Musica

Gianni Belfiore, eroe dei due mondi

L’autore di celeberrimi successi di Julio Iglesias riceve il Premio “Città di Sanremo” 2019 alla carriera. Una vita tra navi da crociera e Milo, a cavallo tra America e Sicilia. «Tutto è cominciato con Rosa Balistreri»

«È stata l’esperienza con Rosa Balistreri a spalancarmi la strada del successo mondiale con Julio Iglesias». Gianni Belfiore ti spiazza con le sue tesi, i suoi racconti. È un fiume di parole, di aneddoti, curiosità e retroscena. D’altronde rappresenta un capitolo importante, lungo quarant’anni, della storia della canzone italiana. Le sue canzoni hanno attraversato generi e barriere musicali, varcando i confini nazionali: dalla musica popolare, in dialetto, della cantautrice di Licata alla melodia latinoamericana dello spagnolo, sino ai ritmi leggeri di Raffaella Carrà, Iva Zanicchi, Fred Bongusto, Bobby Solo, Barry Manilow e tanti altri ancora. Per tale motivo gli è stato assegnato il Premio Città di Sanremo 2019 alla carriera. Un ennesimo riconoscimento che si va ad aggiungere al Leone d’Oro di Venezia alla carriera, ricevuto lo scorso anno. La cerimonia di conferimento sarà trasmessa il 15 febbraio alle ore 22 su Canale Italia (canale 84 del digitale terrestre).

Un ruolo importante nella sua carriera d’autore l’ha avuto la Sicilia. L’Isola nella quale non è nato – Gianni Belfiore è un genovese, classe 1941 – ma dove tornava ogni estate con i suoi genitori originari di Riposto, «e per questo avevo una memoria più forte della Sicilia», e dove comincia a fare i suoi primi passi come paroliere. «Ho cominciato con Rosa Balistreri – racconta – Nel 1973 l’avevo sentita cantare in un club a Roma. Ci siamo incontrati e mi ha detto che cantava solo in siciliano. Ho costruito, allora, un testo sulle nostre donne, costrette a vivere isolate, che trovano nei venditori ambulanti l’unica occasione per parlare. Lo intitolai “Rosa Rosa”. A lei piacque molto e lo cantò».

Fu l’inizio di una collaborazione, dalla quale sarebbero nati “Amuri senza amuri”, uno dei classici di Rosa Balistreri, “A riti” e “Il viaggio”, in cui Belfiore adattò una novella di Pirandello e dalla quale è stato tratto l’omonimo film con Richard Burton e Sophia Loren.

«Con Rosa siamo andati avanti lacrime e sangue – ricorda Belfiore – Con lei ho lavorato tre anni. “Come scrivi tu per me neanche Ignazio Buttitta”, mi ripeteva. Tra di noi c’era una trasmissione di pensiero. Veniva dalla povertà, dalla fame, aveva voglia di riscatto. Purtroppo a sostenerla erano solo i professori di Palermo, Renato Guttuso, la moglie di Berlinguer. Quando si trovava senza soldi andava a bussare alla bottega di Guttuso e lui le regalava un disegno che poi Rosa vendeva per poter mangiare. Rosa era un talento unico al mondo. La sua maniera di cantare, la modulazione della voce, erano modernissime. È stata la nostra Amalia Rodrigues. Ora tutti la ricordano, allora nessuno la voleva».

L’esperienza con la “cuntastorie” agrigentina consente a Belfiore di scoprire un trucco, «perché tutte le canzoni hanno un trucco», teorizza. In questo caso è l’uso del siciliano. «Io scrivo in siciliano – spiega – Il segreto delle mie canzoni sta nella metrica della canzone siciliana, che è quella di Jacopo da Lentini. Non si tratta altro che del semplice sonetto messo in musica, in quanto il sonetto è il non plus ultra della espressione poetica, ha una forza penetrativa senza eguali, ha una sua musicalità quando viene recitato. Esistono diecimila canzoni siciliane, ma i napoletani ci hanno fregato con la loro filosofia del “tira a campà”. Noi, invece, ci siam fregati con Verga, con il pessimismo siciliano. È stata l’esperienza con Rosa ad aiutarmi nella successiva avventura con Julio Iglesias. Perché “Se mi lasci non vale”, “Sono un pirata sono un signore”, “Pensami”, son tutti sonetti siciliani, con un fraseggio perfetto. Le canzoni di Julio Iglesias e di Domenico Modugno hanno conquistato il mondo perché sono sonetti in musica come la canzone siciliana e, al di là della grandezza degli interpreti, hanno conquistato all’italiano un vasto pubblico straniero proprio per la musicalità insita in quei versi».

