanto alla veste più squisitamente musicale la direzione di Gelmetti – direttore principale ospite a guida della compagine del Teatro – è lieve, rassicurante, fremente, sicura, di belle dinamiche e di tempi scattanti. L’Ouverture, eseguita a sipario chiuso, nella sua funzione introduttiva si dipana chiara ed elegante quasi come manifesto, scorrevole e levigata, preludio nel triplice accordo di un giusto passo teatrale con sonorità luminose. Mozart c’è tutto. Ed è condizione necessaria e sufficiente di un ascolto e una visione accattivante. Il Coro, istruito da Luigi Petrozziello, è puntuale e affidabile nel suo intervento così come le voci bianche di Giulia Leone, Gabriella Torre e Giuliana Ciancio preparate più o meno a dovere da Daniela Giambra. In prezioso equilibrio tra voci fresche e altre più esperienti, il cast ben restituisce il principio di simmetria che permea l’opera e di annullamento delle gerarchie sociali operato dal messaggio di utopica felicità nel segno della fratellanza universale, poi raccolto da Ludwig Van Beethoven. Giovanni Sala ha infuso al personaggio di Tamino tutta la sua giovanile esuberanza e l’intrepido desiderio di conoscenza nell’affrontare le prove iniziatiche, facendo mostra di un solido registro medio, buoni accenti e suadenti dinamiche. Fresca e vitale è la sua Pamina, il soprano russo Elena Galitskaya, corretta e intensa nel complesso, dal fraseggio accurato e convincente nell’emissione, nell’impostazione e nei filati. Solenne e solido nei legati il Sarastro dell’australiano Karl Huml, non troppo a proprio agio come basso profondo ma egualmente ieratico e austero nel donare al popolo la felicità del buongoverno. Eleonora Bellocci, che ha sostituito Christina Poulitsi, si districa bene dalle difficoltà proprie di uno tra i più temibili ruoli dell’intera letteratura musicale: la sua Astrifiammante si presenta come una povera madre afflitta dal rapimento della figlia ma manipolatrice, riuscendo seppur con qualche eccesso di comodità nei sicuri picchettati, sovracuti e nelle taglienti seghettature dei suoi vocalizzi. La sua Regina della Notte affronta con relativa sicurezza l’aria di coloratura “O zittre nicht, mein lieber Sohn” per poi convincere maggiormente nella seguente “Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen”. Il basso Andrea Concetti – già nel 2000 selezionato da Claudio Abbado – brilla nei panni un po’ succinti di un saltimbanco uccellatore Papageno, all’apparenza bugiardo e codardo compagno di mille avventure che tra balzi e piroette domina la scena con agilità tanto vocale quanto attoriale nell’accettazione dei propri limiti, salvo poi aiutare Tamino e incontrare in un esilarante duetto la Papagena (Sofia Folli) di cui lamenta la mancanza sin dalla sua iniziale sortita. C’è anche un malvagio Monostatos di Andrea Giovannini che tenta di insidiare Pamina e le tre dame puntuali e mordaci impersonate da Pilar Tejero, Katarzyna Medlarska e Veta Pilipenko. Perfettibile Oliver Pürchauer (primo sacerdote e secondo armigero) ma complementare alla prova ben levigata da un ottimo Riccardo Palazzo (secondo sacerdote e primo armigero).

L’allestimento, con la costruzione lineare e razionale della narrazione, finisce per contrapporre l’immagine del sapere statico della dottrina e dell’erudizione al progetto illuministico-libertario dell’utopia massonica di crescita spirituale verso l’armonia e la consapevolezza. Pizzi ne approfitta per approfondire il messaggio recondito e latente; ma lo fa a suo modo, attribuendo un taglio popolare nell’estetica visiva a un composito, problematico e contraddittorio complesso di utopie tra la dimensione naturale e quella dell’intelletto. Se dal punto di vista musicale l’armonia complessiva è assicurata da quel tappeto di note che dispiega una cortina luminosa e ricca di elementi fantastici, in scena la ricerca affannosa e straniante del sapere veicola il messaggio positivo della fratellanza massonica. E così Astrifiammante non è inabissata con la sua corte da un terremoto ma la vittoria della luce sulle tenebre è celebrata al termine di un faticoso cammino di elevazione e ricerca che culmina nell’abbraccio dei protagonisti, ormai liberi dalle catene della cieca superstizione, del bigottismo religioso e illuminati dalla luce della vera conoscenza, della giustizia, della verità e della ragione. Audace, anacronistico e non esattamente limpido sul piano del garantismo costituzionale. Cui prodest?

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.

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