Cinema

Pasolini secondo Ninetto: «Tutto iniziò con una carezza…»

Icona del cinema pasoliniano, l’attore si racconta a quarantatré anni dalla morte del suo mentore: «Ha portato il mio mondo sul grande schermo»

La folta chioma riccioluta – benché da tempo canuta – è quella di sempre. La genuinità e la spontaneità del personaggio pure. Ci sono maschere che non invecchiano. Lo sa bene Ninetto Davoli – a Pier Paolo Pasolini deve il personale successo – che ha da poco varcato la soglia dei 50 anni di cinema. Già premiato con il Nastro alla Carriera nel 2015 dal SNGCI, dopo alcune fiction, è tornato protagonista anche al cinema con l’opera prima di Michele Alhaique “Senza Nessuna Pietà”, thriller dai toni cupi ambientato nella periferia romana di pasoliniana memoria in cui veste i panni del signor Santilli, patriarca di una famiglia criminale. Lo abbiamo ritrovato anche nelle sequenze vagamente oniriche del discusso “Pasolini” di Abel Ferrara, nel quale interpreta il ruolo di Epifanio in “Porno-Teo-Kolossal”, audace opera cinematografica di PPP – mai realizzata a causa dell’assassinio dell’autore bolognese – che avrebbe visto proprio in quel ruolo Eduardo De Filippo.

È passato oltre mezzo secolo da quel 1964 in cui Pasolini lo scoprì appena sedicenne, coinvolgendolo dapprima come comparsa ne “Il Vangelo secondo Matteo” e poi comprimario in “Uccellacci e uccellini” al fianco di Totò. Nato in un’umile famiglia di origini calabresi e trasferitosi in tenera età a Roma, dove vive presso il Borghetto Prenestino, uno scherzo del destino lo vorrà icona del cinema pasoliniano, di un sodalizio e di un’amicizia durati un decennio. E poi il personaggio di “Gigetto”, protagonista di un fortunato Carosello anni ’70 – la pubblicità dei crackers Saiwa – in cui, vestito da garzone di panetteria, zigzagava all’alba per le vie di Roma con una bicicletta da trasporto, cantando a squarciagola alcune note canzoni di quegli anni. Ninetto la propria storia e le proprie origini non le ha mai tradite e, ancora oggi, il suo carattere gioviale, la parlata romanesca del “ragazzo di borgata” e il sorriso a trentadue denti sono quelli di sempre. Non tiene alle apparenze e ai formalismi, a contare è esclusivamente la spontaneità. In teatro ha portato pure “Il Vantone”, riscrittura del “Miles gloriosus” plautino operata da Pasolini su richiesta di Vittorio Gassman. Un brillante lavoro d’intermediazione, di switch culturale dalla Roma antica all’Italia degli anni ’60: gags da avanspettacolo e dialetto romanesco stilizzato secondo i canoni teatrali, verso martelliano e utilizzo della rima per rendere lo straniamento tipico del teatro popolare.

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«I giovani vogliono sapere di Pier Paolo – esordisce Davoli – ne sono ingordi e sono entusiasti del suo coraggio, di quanto ha scritto e fatto». Il ricordo dell’amico appare subito sentito, appassionato ed encomiastico, quasi volto a celebrarne la grandezza e lo spessore intellettuale, facendo trasparire la massima e più sincera gratitudine. «Tanti ricordi con lui, dalla ricerca dei personaggi, alle partite a pallone, ai viaggi… Pier Paolo era tutto un entusiasmo! Tutto iniziò con una carezza sul capo la prima volta che mi vide e io non sapevo nemmeno chi fosse…». Un incontro inaspettato, definito dal candido Ninetto come “una manna dal cielo” e un Pasolini visto dalla sua famiglia come “un santone”. Davoli, Franco e Sergio Citti – allo stesso modo “ex ragazzi di vita” – rappresentanti di quel sub-proletariato che tanto affascinava Pasolini. Semplicità e schiettezza a testimonianza diretta di uno degli artisti più influenti del Novecento italiano che con la sua multiforme ha ridefinito e riscritto il paradigma dell’intellettuale moderno, approcciandosi alla realtà in modo dissacrante e quasi profetico. Qualsivoglia tentativo di sintetizzarne in poche battute lo spessore e l’argutezza, l’asprezza e l’innovazione risulterebbe vano, poco credibile, se non addirittura insignificante. Non sono necessari ghirigori lessicali o virtuosismi letterari per esaltare il genio di Pasolini, che emerge evidente e allo stesso tempo si rivela insondabile se l’opera di questo viene sottoposta a un approfondito e scrupoloso lavoro di esegesi. La clessidra del tempo ha continuato a scorrere, ma Ninetto è rimasto se stesso.

La sua carriera cinematografica inizia grazie a Pasolini. Qual è il ricordo che ha di lui?
«Io ho rappresentato sempre un po’ me stesso, quello che Ninetto è stato nella vita. Non ho mai fatto alcuno sforzo a interpretare i miei personaggi. Non mi era richiesto di “costruirli”. Con Pier Paolo è stato un dare e avere: lui, con la sua professionalità, ha saputo cogliere del buono in me, nei fratelli Citti, in Ettore Garofalo, nella nostra espressività. Noi, dal canto nostro, dovevamo solo essere noi stessi. A volte, quando provavo ad atteggiarmi da “attore” – termine di cui sconosco completamente il significato – Pier Paolo mi riprendeva canzonandomi e dicendomi “E questa battuta Ninetto come la direbbe?”. Voleva i nostri modi, la nostra genuinità».

