Musica

Mahmood: «Io, l’Italia, l’Egitto e i gay»

Il mondo della musica si mostra più avanti della politica e dello sport, votando senza pregiudizi, premiando la proposta più originale e internazionale di questa edizione. La favola di uno dei “nuovi italiani”, espressione delle periferie che Papa Francesco vorrebbe al centro. «”Soldi” è quasi un sequel di “Gioventù bruciata”»

«Sono un ragazzo italiano, nato e cresciuto a Milano da madre sarda e padre egiziano, mi sento italiano al 100%». Mahmood respinge subito qualsiasi tentativo di tirarlo in ballo nelle polemiche sui migranti e, in particolare, su Salvini. Proprio il vicepremier, in un tweet notturno, lo aveva bocciato, preferendogli il più «italiano» Ultimo. Ma lui, Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood, non cade nella trappola. Non vuole avvelenare il clima da favola.

Il ragazzo ventisettenne fa parte di quella generazione di “nuovi italiani” espressione delle periferie italiane. Come l’italo-tunisino Ghali, l’italo-albanese Ermal Meta e tanti altri che stanno emergendo. Italiani con nomi arabi, maghrebini, ghanesi, nigeriani. E, il prossimo maggio, Mahmood rappresenterà il nostro Paese all’Eurovision Song Contest.

Alessandro Mahmood incarna un métissage, non solo anagrafico, che lo ha portato, fin da bambino, a miscelare musica araba con il cantautorato italiano: «Nasco da madre sarda e padre egiziano e sono cresciuto con la musica che papà mi faceva ascoltare in macchina, mentre con mamma cantavamo le canzoni di Battisti e De Gregori. La storia di “Soldi” è autobiografica. Parlo di una famiglia mista che al giorno d’oggi è quasi la normalità. Non volevo lanciare nessun tipo di messaggio, politico o culturale, ma mi piacerebbe che qualcuno, che ha un vissuto simile al mio, si ritrovasse».

A un certo punto della canzone con la quale ha vinto l’edizione numero 69 del Festival di Sanremo, come un’invocazione, compaiono alcune parole in lingua araba: «Waladi waladi habibi ta’aleena» canta. «Significano: “Figlio mio, amore, vieni qua”, sono un mio ricordo, per marchiare ancora di più il mio passato. Quelle sonorità, anche fonetiche, sono scolpite nella mia testa ed è per questo che, quando mi chiedono che genere faccio, rispondo “Marocco-pop”. Basti pensare a “Gioventù bruciata”, per esempio, dove il synth iniziale è la mia voce lavorata come se fosse il canto di muezzin».

È una storia di radici recise, sono ricordi di un’infanzia irrecuperabile, proprio come la nostra, per quanto diversa, come canta in “Gioventù bruciata”, la canzone che gli ha aperto le porte dell’Ariston facendogli vincere Sanremo Giovani: «Che ne sanno loro della Sfinge / vista a otto anni con te ridevi ridevi ma mi hanno detto / che a volte ridere è come fingere / Mettevi in macchina le tue canzoni arabe e stonavi e poi mi raccontavi vecchie favole  / Correvi nel deserto con lo zaino Invicta ma non serve correre se oltre ai soldi non hai più fiato né felicità… / C’è qualcosa che non capisco come fare un tuffo nel Mar Rosso / L’ho dimenticato troppo presto ma ricordo bene quando mi dicesti: resto…».

«”Soldi” è quasi un sequel di “Gioventù bruciata”» spiega Mahmood. «Le ho scritte entrambe nello stesso momento. Per me è un terreno talmente vasto che una canzone non bastava. “Gioventù bruciata” l’ho usata un po’ come base, come un’istantanea mentre volevo che “Soldi” avesse un messaggio più forte, una narrazione più ampia ed è per questo che ho aspettato la gara dei big per farla conoscere al pubblico. Non parlo mai di soldi “materiali” all’interno del pezzo ma di come il denaro possa cambiare i rapporti all’interno di una famiglia. Volevo anche stravolgere un tema che oggi è considerato prerogativa della trap o del rap e portarlo a un livello più profondo».

