Cinema

Oscar 2019 preview, tra curiosità e pronostici

Tutto quello che c’è da sapere sulla 91esima edizione degli Academy Awards

Manca appena qualche giorno alla notte del 24 febbraio – data da cerchiare in rosso sul calendario – durante la quale, al Dolby Theatre di Los Angeles, l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences nella 91esima edizione degli Oscar Awards consegnerà le sue celebri statuette a film, registi, interpreti e professionisti che si sono particolarmente distinti nella stagione cinematografica appena trascorsa per le rispettive 24 categorie del premio ideato nel 1929. E nella settimana che conduce all’assegnazione del riconoscimento più ambito e prestigioso nel mondo del cinema non possono mancare ogni sorta di anticipazione e i nostri pronostici. Dopo la solidarietà del movimento Me Too lo scorso anno, quest’edizione – forse più di altre – ha generato un’irrisolta congerie di polemiche e controversie tra pubblico e Academy, fautrice, secondo i più, di scelte che sminuiscono incontrovertibilmente il ruolo degli addetti ai lavori. Era stata, infatti, annunciata – salvo successiva marcia indietro – l’irriguardosa decisione di consegnare i premi delle categorie tecniche (miglior montaggio, fotografia, cortometraggio in live-action, make-up e acconciatura) off-screen, durante la pubblicità del network Abc. In tanti i registi e film-makers – Scorsese, Tarantino, Chazelle, Lee, Storaro, Lubezki solo per citarne alcuni – a manifestare il proprio disappunto con la sottoscrizione di una lettera nella quale hanno espresso l’unanime dissenso dalla scelta, finalizzata a ridurre a tre ore la durata del programma, che comporta un inglorioso trattamento al riconoscimento di quanti hanno un ruolo fondamentale nella catena di creazione di una grande industria. E così la stessa istituzione che dovrebbe proteggerla, accusata di aver tradito lo spirito della promessa di celebrare il cinema come forma d’arte collaborativa e di aver sacrificato l’integrità della missione originale, si è vista costretta a ritrattare. Se è vero che, a distanza di trent’anni dal 1989, in seguito alle polemiche suscitate da passate dichiarazioni omofobe di Kevin Hart, la cerimonia per l’ottava volta nella sua storia non avrà un conduttore, è altrettanto vero che saranno tante le celebrities a salire sul palcoscenico e ad avvicendarsi per consegnare l’Oscar: dallo 007 di Daniel Craig al Capitan America di Chris Evans, da Tina Fey ad Awkwafina, passando per la popstar Jennifer Lopez, Amy Poehler, la comica nonché compagna di Paul Thomas Anderson Maya Rudolph e l’interprete Amandla Stenberg. Ma se la notte delle stelle può far tranquillamente a meno di un volto comico che intrattenga il pubblico tra una premiazione e l’altra con qualche gag, contestata è stata anche l’esclusione delle opere Netflix e Amazon Prime Video dalla premiazione. Dovrebbero quindi essere cinque i brani eseguiti, tutti nominati nella categoria Miglior canzone: si tratta di Shallow (A Star Is Born) interpretato da Lady Gaga e Bradley Cooper, All the stars (da Black Panther) con Kendrick Lamar e SZA, e I’ll fight (da Rbg) cantato da Jennifer Hudson. Ma ci saranno anche Bette Midler con The place where the lost things go (Mary Poppins returns) e il duo David Rawlings – Gillian Welch con When a cowboy trades his spurs for wings (The ballad of Buster Scruggs).

