Musica

Perché Sanremo è Sanremo

Una gara canora che non ha eguali al mondo, ancorata a una realtà provinciale da sagra paesana. Specchio dell’Italia, di un Paese che non cresce

La mattina ci sono artisti di strada ad ogni angolo. C’è chi soffia nel sax. Chi strimpella la chitarra. Chi la pianola o la fisarmonica. Chi fa la bella statuina. Chi il giocoliere. C’è persino una orchestrina che suona Rossini. C’è chi mendica e c’è chi urla nel megafono contro il governo, contro la Sanità, contro la Francia, contro tutti e tutti. Ci sono i carabinieri in alta divisa che posano per la curiosità degli stranieri. C’è il sosia di Luciano Pavarotti, ormai una istituzione, e la new entry di quello di Johnny Depp.

E poi c’è il festivaliero tipo, quello che cammina tronfio, sfoggiando l’agognato pass sulla pancia gonfia di una notte di bagordi a focaccia e farinata. L’accredito è l’oggetto totem, simbolo di prestigio e di potere. Non importa quale, purché apra le porte di qualche luogo dov’è possibile entrare in contatto con cantanti o personaggi della tv. Per scattare un selfie, o quantomeno una foto che dimostri l’incontro ravvicinato. E poi le frotte di inviati: 1.443 quest’anno, giunti persino da Australia, Canada, Stati Uniti, Cile, Argentina. Per sette giorni fanno registrare il “tutto esaurito” in una città che una volta era località turistica di re e regine ma che da tempo ha perso il suo appeal.

Nelle vie di Sanremo, tra le sagome degli artisti in gara, è un brulicare di gente e di umanità varia. I negozi espongono la merce sulla strada a prezzi più che stracciati. Anche perché spesso le vetrine sono occupate dagli studi di emittenti radiofoniche nazionali che si spartiscono tratti della via principale della città diffondendo musica, intervistando i protagonisti, attirando curiosi e fan davanti al negozio. Ma gli affari si fanno fuori. Con i turisti. Con i francesi, soprattutto. Che arrivano in massa, tutti i weekend, per fare incetta di imitazioni di Gucci, Louis Vuitton, Yves Saint Laurent e Armanì (con l’accento finale sulla “i”). Perché, al contrario dell’Italia, oltre confine è pericoloso acquistare e vendere roba taroccata. Per questo motivo, qui, dove la passione leghista e poi grillina sembra spentasi, è temuta la svolta anti-Macron del governo di Roma. E lo sparuto drappello di gilets jaunes, i famigerati gilet gialli, calati da oltralpe venerdì scorso, non ha trovato accoglienza.

Nel pomeriggio bambini vegliardi, nonne odoranti di naftalina che continuano a inseguire sogni adolescenziali, si sottopongono pazienti ai severi controlli anti-terrorismo per accedere alla zona del mitico Teatro Ariston, un cinema qualunque che una volta l’anno spegne il proiettore per diventare il mitico luogo del massimo spettacolo italiano. Poi si aggrappano alle transenne in attesa di un idolo in transito sul red carpet. Gridano e agitano in alto le braccia appena vedono una telecamera. “Armati” di smartphone ultima generazione, aspettano Al Bano e Francesco Renga, e se spieghi loro che il cantante pugliese quest’anno è assente, ma invece c’è Achille Lauro: «Chi?» rispondono delusi.

Sul tappeto rosso più tardi sfileranno signore in pelliccia, ‎décolleté, nudité, crudité, tacchi a spilli, abiti luccicanti, rughe, cerone e botulino. Hanno speso una fortuna. Fino a 660 euro per un posto in platea, la metà in galleria. Per finire la serata in uno dei ristoranti frequentati dagli entourage dei divi. E poter raccontare di aver cenato nel tavolo accanto a quello di Guè Pequeno o Arisa, mangiando alle tre di notte gamberi rossi di Sanremo che il mar Ligure non l’hanno visto neanche da lontano.

All’alba o a notte fonda (che è lo stesso, perché a Sanremo si perde la nozione del tempo) s’incontra ancora qualcuno a bisbigliare davanti alla statua di Mike Bongiorno in via Matteotti. Cerca protezione da ogni sorta di beffa. È il nuovo patrono, o meglio patròn, di quella che una volta era la città dei fiori e che adesso si scopre una terra inquinata dai veleni sparsi per far germogliare il ranuncolo.

In questo scenario risalta ancor di più l’anomalia Sanremo, gara canora che non ha eguali al mondo, ancorata a una realtà provinciale da sagra paesana. Che pensa ancora alla musica come voce di una piccola provincia del mondo, piuttosto che come cittadina del mondo. Una manifestazione local, lontana dall’era global. Simbolo di un’Italia che non cresce. Un evento che, tuttavia, coinvolge l’intera industria musicale italiana, una media di dieci milioni di telespettatori (47,5% di share), tutti i mass media nazionali. Che resuscita atmosfere antiche, sapori tradizionali, passioni, sentimenti, polemiche, che il mondo virtuale tende ad appiattire. Che riscopre l’amarcord in un’epoca che ha accelerato i tempi di attenzione e accorciato la memoria.

Se ne era occupato anche il grande Indro Montanelli dando una sua versione: «È incredibile – aveva scritto nel 1999 – che un’occasione di divertimento popolare diventi un evento nazionale. C’è chi protesta per questo. Io dico invece: è credibile solo se si accetta che l’Italia è questa. Non un paese, ma un paesone che aspetta la sagra. Esistono evidentemente pulsioni che sono difficili da spiegare e vanno accettate: i tedeschi cantano in birreria, gli americani amano il rumore e le luci di Las Vegas, gli italiani guardano il Festival di Sanremo».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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