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Terra e Luce, gli ipogei della Gurfa di Alia

Un sito rupestre di straordinario interesse. L’ambiente a thòlos più vasto del Mediterraneo. Un grande lavoro di ricerca che resta ancora da fare

È necessario introdurre queste brevi note sugli ipogei della Gurfa di Alia, in provincia di Palermo, con quanto diceva Cesare Brandi, a proposito del significato corretto da attribuire alla nostra eredità culturale: «Noi non dobbiamo… indovinare il futuro, ma il presente». In maniera particolare proprio adesso, nei nostri contesti siciliani persi nell’abbandono, da Sperlinga e Calascibetta al Monte Kronio di Sciacca, nell’anno del riconoscimento ufficiale del valore dell’architettura rupestre di Matera Capitale della Cultura 2019.

La Gurfa di Alia si trova nel cuore della Sicilia protostorica. È un sito rupestre di straordinario interesse storico-artistico ed ambientale; testimonianza di una memoria millenaria, incredibilmente sfuggita agli studi più attenti, anche per l’enigmatica perdita della sua stessa memoria storica. Il complesso ipogeo, nonostante l’uso improprio plurisecolare di stalla-magazzino e agricolo-abitativo, di cui resta traccia nella dizione araba “Gurfa”, si rivela nelle sue dimensioni monumentali come una grande architettura di sofisticata progettazione e realizzazione. In particolare l’ambiente campaniforme, a thòlos, forato in sommità, il più vasto del Mediterraneo, è direttamente confrontabile ed associabile al Tesoro di Atreo di Micene o alle suggestioni spaziali del Pantheon di Roma.

Il sito si raggiunge percorrendo la Ss 121, da Palermo per Agrigento uscendo al bivio Manganaro per Alia. Al km 189 si entra nell’abitato, si attraversa e percorrendo la Sp 53 si giunge alla collina, dove sul fianco sud-ovest si aprono suggestivamente nella roccia le aperture di questo antichissimo e misterioso insediamento rupestre. La denominazione Grotte della Gurfa è sviante: non si tratta di grotte naturali ma di un imponente monumento di architettura rupestre. La complessa problematica della datazione ed attribuzione  di quest’opera monumentale è resa ancor più enigmatica dalla mancanza apparente nell’area di reperti fittili che possano orientare nella datazione, essendo gli ipogei ininterrottamente abitati fino agli anni ’90 del 1900, con uso agricolo.

Per contribuire a capire l’asse dei saperi presente alla Gurfa, che è stazione terminale di decine di altri siti rupestri siciliani di struttura e cultura simile, una autentica “Via della Thòlos”, da rimettere nel cassetto giusto della ricerca storico-artistica, oltre le discussioni sulla sua generica attribuzione a tempi di indistinto “medioevo rupestre troglodita”, è utile sottolineare le seguenti riflessioni coraggiose del  grande medievista Alessandro Musco (2009): «L’architettura fisica e sapienziale della Gurfa di Alia, santuario irripetibile di una sacralità tutta mediterranea […] trova le sue ragioni proprie in diversi millenni alle nostre spalle […] la Gurfa di Alia occupa uno spazio di prima grandezza: si tratta, infatti, di un documento assolutamente unico per ciò che si vede e per ciò che, in quanto invisibile, chiede studio, indagine e ricerca a più mani. La sua arcaica ed aristocratica architettura sacrale che ha percorso tutta l’antichità e per intero l’età medievale e moderna, fino alle pecore cui dava rifugio e tana fino a pochissimi anni fa (!), è veramente un accumulo catastale di saperi in larghissima misura ancora inedito…».

Seguono le considerazioni di sintesi, che mi permetto di affermare su quel frammento di memoria architettonica, in quel sito enigmatico, necessarie per l’attualità: misteri e sapienza costruttiva che delineano la Forma e la Sacralità perenne del luogo, dal Palazzo/Telesterion protostorico, di probabile scuola dedalica, all’importante presenza medievale dei Cavalieri Teutonici, passando per le fasi bizantina ed islamica, nella civiltà contadina del latifondo.