L’incontro con l’uomo che canta con la mano sul cuore avviene su una nave. Siamo verso la metà degli anni Settanta. «Io all’epoca ero ufficiale commissario a bordo delle navi della società Italia. Per una questione di donne, per castigo fui mandato a lavorare sulle navi più piccole che facevano linea nel Cile. A bordo c’era Julio che impazzava. Era il numero uno in Sudamerica. Abbiamo fatto amicizia, poi ho preso tutti i suoi dischi e mi sono rinchiuso nella mia cabina dicendo ai capiservizio di non disturbarmi. Cominciai così a tradurre le canzoni in italiano. Una traduzione libera, anche perché il concetto di amore in Spagna risaliva ancora ai tempi di Franco: erano ancora molto indietro, oggi invece ci hanno superati. Finita la crociera, sono andato a Madrid e mi sono presentato a lui in sala d’incisione. Lì per lì non successe nulla. Per la mia tenacia e per una ragazza cilena, Maria Helena, che avevo conosciuto sulla nave, guarda caso amica delle segretarie di Iglesias, tutte cilene che stavano a Madrid. Quando fu pronto il disco prodotto dall’Ariston con “Se mi lasci non vale” cantata da Luciano Rossi, Maria Helena lo portò a Julio. “Devi cantar questa canzone perché ne va del futuro di un mio amico”, gli disse. Alla fine Julio accettò, ma prima volle incidere “Passar di mano”, sempre scritta da me».

Gianni Belfiore Julio Iglesias

“Se mi lasci non vale” non piacque subito. Né a Iglesias, né alla Rai. «Si rifiutarono di trasmetterla: “Il titolo è una frase stupida da bambini” commentarono. Per me fu un dramma. Il lavoro sulle navi stava per finire, non avevo altre prospettive. Viaggiando ancora come Commissario di bordo feci una promozione capillare portando personalmente il disco a tutte le stazioni radio dei Paesi in cui facevano scalo le navi: Venezuela, Colombia, Panama, Ecuador, Perù, Cile. Il successo fu strepitoso e la canzone conquistò il primo posto delle locali hit parade. Julio, tuttavia, non credeva ancora nella canzone».

La svolta al Festivalbar del 1976. «Julio vi avrebbe dovuto partecipare con “Passar di mano”. Alle 15 del pomeriggio del gran giorno il presidente dell’Ariston, Alfredo Rossi, mi chiamò sollecitandomi a preparare il testo di “Se mi lasci non vale” per Iglesias, che neppure sapeva a memoria tanto era la sua scarsa considerazione per la canzone. La decisione di cambiar cavallo si rivelò azzeccata e fu il trionfo. La canzone è entrata nel costume, insieme con “Volare” è la più venduta nel mondo. La genialità sta al limite della stupidità. Sono confinanti» sorride Belfiore.

Comincia così un sodalizio che durerà 35 anni e che è ancora più vivo che mai («con Julio ci sentiamo ancora spesse volte»). Un bilancio da definire spaziale: 80 milioni di dischi venduti, 8 dischi di platino ed 8 d’oro assegnati in carriera. Per Julio duetti storici con Frank Sinatra, Diana Ross e Charles Aznavour. Una delle quattro voci più importanti al mondo con Sinatra, Elvis Presley e Nat King Cole. Per Gianni Belfiore ottanta canzoni solo per Iglesias, decine per altri artisti, riconoscimenti internazionali. E Julio che dichiara in diretta tv il 14 luglio 2001 da Sanremo che «Gianni Belfiore è l’autore italiano più importante degli ultimi cinquant’anni».

Un successo mondiale che genera invidia. I suoi colleghi non hanno mai perdonato a Belfiore i traguardi raggiunti con Iglesias. Lui, ex lupo di mare, ha trasferito la sua cabina di comando sulle falde dell’Etna, a Milo, da dove osserva dall’alto le umane miserie di un mondo della musica in crisi. Nel cassetto ci sono ancora una cinquantina di canzoni. «Scrivo sempre, mi tengo informato». Fra queste, ancora non musicate, ci sono “Immaginare”, dedicata a Maria Elena Boschi, l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e “Una nuova specie di dolore” per Papa Ratzinger. «Ho usato la ministra per scrivere una canzone sulle donne che lavorano e non hanno spazio per la vita privata. È andata in mezzo mondo su internet, solo il testo, anche senza essere cantata».

Più che “paroliere”, oggi Belfiore si sente produttore artistico: «Lo sono diventato con tanta esperienza nelle sale di registrazione». Ed è pronto a mettere il suo bagaglio di conoscenze a disposizione di tutti, «purché si lasci dirigere da me». Ci ha provato con Massimo Ranieri e Gianni Morandi, ma non è andato a buon fine. «Avrei voluto scrivere per Ornella Vanoni, per lei avevo preparato “Hey” che poi ha aiutato Iglesias a conquistare il mercato americano».

Ai giovani che si presentano chiede: «Al di là dei risultati, continueresti?». «Se mi dicono sì, li prendo» dice severo. E commenta: «Oggi si lavora al contrario. Noi ci presentavamo con la chitarrina, cantavamo la canzone e se funzionava chitarra e voce, ci dicevano: “Facciamo il provino”. Oggi si fa prima la cornice (l’arrangiamento) e poi il quadro (la melodia). Si è condizionati dal rap, sei incapace di fare gli incisi. Non riescono a dare un senso alla canzone. Non arrivano. I talent prima fanno la promozione, poi pensano alla canzone. Frank Sinatra diceva che per aver successo bisognava avere tre cose: “The song, the song, the song”. Se non hai la canzone dove vai?».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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