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Conoscere Notting Hill

Viaggio nella storia del celebre distretto residenziale londinese, set naturale dell’omonima commedia romantica cult

Sembra un sogno, quasi come risvegliarsi protagonisti di una favola: scorrazzare tra quei vicoli e innumerevoli viuzze parallele, toccando con mano la realtà che, per mezzo del grande schermo, presenta quei luoghi come un piccolo paradiso terrestre destinato esclusivamente alla visione ma enormemente lontano da qualcosa di tangibile, materiale, concreto. Imboccando il primo tunnel di uscita dall’Underground ti ritrovi subito catapultato in quel mondo, respirando un’aria pervasa da un profumo vagamente cinematografico. Notting Hill, questo il nome della piccola realtà urbana di una metropoli sconfinata. Un melting pot. Una sorta di amore a prima vista che – puntuale – assale il visitatore. Una Londra estremamente calda, per gli standard del luogo, quella che ospita il periodo del nostro soggiorno ma il pomeriggio riconduce presto il tutto all’atmosfera uggiosa tipicamente britannica. L’atmosfera frizzante e accogliente è, però, sempre la stessa. Punto di partenza è per me l’ormai consueta stazione di King’s Cross/St. Pancras: da qui è consigliabile imboccare la Victoria line per poi, dopo poche fermate, cambiare a Oxford Circus. Per chiunque abbia un minimo di familiarità con la Tube londinese non sarà difficile, dopo cinque fermate delle Central, scendere a Notting Hill Gate.

Il distretto residenziale, situato nella parte occidentale della prima fascia urbana della City, appartiene alla municipalità del Royal Borough of Kensington and Chelsea (W11) – a due passi dai musei della Scienza e di Storia Naturale, dal Victoria and Albert e dai magazzini di Harrods – e cozza con l’immediato contrasto della parte popolare, sfociando poi in Portobello Road. Quando, intorno alla metà del diciannovesimo secolo, Londra non raggiungeva ancora l’attuale estensione, i territori in questione costituivano lande di campagna e, tra queste, sorgeva la Portobello Farm. Tra fieno e fruttetti, una corsia di paese collegava Kensigton Gravel Pits e Kensal Green. La fattoria di Portobello, eretta nel 1740 in zona Gelborne Road, deve il proprio nome alla celebre vittoria dell’ammiraglio Vernon a Puerto Bello, a Panamá, nella guerra anglo-spagnola di Jenkin’s Ear. Una prima urbanizzazione e bonifica della zona a inizio ‘800, unitamente al collegamento ferroviario, fu stimolo per la ricca borghesia di grandi investimenti nei mercati e negozi locali. Sontuose e monumentali case circondate da viali alberati: questi i tipici tratti che connotavano gli isolati. Eppure un significativo afflusso di immigrati afrocaraibici avrebbe segnato i primi del ‘900, tanto che nel ’58 Pembridge Road divenne per quattro giorni epicentro sismico di tensioni razziali, “riots” e tumulti. Come risposta non ufficiale e silente ai moti, l’anno seguente, prese vita il grande carnevale di strada, oggi conosciuto in tutto il mondo. Ai tempi delle prime edizioni l’insolito carosello era una semplice sfilata di carri corredati da ballerini e da musica a palla. Oggi, dopo più di cinquant’anni, la manifestazione sfiora e supera il milione di presenze, con grandi carri, costumi folkloristici e tanta tanta samba, divenendo così il più grande carnevale di strada dopo quello di Rio. Nessuna regola: folla e frastuono in cima alla lista! Insomma, durante il Summer Bank Holiday, ultimo weekend di agosto, quando le banche della City sono chiuse, il visitatore può prepararsi a due giorni da urlo. Per cinque chilometri la processione di gente, che anche con un budget limitato fa festa e si diverte, intasa le vie e mobilita gli spostamenti. Non facili risultano i movimenti e sporadici gli eventi spiacevoli – del resto, come trattenere grandi masse in preda ai fumi dell’alcol – con conseguente necessità di adottate misure di sicurezza sufficientemente valide (un buon numero di “bobbies” e la Tube con viabilità limitata posson bastare). C’è da dire, tuttavia, che gli inglesi non amano granché il carnevale, tradizione di una cultura genuinamente latina.

