Cultura

Per non morire come Fedora

Al Teatro Massimo “Bellini” di Catania va in scena il titolo di rara esecuzione del catalogo di Umberto Giordano. L’agonia della protagonista e la sua catarsi sono metaforica e osmotica denuncia della condizione di discriminazione economica che colpisce l’ente lirico

Umberto Giordano vide la Fedora di Sardou nel 1889 al Teatro Bellini di Napoli, proprio nell’interpretazione di Sarah Bernhardt – come sarebbe accaduto a Puccini per Tosca: stesso drammaturgo, medesima attrice. Anche il foggiano chiese immediatamente all’autore i diritti per poter musicare e ridurre il dramma a libretto d’opera ma pare la risposta fosse stata «on verra plus tard»: insomma, era meglio che il giovane compositore desse prima prova del suo valore. E così, dopo Regina Diaz, l’editore Sonzogno tornò a riproporsi a Sardou che tuttavia si negò nuovamente, chiedendo una cifra esorbitante. Il terzo tentativo – siamo ormai al 1897 – ebbe più fortuna, con il successo del ben più icastico Andrea Chénier ormai alle spalle. Il risultato non è forse un capolavoro, ma è anche strano l’opera sia poco amata da molti melomani. Fra i suoi estimatori c’è di certo il regista Salvo Piro che, dopo il San Carlo, l’ha presa nuovamente in carico in questo ciclo di rappresentazioni al Teatro Massimo “Vincenzo Bellini”. Popolarissimo nella prima metà del secolo, come testimoniano le numerose riprese spesso appannaggio di voci gloriose – come al debutto il soprano Gemma Bellincioni e il giovane Enrico Caruso – dal secondo dopoguerra, salvo qualche parziale e straordinaria eccezione (Callas e Corelli alla Scala nel 1956), Fedora è titolo raro e poco eseguito – nella fattispecie, assente dalle scene catanesi dal febbraio 1976 – che comunque ha anche i suoi meriti, apprezzato com’era da Massenet, Saint-Saëns e Gustav Mahler che ne diresse l’esordio viennese alla Staatsoper il 16 maggio 1900.

Il forfait – quello ufficiale – della celebre e sospirata bacchetta di Daniel Oren, che avrebbe dovuto dirigere la sola “prima”, è annunciato giusto alla vigilia. Non l’ha fatta rimpiangere, quella di Gennaro Cappabianca – al quale erano state assegnate le altre repliche – che ha diretto la compagine orchestrale del teatro con attenzione al palcoscenico, curando i differenti piani sonori, caricando adeguatamente i vertici drammatici e seguendo con precisione i contorni espressivi; tuttavia, non sempre è parso equilibrato il rapporto buca/palcoscenico, ma più che altro per la scarsa pregnanza sonora di alcune voci, che, a tratti, venivano prevaricate dal tessuto musicale e da volumi un po’ eccessivi. Le singole sezioni dell’orchestra hanno dato prova di una lettura convincente, sia nei momenti di maggiore drammaticità che in quelli più prettamente lirici, rispondendo con vivacità alla bacchetta e non discostandosi mai dalla tensione esecutiva. Ma c’è tutta la partitura ricca di colori e dinamiche che si estrinseca con il notevole senso del teatro denotato dall’inventiva melodica del compositore. A momenti di grande suggestione drammatica si alternano la citazione di canti popolari russi (Le Rossignol di Alexander Alabiev, nella canzone “La donna russa è femmina due volte” intonata da De Siriex), brani felici come l’intermezzo sinfonico del secondo atto e contenuti contemporanei e realistici, in consonanza con la corrente letteraria di Verga già inaugurata dal naturalismo di Zola. È la “Giovane Scuola” che, con forza tragica e vigore espressivo, restituisce anche l’atmosfera politica fin de siècle fortemente segnata dalla corrente filosofico-politico-rivoluzionaria del nichilismo coniato da Ivan Sergeevic Turgenev nel romanzo “Padri e figli” (1862): Fedora odia Loris, ritenuto nichilista, per la morte del fidanzato e si accenna all’attentato del 1881 allo Zar Alessandro II. L’edizione etnea è la prova che, pur senza raffinatezze estreme e protagonismi eclatanti, il clima musicale della vicenda è discretamente restituito: a un serratissimo primo atto, vero e proprio romanzo giallo, fa da contrappunto l’efficace duetto del secondo atto in cui Loris confessa l’omicidio, accresciuto nella drammaticità dall’esecuzione al pianoforte di Paola Selvaggio; all’intermezzo sinfonico, durante il quale Fedora scrive la lettera di denuncia e in cui viene ripreso il tema di “Amor ti vieta” si contrappone l’idillica e peraltro un po’ stereotipata Svizzera, dove Fedora muore mentre in lontananza si sente il canto di un piccolo savoiardo. Il coro, istruito da Luigi Petrozziello, ha nei suoi brevi interventi ben figurato.