Oltre l’immagine di una Sicilia scontata, ce n’è un’altra, minore e persa/clandestina agli studi accademici, in misura rilevante nell’entroterra, isola nell’isola, dove paradossalmente la marginalità ha preservato strutture culturali e paesaggistico-ambientali che meritano di essere pensate per l’avvenire come occasione di sviluppo economico compatibile con la stessa vocazione dei territori. C’è in questa Sicilia altra una incredibile quantità di opere d’arte e beni culturali, spesso di qualità molto elevata, la cui visibilità e fruizione si attesta molto al di sotto della loro reale importanza, quando non sono stati addirittura dimenticati o rimossi dai saperi collettivi riconosciuti dall’ufficialità accademica. In questo contesto si incardina la “questione della Gurfa”.

Sono paesaggi culturali intimi e celati, aspri, segnati nell’abbandono storico dal silenzio e dalle solitudini delle contrade; caratterizzati da misteriose presenze architettoniche, talvolta di dimensione monumentale e di grande impatto estetico, come i nostri ipogei della Gurfa, di cui raramente si trova traccia nella manualistica; capaci di destare meraviglia e stupore sia per la loro bellezza che per la consistente quantità. è la visualizzazione/valutazione della realtà ambientale  terribile e rassegnata sulla Sicilia e la sua “insularità d’animo” che G. Tomasi di Lampedusa, ne “Il Gattopardo”, fa fare al principe Fabrizio Salina: «Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche, del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti… opere d’arte enigmatiche».

Il vasto comprensorio archeologico e paesaggistico-ambientale del fiume Platani, antico Halykos (“fiume del sale”), è uno di questi luoghi straordinari, che non ha ancora la fama e la visibilità culturale che meriterebbe ampiamente, in particolare per l’autentica civiltà fluviale che vi è attestata nell’età del Bronzo, che da sola, per rinvenimenti presenze e mitologia, dovrebbe costituire un capitolo nei manuali di Storia dell’Arte. Discorso strategico ed urgente che mi permetto di fare, in particolare per colmare le narrazioni di una corretta Storia dell’Architettura Antica in Sicilia prima dei Greci. Lo “stato degli studi” in proposito è purtroppo ancora ufficialmente attestato su quello che aveva scritto nel 1938, in “Breve storia dell’architettura in Sicilia”, Enrico Calandra: «L’architettura degli abitatori della Sicilia anteriormente alla venuta dei Greci ha lasciato solo un nome, di grande risonanza, ma di attività completamente leggendaria; un nome di architetto ricordato come un semidio, Dedalo – qui riparato da Creta, messosi al servizio del re dei Sicani, Cocalo. Fuggendo da Minosse […] La storia dell’architettura comincia ad avere pagine d’interesse generale solo con la colonizzazione greca». Fra le encomiabili eccezioni recenti, dopo gli studi di Silvana Braida, Pasquale Culotta questo ha scritto sulla thòlos della Gurfa di Alia (1995): «Un’architettura quasi sconosciuta alla storiografia e alla critica ma che, per età, dimensione, conservazione, caratteristiche tipologiche e morfologiche, non esito a definire Monumento dei più significativi delle culture che hanno segnato la presenza umana nel territorio della Sicilia. […] Dal neolitico all’età del bronzo, nei millenni in cui possiamo collocare la Gurfa, per quanto riguarda la Sicilia la ricerca specialistica ha appena sfiorato la conoscenza dei percorsi della storia e delle civiltà degli uomini […] L’arco temporale dentro cui collocare queste strutture può andare dal neolitico, all’età del bronzo».

Su questa linea d’indagine, da architetto e storico dell’arte, entrando in punta di piedi nell’ambito archeologico, con il massimo rispetto per quegli studi specialistici (ancora in larga parte da fare) ho fatto notare che in tutta la Valle del Platani/Halykos sono presenti tombe a thòlos, che collegano in modo sorprendente ed inequivocabile la storia dei luoghi nell’età del Bronzo con la civiltà minoico-micenea. Questo strettissimo legame è comprovato anche dai numerosi reperti archeologici oggi custoditi al Museo “P. Orsi” di Siracusa, all’Antiquarium di Mussomeli con la civiltà di Polizzello (Cl), al Museo Archeologico di Marianopoli (Cl), oltre che nei maggiori Musei Archeologici stranieri: per tutti cito la bellissima e preziosa “Patera d’oro con teoria di tori”da Sant’Angelo Muxaro presso il British Museum di Londra.