Scongiurato al 2019 il rischio dell’introduzione di una nuova categoria per premiare il successo dei film pop (quelli che hanno riscosso maggiori incassi al box-office), chiuse le votazioni (tutte digitali, per la prima volta) dei 7.902 membri, le stesse sono state raccolte ed elaborate da PWC. Ma mai la competizione è stata tanto serrata se si considera che tutte le Guild principali (i sindacati delle varie categorie di Hollywood, i cui componenti sono spesso membri della stessa Academy) hanno assegnato i loro premi a titoli diversi o addirittura non candidati, rendendo difficile a livello statistico prevedere chi sarà a spuntarla. A Venezia, tra l’atro, il Leone d’Oro è andato a Roma, mentre a Toronto il premio del pubblico a Green Book. Frontrunners assoluti sono proprio il film di Alfonso Cuarón e La Favorita di Yorgos Lanthimos dall’alto delle loro 10 nomination. Da tenere d’occhio anche Vice di Adam McKay e A Star Is Born di Bradley Cooper che conquistano otto nomination tra cui Miglior Film e Miglior Attore Protagonista. Segue Black Panther, in gara per sette statuette e primo cinecomic nominato a Miglior Film. Grande successo anche per BlacKkKlansman che ne conta sei, regalando a Spike Lee per la prima volta l’emozione di gareggiare per la statuetta alla Miglior Regia. Bohemian Rhapsody, che agli scorsi Golden Globe ha vinto il premio al Miglior Film Drammatico, ottiene cinque nomination: Miglior Film, Miglior Attore Protagonista, Miglior Montaggio, Miglior Sonoro e Miglior Montaggio Sonoro. Un meritato applauso va poi a Cold War di Pawel Pawlikowski nominato a Miglior Regia, Miglior Film Straniero e Miglior Fotografia, e che, insieme a Roma, regala a quest’edizione un piccolo focus dedicato ai film in bianco e nero. Vi proponiamo le nostre previsioni sui potenziali favoriti nella corsa agli Oscar, tenendo conto dei precursors, dell’accoglienza riservata da critica e pubblico e delle nostre sensazioni in merito a quali potrebbero essere le tendenze dell’Academy.

MIGLIOR FILM: ROMA. La rosa di candidati alla categoria vede quest’anno ben otto pellicole e difficile risulta stabilire quale sia in reale vantaggio. Il trionfo in Laguna dovrebbe aver blindato il successo dello splendido Roma di Gabriela Rodríguez e Alfonso Cuarón, ma la vittoria a Toronto ha galvanizzato anche la commedia Green Book (Jim Burke, Charles B. Wessler, Brian Currie, Peter Farrelly e Nick Vallelonga) che racconta una difficoltosa amicizia interraziale nell’America degli anni ’60. Questa l’unica reale insidia. Solo la critica, invece, può spingere un’opera magnifica ma grottesca e sofisticata come La favorita (Ceci Dempsey, Ed Guiney, Lee Magiday e Yorgos Lanthimos). Non dovrebbero partecipare alla bagarre Bohemian Rhapsody di Graham King (sopravvissuto alle pessime recensioni e candidato a PGA, SAGA e vincitore di un inaspettato Globe), la quarta versione di A Star Is Born (più di trecento milioni di dollari in tutto il mondo per Bill Gerber, Bradley Cooper e Lynette Howell Taylor), Vice – L’uomo nell’ombra (adorato dai membri della Hollywood Foreign Press Association) di Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Adam McKay e Kevin J. Messick, né tantomeno “l’esordiente” Spike Lee con il suo BlacKkKlansman (con Sean McKittrick, Jason Blum, Raymond Mansfield e Jordan Peele). Indipendentemente dall’esito, bel colpo per i Marvel Studios con il blockbuster Black Panther di Kevin Feige (oltre ovviamente ad Avengers: Infinity War, candidato per i migliori effetti speciali). Certo ci domandiamo dove fosse l’Academy quando è uscita la trilogia di Batman firmata Christopher Nolan.