Fedora
Giacomo Orlando Ph

Non c’era l’annunciata ripresa dell’allestimento di Lamberto Puggelli, concepito nel ’93 per il Teatro alla Scala, con le sue idee di sicura bellezza visiva. Sostituito, nel silenzio generale, con quello del Teatro “Umberto Giordano” di Foggia, per le scene di Alfredo Troisi, è debitore all’attenta e ben a fuoco sapienza di Salvo Piro, che riesce a rendere più che decoroso un impianto scenico concepito per spazi certo più esigui, a rifuggire il rischio di una visione disadorna e che è capace di espedienti che aggiungono dinamismo ad azione drammatica e situazioni. Il regista, nonostante la modestia del materiale a disposizione, con elementi portanti e corpi aggiunti, ristabilisce una misurata proporzione tra gli ambienti – talvolta un po’ stipati – con soluzioni che a una discreta e tradizionale ricercatezza coniugano adeguata funzionalità di soluzioni. Un fluire inesorabile del tempo, in cui gli eventi compaiono come immagini in un discorso stilistico coerente, è cifra registica di un mondo reale ma anche spirituale e immaginifico. C’è tutta la giustezza di una visione chiara e intelligente di ciò che va fatto sul palcoscenico: grazie a un valido sistema mobile di ruote, cavi e tiranti, i veloci cambi scena completati a vista conferivano dinamismo, complice un conveniente disegno luci e un occasionale ricorso al velatino. Sono protagonisti lo Jugendstil e le espressioni artistiche dell’Art Nouveau, che con gusto ed equilibrio descrivono le situazioni di Pietroburgo, Parigi e Oberland Bernese del dramma in tre atti trasposto da Arturo Colautti. Nel salotto del palazzo di Vladimiro Andrejevich, in una notte d’inverno del 1881 alla vigilia delle nozze con la principessa Fedora Romazov, l’intricata e introspettiva vicenda si dipana tra turbinii di passioni, vendette e omicidi per poi concludersi con il tradizionale intreccio di amore e morte. Fedora, dopo aver giurato solennemente di vendicare il promesso sposo assassinato dal conte Loris Ipanov, finisce invece per innamorarsene quando scopre la vera ragione del delitto. L’aspetto più squisitamente attoriale è ben curato da Salvo Piro, che tuttavia poco può fare a fronte dell’inesperienza e dei mezzi poco generosi, per espressività e gestualità, di alcuni interpreti. La prevalenza di tinte tenui e colori caldi nelle scene – e anche nelle fogge dei costumi – ben valeva a restituire sensazione di ampiezza e profondità. Ma è sul finale, quando l’eroina si toglie la vita avvelenandosi dopo aver scoperto che la sete di vendetta l’ha resa colpevole della morte del fratello e della madre del proprio amato, che avviene il vero colpo di scena.

