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Theresa May perde il controllo sulla Brexit

Un emendamento dà pieni poteri al parlamento britannico sull'uscita del Regno Unito dall'Ue. Si dimettono tre sottosegretari

Dopo la manifestazione dello scorso week end a Londra per chiedere al governo di sospendere i negoziati sulla Brexit e convocare un secondo referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, e la petizione per revocare l’articolo 50 che ha raccolto più di 5 milioni di firme, sono cominciate a circolare voci e notizie su un’eventuale sostituzione alla guida di Downing Street. E mentre Theresa May cerca di far fronte alla crisi, la Camera dei Comuni ha approvato l’emendamento che di fatto concede al Parlamento il controllo dell’accordo sulla Brexit, infliggendo un altro affronto al governo del premier britannico.

Le prossime mosse sulla Brexit le deciderà il parlamento. Con 329 sì e 302 no i deputati hanno votato a maggioranza l’emendamento del conservatore Oliver Letwin che permette a Westminster di organizzare “voti indicativi” su possibili piani alternativi. Uno tra tutti, la cosiddetta opzione Norvegia che consentirebbe al Regno Unito di rimanere nel mercato interno senza fare politicamente parte dell’Ue. A favore dell’emendamento hanno votato anche Richard Harrington, sottosegretario alle Attività Produttive, Alistair Bury, sottosegretario agli Esteri, e Steve Brine, sottosegretario alla Sanità che hanno deciso di dimettersi.

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L’approvazione dell’emendamento Letwin non costringe il governo a cambiare strategia sulla Brexit. Theresa May ha detto che il suo obiettivo resta l’approvazione dell’accordo negoziato con Bruxelles, già bocciato due volte. Non sono bastate le voci di un “golpe” nel weekend da parte del vicepremier Lidington e del ministro dell’Ambiente Michael Gove; non è bastato il fatto che gli euroscettici del suo partito hanno detto per l’ennesima volta che non appoggeranno il piano May sulla Brexit; non sono bastati i titoloni dei tabloid che la invitavano a dimettersi. May invece va avanti, fino alla fine. Ma la fine, cioè il 12 aprile, è vicina e se entro quella data non ci sarà un accordo si dovrà chiedere per forza di cose all’Ue un ulteriore rinvio o rassegnarsi al “no deal”, con conseguenze potenzialmente pesantissime per l’economia inglese. Ora che è il Parlamento a decidere il calendario dei lavori, il tentativo di ratifica potrebbe però slittare. In ogni caso, si tratta di una situazione nuova nel panorama britannico ed è difficile fare previsioni in questo momento.

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