Luoghi, reperti ed architetture meritevoli di riguardo nella Valle sono accomunati dal fascino arcano delle cose da “scoprire”, da “svelare” compiutamente nella dimensione protostorica della Sicilia pre-Greca: circa un millennio di documentazione in più da percorrere e “vedere” rispetto ai dati delle guide turistiche ed ai testi divulgativi; miti e saghe da risentire, da rivedere con altri occhi, per cercare di capire un tratto importante e sconosciuto degli inizi della cultura dell’Occidente, da ri-guardare appunto. Bisogna fare tesoro delle tracce architettoniche e materiche che hanno lasciato nella Valle quei sapienti costruttori dal bordo della Grande Storia e del Mito: questa è la lezione che può esserci narrata negli affascinanti ambienti thòloidi ingrottati e dai reperti archeologici di Sant’Angelo Muxaro (Ag), Milena (Cl), Cammarata (Ag), Polizzello di Mussomeli (Cl) o della Gurfa di Alia (Pa); a partire dalla saga di Minosse, approdato con la sua armata sulla costa di Heraclea Minoa, alle foci del Platani, alla ricerca di Dedalo fuggito dal Palazzo del Labirinto di Creta dopo la morte del Minotauro e qui rifugiatosi, accolto ad Inico dopo il mitico “volo” dal Re Sikano Kokalos. Oltre il Mito dare quindi per certo che Dedalo abitò da qualche parte lungo il Platani/Halykos; che la sua casa/dimora si trovasse in qualche luogo da queste parti.

Gli studi ed i rinvenimenti archeologici di G. Castellana attestano (2012), a supporto del Mito, la frequentazione della costa agrigentina da parte dei navigatori minoici almeno dal XVIII sec. a.C., per il commercio mediterraneo dello zolfo. Tutto porta a dedurne che la penetrazione nell’entroterra fluviale sia stata conseguente ed immediata, per l’approvvigionamento del sale ed altri minerali di pregio ivi presenti.

Di certo ed importante in questa parte dell’entroterra Sikano c’è l’evidenza archeologica di reperti molto antichi, ritrovati durante i lavori di costruzione della ferrovia Palermo-Catania, attorno al 1882, proprio a ridosso della Gurfa e noti come “Bronzi di Valledolmo”, di cui aveva scritto A. Mosso in “Le armi più antiche di rame e di bronzo”, nel 1908; oggetti di grande interesse non solo per la storia del territorio, ma soprattutto per ricostruire i contatti tra i primi esploratori egeo-micenei e le regioni interne della Sicilia “prima dei Greci”.

Altrettanto certa è la presenza della “cultura della Thòlos” alla Gurfa, così attestata archeologicamente da Francesco Tomasello (1997) da almeno un “reperto”: «Nel costone più basso circa 30 metri alla sinistra del complesso trogloditico è stata da noi localizzata una piccola camera a tholos la cui fronte risulta notevolmente rimaneggiata».

Mi sono quindi assunto la responsabilità di “spostare di circa 30 metri a destra” il limite “certo” della Cultura della Thòlos nell’entroterra Sikano, con il solo intento di cercare di dare un senso alla presenza nel sito del più vasto ambiente a thòlos del Mediterraneo. Sulla base di questi indizi probanti emerge dunque l’evidenza del grande lavoro di ricerca che ancora resta da fare, alla Gurfa e nel paesaggio culturale circostante.

La portata ed il significato della presenza degli ipogei monumentali della Gurfa scandisce la ricerca “sottile”, umbratile e ctonia, del contatto “profondo” con il grembo della “Grande Madre Mediterranea”, nel ciclo di vita-morte-rinascita che passa dai “misteri” del sottosuolo, noto nella Sicilia antica per il culto di Demetra e Kore.

Per quanto ne sappiamo è il rito misterico/sciamanico della Catabasi: la discesa rituale ed “eroica” del Minos/Wanax/Basileus di tradizione minoico-micenea, o indigena, al mondo degli antenati morti, dopo l’adeguata preparazione di “incubazione” che doveva avvenire nell’ inquietante “vano ad utero” con sovrastante cisterna, sospeso da terra, presente sulla parete della seconda stanza del piano superiore della Gurfa. è questa la spiegazione sensata che si può dare del vano, pensandolo, per le dimensioni rilevanti, come un Megaron.

