Musica

Da Baglioni ai superospiti: le pagelle del Festival

Il podio, con la vittoria a sorpresa di Mahmood, rispecchia un Festival che guarda avanti, senza smarrire il ricordo del nostro passato musicale. Un Sanremo monotono e noioso, ma di svolta.

CLAUDIO BAGLIONI 6
L’ex “dittatore” oggi “dirottatore” artistico ha aperto le porte dell’Ariston alle nuove generazioni musicali, affidando loro il compito di abbattere il tempio del cuore, dell’amore e della tradizione. Contribuendo al ringiovanimento sia del cast, sia, soprattutto, della platea sanremese. «Davanti al televisore non ci sono soltanto “telemorenti”» scherza, orgoglioso dei risultati. Nessun guizzo geniale, invece, sul fronte dello spettacolo che ha seguito un copione tradizionale, ingessato. Resta l’ombra del conflitto d’interessi. Permane la autoreferenzialità. Con quell’aria da Lerch, il maggiordomo della famiglia Addams, ha trasformato Sanremo in una celebrazione di Baglioni. Il Baglioni che tutti hanno cantato, il Baglioni delle serate al mare, il Baglioni dei primi approcci amorosi, sempre sintonizzato sull’intimistico adolescenziale, avvinto al sentimento delle piccole cose e dei piccoli grandi amori. Il compianto Edmondo Berselli ha scritto su Baglioni pagine definitive: «Quando la folla si sgola con lui, è tutta l’Italia dei grandi sentimenti che si commuove. L’Italia passionale, l’Italia del cuore, un paese corale, “cantante”… Tira una maledetta aria di poesia, molto vicina alla tristezza, quasi ai confini della depressione».

PRESENTATORI 5
La coppia dell’anno scorso, Michelle Hunziker-Pierfranesco Favino, vince nettamente il confronto con quella formata da Virginia Raffaele e Claudio Bisio. Relegati e snaturati nel ruolo di bravi presentatori o di spalle canterine di Baglioni, i due si sono ritrovati come pesci fuor d’acqua. Disinnescata Virginia Raffaele. Della Carla Fracci rimbambita, di Belèn con tutti i suoi tic, della ragazzaccia non c’è stata traccia. Solo nella finale la comica romana si è potuta scatenare con le esilaranti imitazioni di Malika Ayane, Patty Pravo, Giusy Ferreri, Fiorella Mannoia e Ornella Vanoni. Lo stesso vale per Bisio, troppo bravo come attore e intrattenitore per essere ricordato per quattro battute sulle canzoni “sovversive” di Baglioni, fatte a “richiesta” per non parlare più delle polemiche sui migranti (querelle che ha pesato come il peccato originale sul Sanremo 2019), o di monotoni monologhi di contenuto sociale lontani dalle sue corde. «Quando ho visto il pezzo di Pio e Amedeo ho provato l’invidia del comico per la libertà che io non mi sono dato» confessa Claudio Bisio.

SUPEROSPITI 4.5
Un Festival autarchico. Nessuna popstar internazionale quindi, nessun divo hollywoodiano. Soltanto “markette”. Presenze per promuovere le prossime serie televisive Rai o film in uscita. Superospiti musicali con dischi in uscita o pronti ad andare in tour. D’altronde i tempi molto limitati non lasciavano spazio ad approfondimenti o divagazioni. Se poi comici come Pio e Amedeo diventano gli eroi del Festival per una battuta su Salvini siamo messi proprio male. Non lamentiamoci allora di Martina e Zingaretti.

AUTORI 3
Spenti. Come è sembrato talvolta Baglioni stesso. Senza nuove e frizzanti idee. Riesumano vecchi sketch come quello “Claudio fammi cantare” con l’ex carabiniere Simone Montedoro, fatto l’anno scorso identico da Sabrina Impacciatore (che conduceva il DopoFestival). La gag su “Ci vuole un albero” Virginia Raffaele e Claudio Bisio con lei che sbaglia la parola “fiore” è stata copiata totalmente da una gag del Late Show, mentre quella delle pernacchie tra Bisio e Baglioni riprende uno sketch di Dean Martin e Borge. Poco originale e anche un po’ stupida la scenetta della famiglia Addams ispirata dai social. Molto retrò le gag musicali (dal Quartetto Cetra al Trio Lescano), in netto contrasto con la volontà di rinnovamento del cast artistico.

