Politica

Taglio dei parlamentari, ci prova anche il governo gialloverde

Dopo sette tentativi andati a vuoto, la proposta di legge Fraccaro, che prevede riduzione degli eletti da 630 a 400 a Montecitorio e da 315 a 200 a Palazzo Madama, ha ottenuto il primo sì al Senato

Il Senato ha approvato il disegno di legge della maggioranza di riforma costituzionale che prevede il taglio di 345 parlamentari. I sì sono stati 185, i no 54, gli astenuti 4. In favore del ddl hanno votato M5s e Lega, che avevano presentato il testo, ma anche Forza Italia e Fdi, che hanno detto che la loro scelta è una «apertura di credito» alla maggioranza sul tema della riforma, che richiederà una verifica nei passaggi successivi. Il percorso, tuttavia, trattandosi di riforma costituzionale, è ancora lungo: servirà la doppia lettura e il passaggio referendario, previsto quando l’ok finale non arriva con la maggioranza di due terzi.

La proposta di legge Fraccaro prevede, modificando gli articoli 56 e 57 della Costituzione, la riduzione degli eletti da 630 a 400 a Montecitorio e da 315 a 200 a Palazzo Madama. Il taglio degli eletti ha un consenso quasi unanime, eppure dal 1983 ad oggi si sono succeduti già 7 tentativi. Tutti miseramente falliti. Il primo nel 1983 quando la Commissione presieduta da Aldo Bozzi presentò nella relazione conclusiva due ipotesi di composizione del nuovo Parlamento: furono presentate diverse proposte di legge ispirate a questa relazione, ma non vennero mai discusse in Commissione. Il tentativo fu ripetuto nella XI legislatura con la bicamerale De Mita-Iotti (1993-1994). In questo caso la fine anticipata della legislatura ha bloccato ogni progetto di revisione costituzionale. Nel 1997 all’inizio della Seconda Repubblica, ci riprovò la Commissione D’Alema. Il progetto che prevedeva un numero di deputati tra 400 e 500, più un Senato di 200 membri (da integrare con altri 200 rappresentati di regioni ed enti locali nelle votazioni rilevanti per le autonomie) si arenò per lo scontro tra centrodestra e centrosinistra che si rimpallarono la responsabilità del fallimento della Commissione.

I tentativi proseguirono nella XIV legislatura all’interno della cosiddetta “devolution”, la riforma costituzionale varata dal centrodestra. Il taglio naufragò con tutta la riforma, bocciata dagli italiani nel referendum costituzionale del 25-26 giugno 2006. Il fallimento della “devolution” ha spinto i partiti a riprendere la via parlamentare per le riforme costituzionali: nasce da qui la “bozza Violante”, un testo approvato in commissione Affari costituzionali della Camera nel 2007 con il sì del neonato Pd guidato da Walter Veltroni e di Silvio Berlusconi. La fine anticipata della legislatura ha bloccato l’iter alla Camera. Nel 2012 il disegno di legge parlamentare di riforma costituzionale fu approvato dal Senato, ma si è arenato alla Camera, con la commissione Affari costituzionali che non ha fatto in tempo a concludere l’esame. Falliti i tentativi parlamentari, ci riprova il governo guidato da Renzi. Cardine del testo era la riforma del Senato, trasformato in Senato dei 100: 74 scelti dai consiglieri regionali, 21 tra i sindaci e 5 di nomina presidenziale per sette anni. La proposta è stata bocciata nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, portando alla caduta di Matteo Renzi.

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