Il singolare fenomeno di metaforica osmosi si verifica con sobrietà a mezzo del pacifico appello che il personale del teatro rivolge alle istituzioni: “non lasciatela morire”, in riferimento esplicito alla sorte della protagonista dell’opera di Giordano e quindi metafora dell’attuale impasse del Teatro. E mentre l’eroina eponima, invece di esalare l’ultimo respiro tra le braccia dell’amato dopo aver ingerito il veleno nascosto nella croce bizantina della collana, s’incammina fiera verso il fondale, la finzione presta il fianco a una realtà umiliata e vilipesa, con l’esortazione affidata alle parole di Manuela Ventura e condivisa dalla composta schiera che sfila ordinata sul palcoscenico, capitanata dalla dirigenza e seguita da cast e maestranze. È la denuncia silenziosa della condizione di discriminazione finanziaria che ha colpito l’ente lirico alla luce dell’ennesima scure di tagli inferta ai finanziamenti regionali che mettono a serio rischio anche l’ordinaria sopravvivenza dello stesso. L’agonia della protagonista, e la sua catarsi a sipario aperto in una seconda quarta parete che si schiude alla volta del retropalco, prelude alla speranza di una rinascita della funzione culturale e sociale di un patrimonio tanto vessato. Un momento di grande impatto emozionale che rifugge il patetismo della pantomima e che suscita genuinamente la riflessione sulle responsabilità della politica: «Fedora è morta, anche questa sera, come si conviene a tutte le eroine del melodramma. Morta perché non muoia la bellezza, la poesia, la musica, la voce umana. Arriva un momento nel quale bisogna essere tutti uniti. Tutti insieme. Questo teatro fatto di persone, fatto di braccia, di cervelli, di cuori, di mani, che suonano, costruiscono, cuciono, martellano, scrivono. Di voci che cantano, discutono e, a volte, sono ridotte al silenzio, ma non smettono mai di immaginare il futuro. Tutti uniti, tutti insieme sappiamo di non essere soli e confidiamo nelle istituzioni. Vogliamo continuare a regalare emozioni, valori, sogni. Questo teatro vuole continuare a vivere».

Quanto al cast selezionato – o imposto – dall’assente eccellente Oren, si segnala una solida ma discontinua prestazione del soprano lettone Ira Bertman nel ruolo del titolo: il primo atto non faceva presagire il meglio, stante un vibrato che, nonostante la sicurezza dell’emissione e la buona dizione, comprometteva la zona media. Un’interpretazione, a tratti anodina, che tuttavia compensa con la notevole impronta drammatica infusa al personaggio di una donna di grande carattere e determinazione, che tiene fede alle proprie idee e all’onore firmando d’impulso una condanna a morte che, in fondo, sarà la propria. Se Tosca, in preda alla disperazione, uccide Scarpia compiendo un gesto estremo che la ridurrà a un repentino pentimento, Fedora vuole a tutti i costi vendicare il fidanzato ucciso per mano di Loris, denunciandone i parenti, ma ne pagherà lo scotto per via dell’avverso destino. Nella Fedora della Bertman c’è tutta la coerenza di un’eroina che chiude il cerchio – la più credibile del cast scenicamente – forse meno in una tessitura tra le più impervie. La buona linea di canto, nel complesso di una tecnica sicura e di un corposo registro acuto, ha reso gradevole l’aderenza stilistica della vocalità e dell’estensione, senza scadere mai nell’enfasi plateale più spiccatamente verista. Stentoreo nell’iniziale sortita il conte Loris del tenore russo Sergey Polyakov: una musicalità non sempre precisa e un abuso di portamenti che hanno limitato nella proiezione la sublimata e ardente poesia di “Amor ti vieta”. Di certo più in parte nel duetto del secondo atto e nel finale dell’opera, anche in virtù di un fraseggio più veemente e incisivo. Convincente invece il baritono Ionut Pascu, nei panni del diplomatico De Siriex, che grazie al bel colore di una voce omogenea e timbrata soprattutto nelle note più gravi risulta ben delineato nei tratti caratteristici. L’Olga Sukarev di Anastasia Bartoli è cristallina nel timbro, sciolta e corposa nell’emissione, esprimendo bene la squillante e frivola contessa che stempera spesso la tensione salvo qualche eccesso di ingenua leggerezza ed enfasi. Ben distribuiti anche tutti gli altri ruoli, dal Dimitri di Sonia Fortunato al piccolo savoiardo di Sabrina Messina, dal Desiré di Andrea Bianchi al barone Rouvel/Sergio di Riccardo Palazzo, passando per l’ispettore Grech di Dante Roberto Muro e l’ironico e virtuoso pianista Boleslao Lazinski, “nipote e successore di Chopin”. 

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.

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