MIGLIOR REGIA: ALFONSO CUARÓN (Roma). Paradossalmente la cinquina più scontata. Il messicano, già vincitore nel 2014 con Gravity (regia e montaggio) e forte dell’affresco in bianco nero sulla storia drammatica di una donna, può strappare la sua seconda statuetta in categoria ed è in vantaggio abissale su tutti gli altri candidati, a partire dal veterano Spike Lee e dal più autoriale greco Yorgos Lanthimos con l’inconsueto film sulla monarchia inglese a denuncia della condizione della donna in un mondo rigidamente patriarcale. Così Cuarón raggiunge il record del film in lingua straniera con il più alto numero di nomination, finora detenuto da Ang Lee con il suo La tigre e il dragone. Esclusi eccellenti dell’edizione Damien Chazelle, vincitore nel 2017 (La La Land), con First Man – Il primo uomo insieme a Barry Jenkins con Se la strada potesse parlare.

MIGLIOR FILM STRANIERO: ROMA. Sempre lei. Subito prima dell’apprezzatissimo melodramma Cold War (Polonia) di Pawel Pawlikowski, già premiato a Cannes per la regia, e di Un affare di famiglia (Giappone) del maestro Hirokazu Koreeda, vincitore della Palma d’Oro. Poche chance per il libanese Cafarnao di Nadine Labaki e per il film decisamente convenzionale e Oscar-friendly Opera senza autore, affresco di trent’anni di storia della Germania firmato dal regista de Le vite degli altri, Florian Henckel von Donnersmarck.

MIGLIOR FOTOGRAFIA: ROMA. Non c’è storia.

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA: CHRISTIAN BALE/RAMI MALEK. Salito alla ribalta principalmente per la serie Amazon Prime Video Mr. Robot, dopo il Globe, il Freddy Mercury di Rami Malek non si accontenta di essere il frontman dei Queen e punta all’Oscar come Best Actor in a Leading Role ma c’è anche quel gigante di trasformismo che è Christian Bale, nei panni dell’ex Vice-Presidente americano Dick Cheney. Con un pizzico di superbia scommetteremmo sul secondo. In secondo fila partono il Jack Maine di Bradley Cooper, regista e protagonista, senza dimenticare il Frank “Tony Lip” Vallelonga di Viggo Mortensen. La vera sorpresa però sarebbe Willem Defoe con la sua interpretazione di Vincent Van Gogh in At Eternity’s Gate.

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MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA: GLENN CLOSE. Che sia la volta buona! Sette candidature senza mai vincere la statuetta: reduce dalla vittoria al Globe per la meravigliosa prova nei panni di Joan Castleman in The Wife – Vivere nell’ombra, dovrebbe vincere di misura sulla Coppa Volpi di Olivia Colman, straordinaria Queen Anne. Al gradino più basso del podio la Ally Campana di Lady Gaga, seguita a ruota da Melissa McCarthy (Copia originale) in un’insolita veste drammatica nei panni della scrittrice Lee Israel e dalla Cleodegaria Gutiérrez di Yalitza Aparicio (Roma), potenziale piacevole sorpresa in caso di “delirio Roma”. Non sorprende la posizione della pop star: ricordiamo che Jennifer Lawrence è riuscita a vincere un Oscar con quell’interpretazione da triglia lessa in Silver Linings Playbook. Delusione quindi per la mancata nomination delle due protagoniste di Mary Queen of Scots, Saoirse Ronan e Margot Robbie (la sua Elisabetta I in lizza per i SAGA), che sin dall’uscita del film hanno ricevuto grandi consensi.

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: MAHERSHALA ALI. Dopo l’Oscar al Miglior attore non protagonista per Moonlight nel 2017, punta al bis: il suo Don Shirley, pianista afroamericano nell’America degli anni Sessanta di Green Book, è più un comprimario che un supporter e lascia parecchi metri al Jack Hock di Richard E. Grant e al Flip Zimmerman di Adam Driver, quest’ultimi entrambi già nominati agli Indipendent Spirit Awards. Sfavorito il Bobby Maine di Sam Elliott mentre altro temibile concorrente è il “campione in carica” Sam Rockwell per il ritratto di George W. Bush in Vice. Assente illustre il giovanissimo talento di Timothée Chalamet, tossicodipendente nel dramma Beautiful Boy.