Ma allora chi è oggi Ninetto? Quello vero…
«Io ho sempre affrontato la mia professione con entusiasmo, secondo l’insegnamento di Pier Paolo e della vita. Essendo entrato in contatto con il suo pensiero, che mi ha profondamente segnato, oggi mi sento un po’ spaesato, un pesce fuor d’acqua. Ho bisogno di essere me stesso. Mi trovo a dovermi difendere dal mondo che sta fuori. Non riesco ad adattarmi al consumismo, all’inseguire tutto ciò che costituisce uno status symbol. Pier Paolo sarebbe diventato matto. Oggi badiamo troppo all’apparenza, alla forma. Non alla vita vera».

“Uccellacci e uccellini” con Totò. Appena sedici anni…
«È stata ‘na bella botta de fortuna! Era un personaggio che andavo a vedere al cinema. Io appena mi trovavo davanti a una macchina da presa o fotografica diventavo paonazzo… Pier Paolo dovette insistere per convincermi a interpretare un piccolissimo ruolo ne “Il Vangelo secondo Matteo”. Poi seguì quel film. Inizialmente m’imbarazzai molto e quando mi trovai di fronte a lui per la prima volta scoppiai a ridere come un matto, senza alcun ritegno. Pier Paolo iniziò a darmi gomitate e a dirmi “Ninetto, eddaje, un po’ di contegno”. Io invece sono stato sfacciato. Poi durante le riprese mi mise molto a mio agio, quasi come un padre».

In “Senza nessuna pietà” è il signor Santilli, un inedito ruolo di cattivo nel suo repertorio
«In realtà non è la prima volta… Nel 2008 ho interpretato Gerardo il Barbaro nella prima stagione di “Romanzo criminale – La serie” per la regia di Stefano Sollima. Quando mi ci metto, se mi fanno arrabbiare, posso fare una strage… Da un paio d’anni, non so perché, mi fanno fare questi ruoli. Ho fatto un film con Angelo Orlando una quindicina d’anni fa (in realtà qualcuno in più, è del ’95, nda), “L’anno prossimo vado a letto alle dieci”, dove uccido spietatamente circa sei persone. All’amico regista dissi: “Ma sei sicuro che quello sono io?”. Alla fine vidi il film e pensai “ce la posso fare pure io!”».

Quanto pesa essere l’ultimo testimone di Pasolini? Comporta una certa responsabilità
«Non lo definirei un peso. Dipendesse da me, lo farei per altri cent’anni. Sono fiero e onorato di aver conosciuto una persona come Pier Paolo. Quand’era ancora in vita, probabilmente, non mi ero del tutto reso conto del suo spessore. In sua compagnia il clima era lo stesso che abbiamo qui noi adesso mentre chiacchieriamo. Eravamo amici, ci incazzavamo e litigavamo pure. Dopo la sua morte rimasi sconcertato dalla sua grandezza, fino a chiedermi se io quell’uomo lo avevo conosciuto realmente. Non mi capacitavo di aver avuto il privilegio di essergli stato vicino. Ha lasciato un’impronta indelebile».

Pasolini le ha mai detto cosa ha visto in lei? O glielo ha mai chiesto?
«Mi ha rappresentato, tutto qui… È la cosa più grande abbia fatto per me. Ha portato il mio mondo sul grande schermo».

Com’è stato entrare in contatto con intellettuali illustri per un ragazzetto proveniente da una famiglia modesta?
«Io sono nato a San Pietro a Maida, in Calabria. Come tante famiglie ci siamo trasferiti a Roma in cerca di una vita migliore. Quando andai a casa di Totò mi sembrava di sognare. Tavola imbandita, tre piatti, bicchieri, posate, servizi, candele. Pensai “Ma quante persone devono mangiare?!?”. Io vivevo in una borgata, con le cose più semplici e umili ci possano essere in una casa. In famiglia eravamo in sei e dormivamo tutti insieme. Quando mi videro al cinema per la prima volta, erano fieri, orgogliosi. I genitori entusiasti. Ogni anno, quando mia madre tornava al paese, portava con sé le fotografie, i giornali e le mostrava a tutti, dicendo “Questo è mio figlio!”».

In teatro ha riportato “Il Vantone” di Pier Paolo Pasolini, testo con il quale si è già più volte confrontato
«Un testo e una storia che mi piacciono, si parla il dialetto romano… Mi ritrovo in questo come personaggio (non a caso il “servus callidus” Palestrione) e riesco a farmi coinvolgere. Mi diverto, insomma. C’è proprio il mariuolo emblema della spavalderia. Credo mi si addica e mi fa piacere riproporlo ogni volta che posso. E poi è sempre una traduzione di Pier Paolo… Per le celebrazioni in occasione del quarantennale della sua tragica morte è stato anche istituito un comitato. Sono state organizzate pregevoli iniziative per onorarne la memoria, alle quali, purtroppo, non sempre ho potuto prendere parte. Pasolini è un gigante che è impossibile sconoscere. E ogni occasione dovrebbe essere utile a ricordarlo».

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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