Portobello Road

Poi c’è Portobello Road, celebre per il mercato che si tiene dal lunedì al sabato in questa lunga strada trasbordante di negozietti, bancarelle, pub e ristoranti di ogni etnia e cultura. Salvato anni addietro dalla stretta delle industrie, il mercato si presenta giornalmente puntuale: generico, ortofrutticolo (Colville Terrace/Westbourne Park Road) e biologico. Sicuramente, però, il mercatino di antiquariato del sabato è il più gettonato da autentici cercatori di occasioni. Rarità per tutte le tasche, anche se per lo più costose, si annidano tra una bancarella e l’altra o, più semplicemente, esposte su teli bianchi a terra. “Many goods”, soprammobili (i cosiddetti “knick knacks”), oggetti inusuali o “usa e getta”. Nonostante la procedura di “esposizione”, articoli di ottima fattura sono facilmente reperibili così come un ampio campionario di vestiti nuovi e usati. Il lungo e sinuoso curvone di Portobello Road si allontana dai dispendiosi esercizi commerciali all’incrocio con Chepstow Road per giungere al più abbordabile sottopassaggio Westway o alla zona di Golborne Road. Se poi si è alla ricerca di buona cucina, questa di certo non manca: sempre calda presso i vari stand o, se interessati a qualcosa di sfizioso, all’Electric Brasserie, al 202, al The Hillgate o al The Cow. Il tutto contestualizzato dalle folkloristiche case color pastello con tonalità che spaziano dal verde all’azzurro, dal rosa al giallo. Notting Hill e la sua vitalità sono testimonianza di un distretto tuttora a misura d’uomo, o quasi… Oramai i prezzi di acquisto o di affitto delle semplici terraced houses sono quasi inaccessibili, per non parlare di quelli delle semi-detached! A partire dal nuovo millennio, infatti, il valore degli immobili ha registrato uno sproporzionato aumento dovuto non solo all’effettiva bellezza del borough londinese ma anche all’incremento di richiesta da parte di numerose celebrities che hanno stabilito qui le proprie residenze: Claudia Schiffer, Robbie Williams, Bella Freud, Damon Albarn, e molte altre, le very important people che vivono qui o lo hanno fatto, come i Rolling Stones, i Pink Floyd, Eric Clapton, i Led Zeppelin e Jimi Hendrix (che ha anche trovato la morte in un hotel del posto). Persino George Orwell visse qui dopo essersi dimesso dalla Soprintendenza della polizia imperiale della Birmania. In definitiva, si può parlare con facilità e veridicità di un quartiere élite tra i più ambiti.

Tuttavia, l’aspetto chic di Notting Hill è relativamente recente: può risultare difficile credere che, intorno alla metà del secolo scorso, una delle più ambite e affascinanti aree di Londra venisse definita come un’imponente topaia dei bassifondi, un tugurio malfrequentato, brulicante di ratti e spazzatura, connotato da case stracolme e condivise da innumerevoli coinquilini. Una vera e propria casba. Situata in una delle zone più prestigiose della Big Smoke, veniva etichettata come una sorta di mela marcia sconsigliata e da evitare. Sicuramente cinquant’anni fa nessuno avrebbe mai pensato di girarci un film… ma questa è un’altra storia. Nello sconfinato deserto di due secoli fa solo nel 1840 sorsero le tenute di Ladbroke e Norland. Al tempo Notting Hill era conosciuta per le Potteries, ossia le numerosissime fabbriche di ceramiche, e per le Piggeries, gli allevamenti di maiali (il rapporto “animaletti rosa” – abitanti era di 3:1, ndA). Un pensiero davvero poco “stuzzicante”… Vennero ricavate, in seguito, multiproprietà, ma, con l’avvento della guerra, l’area subì profonde alterazioni. Mai esempio più azzeccato in questione di cambiamento e tendenza: negli ultimi trent’anni sono state, infatti, significative le trasformazioni e i miglioramenti che hanno portato allo stato che il borgo detiene tutt’oggi, tanto da contribuire a rendere il RBKC l’autorità locale più densamente popolata del Regno Unito e vero e proprio centro nevralgico della new London. In campo letterario il distretto è stato citato anche da Sir Arthur Conan Doyle con l’assassino Selden, ne “Il mastino di Baskerville”, ed è stato fonte di ispirazione e ambientazione per G. K. Chesterton e Paulo Coelho.