CANZONI 6
Un Festival che guarda avanti, senza smarrire il ricordo del nostro passato musicale. Un orientamento rispecchiato dalla classifica finale che ha visto nei primi tre posti volti giovani come Mahmood, Ultimo e Il Volo. Ma questi ultimi sono tre ragazzi che cantano nello stile dei loro nonni: osteggiati dalla critica, continuano a essere sostenuti dal televoto. Sorprendente la vittoria dell’italo-egiziano, che ha sconfitto il favorito della vigilia. Una scelta che non si sottrae a una interpretazione politica. Una sorta di schiaffo a Salvini e una risposta alla politica del governo sui migranti.
Loredana Bertè si è fermata a un passo dal podio, mentre le canzoni sociali di Simone Cristicchi, Daniele Silvestri e Irama sono state messe in fila, rispettivamente, del quinto, sesto e settimo posto. Premiata l’allegria di Arisa (ottava), Achille Lauro (nono) e Boomdabash (undicesimi). Il drappello indie conquista saldamente la metà classifica con Ghemon, Ex-Otago, Motta e Zen Circus. I nuovi non hanno fatto l’errore di omologarsi allo stile sanremese, presentandosi coraggiosamente per quel che sono, non tradendo così il proprio pubblico. Proposte originali e inedite, talvolta dure e difficili, che il pubblico tuttavia sembra apprezzare proprio per questo. Bocciati, invece, chi si ostina a non voler andare in pensione come Patty Pravo, Anna Tatangelo e Nino D’Angelo (piazzatosi ultimo in coppia con Livio Cori), e il giovane immaturo Einar.

VERTICI RAI 4
È un Festival in clima da regime. Ossessionato da Salvini, da quelle che potrebbero essere le sue reazioni. Temi politici tabù, anche perché è difficile districarsi tra le contraddizioni della maggioranza. Sì Tav e scateni le ire dei Cinquestelle. No Tav e scatta il tweet al cianuro di Salvini. È lui il convitato di pietra di questa cinque giorni di musica. Una presenza-assenza ingombrante, come quella di Berlusconi ai tempi ruggenti del Cavaliere. C’è Salvini nel monologo di Bisio; c’è ancora il ministro dell’interno nell’irruzione comica di Pio e Amedeo; c’è sempre il vicepremier leghista nelle conferenze stampa. Alla fine è proprio lui la star, inseguita e intervistata dai giornali. Tutti pendono dai suoi tweet. A cominciare dalla neodirettrice di Rai1, Teresa De Santis: un passato musicale gettato alle ortiche, usa il bastone quando Baglioni parla di migranti, la carota appena vede lo share attestarsi al 47,5% di media. «Un Festival senza politica, ma di grande politicità» sentenzia, sottolineando l’importanza del «lavoro musicale, tecnico, di scelta artistica di Baglioni» che «è stato rischiosissimo ma straordinario. Il dirottatore, come ha scritto qualcuno, è stato un grande affrescatore». Ricevendo all’istante un megamazzo di fiori dal direttore artistico. Che si candida così all’edizione dei 70 anni. Con il sogno di trasformare il Festival in una Mostra della canzone e «non confermerei il numero di 24 canzoni in gara. Farei 20 brani».

FESTIVAL 5.5
Show pachidermico, monotono e moscio, con quale sprazzo di divertimento annegato nella noia diffusa. Ma, in contrasto, un Festival di svolta. Il coraggio di avviare un ricambio nel cast artistico non c’è stato nel rivoluzionare la liturgia, rimasta sempre la stessa.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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