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Fmi boccia il Reddito di Cittadinanza: «È un disincentivo al lavoro»

Il rapporto Article IV avverte l'Italia dal rischio di un possibile «contagio globale». Poi valuta non positive le prime misure adottate dal governo M5s-Lega. Di Maio: «Chi ha affamato popoli per decenni, appoggiando politiche di austerità, non ha la credibilità per criticare»

Il Fondo Monetario Internazionale avverte che le debolezze strutturali dell’Italia rendono vulnerabile il Paese: «Uno stress acuto potrebbe spingere i mercati globali in territori inesplorati» e «l’effetto contagio potrebbe essere globale e significativo». Il rapporto Article IV, redatto lo scorso dicembre, traccia anche un primo bilancio delle misure adottate dal governo M5s-Lega, a partire dal reddito di cittadinanza che creerebbe «benefici relativamente più generosi al Sud, dove il costo della vita è più basso con l’implicazione di maggiori disincentivi al lavoro così come di rischi di dipendenza dalla misura di welfare».

Una valutazione, quella sul reddito di cittadinanza, che però non è piaciuta al vicepremier Luigi Di Maio: «Abbiamo già smentito tante voci in soli sette mesi e nel corso del 2019 smentiremo anche il Fondo Monetario Internazionale. Chi ha affamato popoli per decenni, appoggiando politiche di austerità che non hanno ridotto il debito, ma hanno solo accentuato divari, non ha la credibilità per criticare una misura come il reddito di cittadinanza, un progetto economico espansivo di equità sociale e un incentivo al lavoro».

Non sfuggono alla rete del Fmi neanche le norme previdenziali. Iniziative come Quota 100 «aumenteranno ulteriormente la spesa pensionistica, imporranno un onere ancora maggiore sulle generazioni più giovani, lasceranno meno spazio alle politiche di crescita pro-crescita e porteranno a tassi di occupazione più bassi tra i lavoratori più anziani. Inoltre, sulla base delle esperienze in altri paesi è improbabile che l’ondata prevista di pensionamenti possa creare altrettanti posti di lavoro per i giovani». Il timore in questo caso si ribalta sulla tenuta delle finanze pubbliche. «L’enfasi del governo sulla crescita e l’inclusione sociale è benvenuta. Le autorità hanno ereditato problemi difficili e di vecchia data», afferma il Fmi dicendosi però preoccupato dalla possibilità che «la strategia del governo non sia all’altezza delle ampie riforme necessarie». All’Italia servono, secondo il rapporto, riforme strutturali per aumentare la produttività e sbloccare il potenziale del paese: un più alto potenziale di crescita, e non gli stimoli di bilancio o il rovesciamento delle riforme, è l’unica strada duratura per migliorare i risultati economici: «Senza riforme nessuna strategia per aumentare i redditi e assicurare la stabilità può resistere».

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Il Fondo stima una crescita sotto l’1% per i prossimi 5 anni. Se per quest’anno e il 2020, come già comunicato, le previsioni vedono una crescita del Pil italiano rispettivamente dello 0,6% e 0,9%, per il 2021 la stima è dello 0,7%, mentre per il 2022 e 2023 del +0,6%. Il deficit previsto è al 2,1% del Pil nel 2019 e vicino al 2,9% nel 2020. Salirà al 3% nel 2021 e si fermerà a tale livello fino al 2023. L’Fmi lancia poi l’allarme su emigrazione e povertà. Oltre il 20% delle famiglie è a rischio povertà e l’emigrazione dei cittadini italiani è vicino ai massimi degli ultimi cinquanta anni.

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