Sicuramente è il brano più internazionale di questa edizione di Sanremo, in assoluto il più ballabile, “Soldi” è già tormentone. «Per me è un orgoglio. Non solo per la vittoria, per il brano, ma anche perché per me, che vengo dai Giovani, gareggiare fianco a fianco di icone musicali come la Bertè o Patty Pravo è stato un sogno. Poi arrivo io fresco fresco da Milano sud, bello sgargiante, mi fa un effetto assurdo».

Il brano è prodotto da Charlie Charles, il producer che ha rivoluzionato le sonorità del rap, e Dardust: «Per me sono due fuoriclasse, sono un loro fan. Sicuramente è un onore che abbiano voluto contribuire alla realizzazione del pezzo, è stato davvero un gioco di squadra».

Certo, vedere Mahmood vincere a Sanremo, sentire pronunciare un nome arabo nella finale del Festival della canzone italiana è stata una sorpresa. Anche per lui che aveva già tentato la carta XFactor nel 2012 senza avere fortuna e che nel 2016 era stato respinto dal Festival dopo essere giunto quarto tra le “Nuove Proposte”. Poi la promozione al Sanremo Giovani dello scorso dicembre insieme a un altro “nuovo italiano”, il cubano Einar.

D’altronde, gli italiani di origine straniera sono e saranno sempre di più. Un Paese con il tasso demografico tra i più bassi al mondo, separato da due ore di gommone da un continente dove una donna fa in media sette figli (come in Niger), è destinato inevitabilmente a mescolarsi. È un processo che va governato, e sottratto al controllo dei mercanti di vite umane. Ma è un processo inevitabile, che può creare problemi di integrazione, ma può anche arricchirci.

«Dobbiamo mettere al centro le periferie», chiedeva il Papa. In periferia ci sono milioni di Mahmood. In altri Paesi, più avanzati del nostro, è normale che il sindaco di una metropoli come Londra sia di origine pachistana, come del resto il ministro degli Interni (conservatore). In Italia può invece capitare che un ministro di colore venga paragonato a un orangotango o che Balotelli venga fischiato per il colore della sua pelle, oppure che una giornalista contesti il vincitore del Festival perché «meticcio». Il mondo della musica si mostra più avanti, votando senza pregiudizi, premiando la proposta più originale e internazionale di questa edizione.

Approfondendo la conoscenza di Mahmood, si scopre poi che nel lontano 2 agosto del 2016 aveva rilasciato una lunga intervista al sito gay.it. Il rapper parlava della sua musica, della sua carriera e della sua vita privata. Ma fra le domande, ne spunta anche qualcuna riferita alla comunità Lgbt e alla condizione «dei gay in Egitto». «Apprezzo molto gli artisti che hanno avuto il coraggio di dichiararsi in pubblico, ma non giudico minimamente chi ancora non ha avuto la forza – diceva al sito gay.it -. Penso ognuno debba dichiararsi quando meglio crede. Quando pensa che sia il momento più opportuno. Come tutti. I gay in Egitto? A dire il vero qualsiasi disparità la vivo in maniera negativa e, in questo caso, ancor di più. Sono molto legato a quelle terre, pur non essendoci andato moltissime volte. Mi sento così impotente. Posso solo sperare che la situazione migliori, sia in Egitto che in tutti quei Paesi in cui vi è una disparità».

«Ho fatto coming out? No, ho rilasciato un’intervista a un sito gay oriented. Tutto qui» tiene oggi a precisare. «Dichiarare “sono gay” non porta da nessuna parte, se non a far parlare di sé. Se continuiamo con questi distinguo, l’omosessualità non sarà mai percepita come una cosa normale, quale è».

Il suo primo disco, l’Ep precedente più cinque inediti, uscirà a marzo e si chiama “Gioventù bruciata”: «Volevo che ci fosse un forte riferimento al film. Ricordi la scena dove James Dean si appoggia la bottiglia di latte al viso dopo aver fatto a pugni? Volevo riproporre quel gesto ma sulla foto di copertina rovescio il latte, a significare che la mia gioventù, in confronto a quelle del passato, non ha neanche più voglia di fare a pugni».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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