Ma torniamo a un lontano 21 maggio 1999 quando, nelle sale inglesi, usciva quello che di lì a poco sarebbe diventato un cult della commedia romantica: Notting Hill, con la regia di Roger Michell e su soggetto e sceneggiatura di Richard Curtis (autore, tra gli altri, di Mr. Bean). I due, con il produttore Duncan Kenworthy, il compositore Trevor Jones e lo scenografo Stuart Craig – gli stessi che pochi anni prima avevano firmato “Quattro matrimoni e un funerale” – ottengono tre Empire Awards e tre nomination ai Golden Globe, guadagnando oltre quattrocento milioni di dollari e vendendo più di ventidue milioni di biglietti. Oggi, come vent’anni fa, c’è tutta la semplicità e lo humor di una  favola del ventunesimo secolo a lieto fine che richiama le atmosfere di Pretty Woman. Lui è William Thacker (Hugh Grant), con un decente equilibrio e con poca disinvoltura in amore, timido proprietario di una piccola e fallimentare libreria di guide da viaggio che conduce una piatta esistenza fino a quando l’attrice Anna Scott (Julia Roberts), amatissimo sorriso di Hollywood, fa irruzione nel suo negozio e nella sua vita. Insomma, una star internazionale vista al microscopio impatta l’orbita di un allocco maldestro e improbabile amante. A coronamento di un romantico e appassionato intreccio uno scontato e poeticissimo happy ending sugellato dalle note di “She” cantata da Elvis Costello e cover del singolo del ’74 di Charles Aznavour, scomparso lo scorso anno (soundtrack premiata anche ai Brit Awards che conta anche Shana Twain, Boyzone, Van Morrison e la stupenda “When you say nothing at all” di Ronan Keating). Commedia brillante ma anche eccellente ritratto di una realtà suburbana, benché abbondantemente ripulita etnicamente della maggioranza nera che popola la zona, Notting Hill è la cronaca di un sogno, d’impianto prettamente teatrale, nel quale permeano la naturalezza e la compostezza tipiche del distretto. La faccenda della fama non è una cosa reale: le distanze dei sogni si accorciano fino ad annullarsi. “Surreale, ma bello”.

La vita imita l’arte, ma il cinema si rifà a questa. Autentico tocco d’artista – è il caso di dirlo – la citazione de “La Mariée” realizzato nel 1950 da Marc Chagall. Il dipinto raffigurante in primo piano una giovane sposa con abito rosso e velo bianco con bouquet in mano simboleggia la nostalgia per qualcosa che si è perduto. Nello sfondo, in contrasto, predominano un intenso blu e il grigio con una capra che suona il violino. E se alla sposa viene assicurato il velo da una figura che le circonda la testa come in un abbraccio, il futuro consorte è lo spettatore verso cui la giovane, leggermente ridente, si rivolge. In lontananza si scorge una chiesa. Parte di una collezione privata e di valore intorno al milione di dollari, in occasione del film ne venne autorizzata una copia in seguito distrutta per scongiurare inconvenienti. Simbolo esemplare di un inno a un sentimento giovane, mostra come dovrebbe essere l’amore: fluttuare nel cielo blu scuro con una capra che suona il violino. La felicità non è felicità senza una capra che suona il violino.

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