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA: REGINA KING/AMY ADAMS. Con l’ex favorita Olivia Colman spostata fra le protagoniste, l’interpretazione spronata dalla critica di Sharon Rivers in Se la strada potesse parlare, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 1974 di James Baldwin, ipoteca la statuetta. A insidiare la star televisiva ci sono la baronessa Abigail Masham di Emma Stone e la duchessa di Marlborough Sarah Churchill di Rachel Weisz – con maggiori chance per la prima – ma anche la pluricandidata (sei volte in poco più di un decennio) Amy Adams per Vice. La messicana Sofía di Marina de Tavira ha scalzato nelle nomination la divina Claire Foy, reduce dall’Emmy Award come intensa supporting wife in First Man.

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE: LA FAVORITA/GREEN BOOK, rispettivamente firmate da Deborah Davis-Tony McNamara e Nick Vallelonga-Brian Currie-Peter Farrelly. La categoria più ricca, affascinante e imprevedibile. Seguono solo Roma e Vice. Dietro First Reformed.

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE: BLACKKKLANSMAN (Charlie Wachtel-David Rabinowitz e Kevin Willmott-Spike Lee). Tra gli script non originali anche A Star Is Born, Se la strada potesse parlare e La ballata di Buster Sgruggs.

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE: SPIDER-MAN: UN NUOVO UNIVERSO (Bob Persichetti, Peter Ramsey, Rodney Rothman, Phil Lord e Christopher Miller). Sennò il nuovo strepitoso successo targato Pixar, Gli Incredibili 2 di Brad Bird, sequel del cult del 2004 (già vincitore di due Oscar, inclusa la statuetta in categoria) e forte di un miliardo e duecento milioni di dollari d’incasso in tutto il mondo. Poi L’isola dei cani, malinconico e sofisticato gioiello di Wes Anderson, già in lizza per l’Oscar al miglior film d’animazione nel 2009 per Fantastic Mr. Fox., nonché Ralph Spaccatutto 2 e Mirai.

MIGLIOR SCENOGRAFIA: LA FAVORITA (Fiona Crombie e Alice Felton). Tutta l’Inghilterra del XVIII secolo. Con scarto su Black Panther (Hannah Beachler e Jay Hart) e Roma (Eugenio Caballero e Bárbara Enríquez)

MIGLIOR MONTAGGIO: VICE/BOHEMIAN RHAPSODY. Scontro tra Hank Corwin e John Ottman. O, ancora, La Favorita (Yorgos Mavropsaridis)

MIGLIOR COLONNA SONORA: BLACK PANTHER/IL RITORNO DI MARY POPPINS. Testa a testa tra Ludwig Göransson e Marc Shaiman

MIGLIOR CANZONE: SHALLOW (A Star Is Born – Lady Gaga, Mark Ronson, Anthony Rossomando e Andrew Wyatt)

MIGLIOR EFFETTI SPECIALI: AVENGERS INFINITY WAR (Dan DeLeeuw, Kelly Port, Russell Earl and Dan Sudick). Davanti a Ready Player One (Roger Guyett, Grady Cofer, Matthew E. Butler and David Shirk)

MIGLIOR SONORO: BOHEMIAN RHAPSODY/FIRST MAN

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO: BOHEMIAN RHAPSODY/FIRST MAN

MIGLIORI COSTUMI: LA FAVORITA (Sandy Powell)

MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA: VICE/MARIA REGINA DI SCOZIA. Greg Cannom, Kate Biscoe e Patricia Dehaney per il primo, Jenny Shircore, Marc Pilcher e Jessica Brooks per il secondo

MIGLIOR DOCUMENTARIO: FREE SOLO/OF FATHERS AND SONS

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO: END GAME/LIFEBOAT

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO: MADRE (Rodrigo Sorogoyen e María del Puy Alvarado). Davanti a Skin (Guy Nattiv e Jaime Ray Newman)

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO ANIMATO: BAO (Domee Shi e Becky Neiman-Cobb)

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