Tracce antichissime di questo tipo oscuro di “visitazioni” rituali del sottosuolo a scopo funerario nella Valle del Platani, in areali vicini alla Gurfa, sono attestate da indagini archeologiche, condotte da Domenica Gullì (2011) in oltre quaranta cavità con frequentazioni preistoriche, dal Neolitico al Bronzo recente.

Per quanto riguarda il “funzionamento” come struttura calendariale del monumentale ambiente campaniforme/thòlos, come il Pantheon di Roma suggestivamente forato in sommità, per la misurazione/controllo del Tempo Cosmico, ritualità propria di tutti i Centri Sacri dell’antichità, invitiamo alla visita del sito in occasione degli Equinozi e dei Solstizi, per la verifica di quanto abbiamo sperimentato con largo seguito testimoniale: poter osservare attorno al 21 marzo o al 21 settembre, il suggestivo raggio di luce che colpisce la fossa centrale del pavimento dell’ambiente a thòlos più vasto del Mediterraneo. È il segno visibile dell’uso rituale e calendariale dell’ambiente campaniforme; a mezzogiorno in punto i raggi solari filtrano attraverso un “foro/gnomone” nella roccia e colpiscono esattamente la fossa del Nadir pavimentale. Lama di luce suggestiva che determina il rinnovarsi ciclico del Tempo, nella grandiosa architettura ipogeica campaniforme della Gurfa.

A questi risultati indiziari portano gli esiti della mia ricerca: dopo la catastrofe culturale della perdita della sua memoria storica, alla Gurfa di Alia c’è quello che resta di un impianto ipogeico dell’età del Bronzo, di sofisticata progettazione, scavato in una necropoli ancora più antica, dove è possibile rintracciare l’uso di moduli di “geometria aurea”, con una struttura unitaria che ha al piano inferiore una vasta camera funeraria dinastica, collegata ad un grandioso ambiente a thòlos per il culto, con sovrapposte le “stanze” di un Santuario, in cui si praticava il rito dell’“Incubazione” e della “Catabasi”. Sono rimandi straordinariamente simili alle descrizioni che le fonti storiche fanno per la tomba-tempio di Minosse, da ricercarsi nella valle del fiume Halykos/Platani. La Gurfa si trova in un importante sito nel cuore della Sikania dell’età del Bronzo, nel punto di snodo strategico fra i sistemi fluviali Platani-fiumeTorto, che in antico collegava Himera, sul Tirreno, con Heraclea Minoa, sul Canale di Sicilia; da lì dovette passare il tiranno agrigentino Terone nel 480 a.C. quando, in marcia su Himera per la sua conquista, “rinvenne” e distrusse la tomba-tempio di Minosse. In assenza di reperti archeologici da scavi ufficiali, le tracce evidenti di distruzione ed incendio dei rivestimenti lignei interni alla Gurfa ancora aspettano una datazione.

Occorre perciò guardare all’opera partendo dal fascino e dai misteri che contiene: basta entrare in quell’ambiente a thòlos, sotto la lama di luce zenitale, per capirne senza tante parole la sacralità ancestrale, nella sua armonia aurea, che narra dei suoi millenni. è la percezione altissima in versi che ha espresso l’amico poeta Vincenzo Ognibene in visita alla Gurfa (2011):

Diu / comu fazzu a tràsiri / nnò to vacanti / ca ia un nenti / chinu di lustru.

(Dio / come faccio a entrare / nel tuo vuoto / che è un niente / pieno di luce)

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Carmelo Montagna

Carmelo Montagna è architetto e insegna Storia dell’Arte e Disegno al Liceo Scientifico Statale “E.Basile” di Palermo. Nel 2008 è stato titolare di incarico di ricerca e studio, sul tema “La Via della Thòlos”, presso il Dipartimento di Civiltà Euro-Mediterranee e di Studi Classici, Cristiani, Bizantini, Medievali, Umanistici dell’Università degli Studi di Palermo. Ha collaborato con l’Officina di Studi Medievali di Palermo, con il Fai e con SiciliAntica. È socio di BcSicilia. Collabora e conduce ricerche di Storia dell'Architettura Antica e Megalitismo presso il Dipartimento di Scienze umane dello Iemest (Istituto Euro Mediterraneo di Scienze e Tecnologia) di Palermo - Sezione di Storia, Arte e Popolazioni.

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