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Fridays for Future e la questione educativa

Centinaia di migliaia di studenti in piazza, in tutto il mondo, per chiedere una svolta nelle politiche ambientali. Ma per cambiare un trend sfavorevole gli slogan non bastano

Fridays for Future è stata una grande iniziativa studentesca globale in difesa dell’ambiente a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di studenti in ben oltre 120 Paesi mondiali, dandosi appuntamento venerdì 15 marzo per sensibilizzare gli adulti ed i governi del mondo a prendere coscienza sulla grave crisi ambientale, e sulla responsabilità degli stessi nei confronti del pianeta in sofferenza per effetto dei cambiamenti climatici ed il surriscaldamento globale. A fronte di un evento di momentanea riuscita, bisognerà pensare che potrà esserci una vera svolta solo se gli Stati si porranno sinergicamente come obiettivo determinante la salvaguardia ambientale mediante una attendibile lotta e resistenza all’utilizzo di sostanze nocive. Tuttavia la linea prevalente purtroppo è che le politiche nazionali, in questi ultimi anni, sembrano andare nella direzione opposta, a causa di tendenze sovraniste nella maggior parte delle nazioni che rendono sempre più problematiche la possibilità di concorrere in sintonia mediante adozioni di accordi internazionali che le vincolino al rispetto di regole comuni, per contrastare e frenare drasticamente le condizioni di depauperamento del pianeta.
Per cambiare questo trend, decisamente sfavorevole alle richieste scandite dai giovani il 15 marzo scorso, non bastano gli slogan di Fridays for Future, manifestazione sia pure imponente: è necessaria una svolta che, nelle diverse nazioni, riporti al governo forze favorevoli alla collaborazione internazionale. Bisogna educare fin dall’infanzia i giovani alla cittadinanza responsabile, la scuola e le famiglie sono i luoghi privilegiati a tale formazione, altrimenti le aspirazioni per un mondo migliore resteranno soltanto un sogno.

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Ma è ancora possibile educare? La «questione educativa» viene oggi spesso presentata, infatti, come una emergenza, tenuto conto di una molteplicità di significati attribuiti e non sempre tra loro convergenti; mentre diviene sempre più difficile identificare i compiti propri di istituzioni alle quali è stata da sempre demandata in primo luogo la famiglia e la scuola. Si accentua sempre di più la messa in dubbio della stessa necessità dell’educazione, poiché a parere di molti, l’esercizio educativo deve semplicemente fornire strumenti di conoscenza di ordine pratico e nozionistico. Sappiamo che si tratta di una falsità, di una regressione culturale, in quanto la proposta educativa è sempre rivolta ad un soggetto dotato di libertà, che va aiutato a «tirare fuori» (educazione viene dal latino ‘educere’, estrarre, tirare fuori) le potenzialità nascoste in un confronto positivo con chi è chiamato ad educarlo ed in definitiva a formarlo ed orientarlo; se la scuola non forma ed orienta essa non è scuola. Purtroppo la situazione attuale registra una accentuata disgregazione della famiglia e dello stato di impotenza in cui si trova a vivere. La scuola si trova impreparata per la mancanza di un progetto serio e per un crescente discredito da parte delle “famiglie” nei confronti degli insegnanti di cui è scarsamente considerata la funzione sociale, formativa ed educativa. Più problematica si manifesta la scuola dell’obbligo, dove la crisi di autorità si fa sentire in maniera particolarmente rilevante. La debolezza formativa del sistema scolastico è poi ulteriormente aggravata dalla presenza di una cultura permissiva, dall’assenza di un disegno complessivo a riguardo degli obiettivi e dei contenuti, dalla scarsa qualità della preparazione di alcuni insegnanti, nonché, più radicalmente, dalla difficoltà di questi ultimi a identificare con precisione la propria funzione. Si oscilla infatti tuttora tra una scuola incentrata sulla trasmissione di contenuti e di nozioni e una scuola dove a contare è l’offerta di un metodo aperto, che fornisca competenze e strumenti spendibili; tra una scuola selettiva, che premia i migliori, e una scuola inclusiva, che si propone l’estensione, la più ampia possibile, del livello medio di istruzione.

Ma torniamo alla tutela ambientale. Benedetto XVI ritiene che «L’ecologia umana è un imperativo. Dobbiamo adottare stili di vita rispettosi dell’ambiente e sostenere la ricerca e lo sfruttamento di energie che siano in grado di salvaguardare il patrimonio del creato ed essere senza pericolo per l’uomo, devono costituire priorità politiche ed economiche». Una tale presa di coscienza deve condurre gli Stati a riflettere insieme sull’avvenire a breve termine del pianeta, riguardo alle loro responsabilità verso la nostra vita e le tecnologie. In questo senso è divenuto necessario rivedere completamente il nostro approccio con la natura. La natura, ha detto Benedetto XVI, «ci è essenziale». è in qualche modo la “casa” in cui abita l’uomo, per cui è divenuto oggi impellente arrivare rapidamente ad un arte del vivere insieme che rispetta l’alleanza tra l’uomo e la natura senza la quale la famiglia umana rischia di scomparire. Deve pertanto essere realizzata una riflessione seria che porti a proporre soluzioni precise e percorribili. I governi devono impegnarsi a proteggere la natura e aiutarla a svolgere il suo ruolo essenziale per la sopravvivenza dell’umanità e dell’intero pianeta.

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Cesare Capitti

Architetto, già Dirigente Capo Servizio del Dipartimento Urbanistica della Regione Siciliana. Cultore del Settore ICAR 21 Urbanistica, presso il Dipartimento di Progetto e Costruzione Edile della Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Palermo. Esperto di restauro e recupero di Centri Storici. Autore delle pubblicazioni “Governo del territorio e dottrina sociale della chiesa in architettura, urbanistica, ambiente e paesaggio” (Qanat 2013) e "La città della speranza" (Qanat 2016).

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