Musica

Zen Circus, l’indie all’attacco ma le giurie lo bocciano

Gli indipendenti sono il 40% degli artisti al Festival. La band toscana in gara con una canzone anarchica nel decennale di “Andate tutti affanculo”. «Ma non ci sentiamo degli alieni, lo furono gli Afterhours dieci anni fa»

Piccole. Alternative. Fuori dalla logica commerciale, le etichette indipendenti saranno meno ricche di denaro, non d’idee però. E le classifiche cominciano a riempirsi di debuttanti che riescono a emergere senza passare dalle forche caudine dei talent show. Anzi, spesso le abbaglianti luci della televisione hanno avuto un effetto negativo sugli artisti che facevano capolino dall’undeground. Accadde ai Denovo, nel lontano 1988, scioltisi l’anno dopo, così come sono rientrati nella nicchia gruppi più contemporanei come Marlene Kuntz, Perturbazione, Marta sui Tubi, Statuto, La Crus. Più fortunate altre esperienze: i Subsonica, tra i primi ad accettare la sfida dell’Ariston nel 2000, hanno sfruttato la vetrina del Festival per ampliare il proprio pubblico; gli Afterhours hanno mantenuto il loro carisma, amplificato forse più dalla partecipazione del loro leader Manuel Agnelli come giurato al talent show “X Factor” che dall’apparizione al Sanremo 2009 che scatenò le ire di molti fan.

«Ai tempi degli Afterhours ci fu l’assalto all’arma bianca, ma sono cambiate le cose. L’indie è stato sdoganato e il nostro è un pubblico bello con lo spirito di una famiglia, come quella dei Nomadi» commenta Andrea Appino, il frontman degli Zen Circus, che quest’anno iscrivono il proprio nome nella lista degli artisti del circuito indipendente approdati sul fronte nazional-popolare del Festival. Un drappello nutrito che, oltre alla band toscana, comprende il rapper Ghemon e il cantautore Motta, entrambi in gara, Brunori Sas e Manuel Agnelli, come ospiti rispettivamente di Zen Circus e di Daniele Silvestri.

Quest’anno gli indipendenti sfiorano il 40% degli artisti presenti al Festival. Una percentuale che rispetta la quota di mercato raggiunta dalla musica indie. Segnale, quindi, del ruolo sempre più importante del mercato indie in Italia, ma anche delle aperture del direttore artistico Claudio Baglioni nei confronti delle nuove strade percorse dalla musica italiana, anche se i primi dati indicano un rigetto da parte dello “zoccolo duro” della platea sanremese nei confronti degli indipendenti. Tutti bocciati – Zen Circus, Motta e company – dal voto delle giurie demoscopiche, famigerata presenza fissa al Festival, fortemente arroccate sulla tradizione.

Zen Circus
Ansa/Ettore Ferrari

«Ma noi non ci sentiamo degli alieni» replica Andrea Appino. «Dieci anni fa esatti, quando vennero in gara gli Afterhours, loro erano davvero dei marziani nella terra dei papaveri e delle papere. Noi non ci sentiamo tali. Sul palco Baglioni ha portato gran parte della musica che si fa e si ascolta oggi in Italia, così in questo delirio c’è spazio anche per noi, sia pure con delle liturgie da rispettare». In ogni caso, alla band toscano la gara interessa poco. «Abbiamo avuto la fortuna di capitare in un’edizione che è proprio giusta per noi, sia come cast sia come conduttori: la stiamo vivendo come una festa più che come una competizione canora, è emozionante passare per queste strade dove sono passati Luigi Tenco e Vasco Rossi: Sanremo è un fenomeno di costume inscindibile dalla tradizione musicale italiana».

Gli Zen Circus nell’adolescenza frequentavano i centri sociali anarchici suonando punk sullo stile dei Soundgarden e mai avrebbero pensato un giorno di esibirsi al Festival di Sanremo. «A casa però i miei ascoltavano i cantautori. Su “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla alla frase “Babbo, che eri un gran cacciatore di quaglie e di fagiani” mi veniva da piangere. Era un momento particolare del rapporto con mio padre. Anni dopo ho intuito che ci volevano gli attributi per parlare di temi personali senza nascondersi dietro l’inglese e così ho iniziato ad avvicinare quei due mondi». Che s’incontrano nell’anno in cui Appino spegne quaranta candeline e nel decennale di “Andate tutti affanculo”, l’album degli Zen Circus che fa da spartiacque per la musica indipendente, da allora diventata la musica italiana più seguita.

“Amore e dittatura” è il titolo della canzone con cui la band toscana si presenta in gara. Un rock distopico, un incubo dylaniano. Ci sono uomini in acque alte, topi, zanzare, porte aperte e porti chiusi. «Hai la democrazia dentro il cuore, ma l’amore è una dittatura fatta di imperativi categorici, ma nessuna esecuzione, mentre invece l’anarchia la trovi dentro ogni emozione» canta Appino. Roba da premio della critica, più che da vittoria finale, ma almeno loro osano. «È una canzone d’amore senza esserlo», spiega Appino. «E se per politico intendiamo qualcosa che parla di cosa pubblica e collettività allora è una canzone politica o, preferisco, sociale. È un affresco di un’umanità sperduta che teme di trovarsi nell’anonimato: parla di empatia, di società e dell’amore lanciando anche un grido di aiuto. Quello del non sentirsi parte di una collettività è un tema ricorrente negli Zen Circus». La canzone è stata presentata con una coreografia shock, tra bandiere nere ed elmetti nazisti, cuoricini ed emoticon. «C’è una doppia faccina, una allegra e una triste, un tempo c’erano le maschere del teatro, oggi gli emoji».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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