Cultura

Lucia Poli: «Io, Paolo e il suo cinismo surreale»

Il ricordo del fratello, a tre anni dalla scomparsa. L’attrice toscana ripercorre la sua carriera, raccontando il femminismo, il teatro d’avanguardia, i rapporti con Benigni e Bertolucci

Umana, troppo attrice, con un inconfondibile accento toscano. Lucia Poli è volto, personaggio e talentuosa interprete simbolo dell’avanzata del femminismo sociale contro quell’Italia gretta che si svegliava dal letargo degli Anni Cinquanta. A colpi di battute, il suo colorito universo femminile del teatro di genere ha dimostrato, con il fine intelletto di un’intellettuale fiorentina, come sia possibile uscire – quasi da eroina dell’American dream –  dall’ombra di una realtà desolante e infame, realizzando anche le bramosie più estreme e dando prova del proprio indiscutibile talento. Dopo aver scardinato sul palcoscenico le convenzioni semiborghesi e semiproletarie, la Poli non ha mai smesso di mostrare in maniera assai gustosa, contaminata e sì anche scorretta – molto di più di una qualsiasi satira liberale – la contaminazione, il sense of humour, l’ostentazione del meraviglioso, la poesia e la provocazione intelligente che accomunano la sua vicenda artistica con quella dell’amato fratello Paolo.

Disgraziatamente, nel trasferirla sul grande schermo, si scopre che il cinema non ha saputo contenerne complessità e contraddizioni, annientando così quella sorta di processo identificativo fra lo spettatore e l’interprete con un’efficacia senza pari. Sorella minore di un genio trasformista – compagno di giochi, di lavoro, di risate, di una vita intera di passioni condivise – ultima di cinque figli, orfana di padre a soli 5 anni e figlia di una maestra montessoriana, debutta nel 1970 col Teatro dei Ragazzi. E non si può restare indifferenti di fronte a un’apparenza pressoché immutabile: stessa pettinatura, stesso sguardo da signora del teatro che con spavalderia sfoggia le sue 78 primavere, continuando a far discorsi rivoluzionari e a portare in scena un po’ di sé stessa con leggerezza e allegria. Sin da quando, da Roma a Firenze, scriveva di spettacolo prima su una rivista letteraria diretta da Anna Banti, e poi direttamente per la radio e la televisione. Dopo l’ambivalente scambio di ruoli in “Femminilità” (1972), graffiante satira sulla letteratura rosa del ventennio fascista, si afferma nel movimento dell’avanguardia romana e tre anni più tardi apre e gestisce il Teatro Alberico, spazio polivalente dove vedranno la luce i suoi principali lavori di quegli anni. Tra i suoi più riusciti spettacoli teatrali figurano “Liquidi” (1976), “Passi falsi” (1979), “C’era una volta” (1980), “Donne in bianco e nero” (1994), “Sorelle d’Italia” (1995), “Deliziosi veleni” (1997), “Antologia in attesa di una catastrofe” (1998), “Per Dorothy Parker” (1999), omaggio alla celebre scrittrice statunitense. In rapida sintesi, tutta l’esperienza artistica di Lucia Poli si può riassumere in una domanda tanto semplice ma così insidiosa: quanto è stata condizionata dalla fama inarrestabile di un fratello bravissimo e ciarliero?

Ma dietro la caratteristica piega bionda, i lineamenti morbidi e l’elegante bellezza che siede compunta in camerino e gesticola con disinvoltura allo specchio, c’è tutto il talento eclettico e magnetico che si trasforma in mille corpi e mille voci: dal sussurro sommesso al vocione grottesco, con una potenza affabulatoria a non lasciare scampo e pronta a trascinare in una bizzarra e rocambolesca esplorazione del suo sofisticato universo “rosa”. C’è un’esuberanza candida e giovanile che sfocia quasi in un divertissement eccentrico e raffinato. C’è la Toscana e un’illustre tradizione letteraria. C’è la verve e la spartana vitalità di quel Palazzeschi che porta ancora una volta in scena in un brillante adattamento firmato da Ugo Chiti, mirabile ritratto dell’eterno tema della solitudine e del bisogno di affetto degli anziani. C’è, infine, la misura e la dismisura che i fratelli Poli si sono spartiti. Sul palcoscenico e fuori.

Foto Donatella Turrillo

Quella con il suo celebre fratello era una somiglianza fisica paradossale che era anche una dissimiglianza biologica. Ma le scelte, la preparazione, l’humus di origine era pressoché uguale. In “Alfabeto Poli” (Einaudi, 2013) affermava di averla trattata come tutte le persone che amava: con un ceffone e un whisky…
«Paolo era molto fantasioso. Creativo com’era, favoleggiava e inventava continuamente. Figuriamoci io a bere whisky… sono astemia! Ceffoni mai avuti, né da mamma né da lui. Tra me è Paolo c’era una generazione intera, oltre undici anni di differenza. Era il fratello grande e da bambina mi coccolava. Quando lui andava all’università, io ero poco più che adolescente e, avendo le sue stesse passioni, mi portava ad assistere alle prove dei suoi spettacoli amatoriali con la “compagnia dell’alberello”, fondata da una nobildonna fiorentina. Io rimanevo incantata lì per ore. È stato un attore geniale e un grande intellettuale insofferente alle classificazioni, perché ha inventato uno “stile” tutto suo, unico e irripetibile. Si possono dire eredi tutti quegli artisti che coltivano con profonda serietà una passione e fanno della “libertà” la loro casa interiore. Paolo, con il suo cinismo surreale e l’ironia incontenibile, è stato un grande demistificatore di luoghi comuni e pregiudizi».

Paolo la vestiva da uomo, le tagliava i capelli come Ingrid Bergman in “Per chi suona la campana”. Ma lei voleva essere pettinata come Brigitte Bardot!
«Mi ripeteva continuamente che la coda di cavallo non andava bene. Si propose per tagliarmeli ma li fece incredibilmente corti. Mentre lo faceva mi raccontava i film e le commedie che vedeva. Ricordo di aver conosciuto Amleto attraverso la sua descrizione di una messinscena cui aveva assistito non ricordo dove e con chi. Ma ricordo di un racconto tragicomico e non drammatico com’è nella realtà del testo shakespeariano. Io me ne stavo seduta a lato, con lo specchio più in alto. E intanto ci andava giù pesante con le sforbiciate. Quando mi alzai in piedi, finita la storia, sono scoppiata in un pianto inconsolabile. Un po’ come madame Falconetti ne “La passione di Giovanna d’Arco” di Dreyer. Al di là di questi episodi aneddotici, c’era tutto il rapporto con una sorella piccola che gli somigliava parecchio, non solo fisicamente. Abbiamo goduto entrambi della letteratura, dell’arte e del teatro. Mi portava nei musei e, appena trasferita a Roma, insistette per mostrarmi quel Barocco che a Firenze non c’era. E allora giù tutte le chiese, Bernini, Borromini, le fontane».

Due intere esistenze dedicate al palcoscenico…
«Il teatro lo faceva già lui e io non volevo cimentarci per via dell’immediato paragone. Poi ci sono scivolata anch’io, scrivendo le trasmissioni per l’allora Terzo Programma radiofonico. Era un progetto molto interessante, con funzionari ambiziosi e creativi. Domandarono all’Università di Firenze la collaborazione di neolaureati brillanti. Era la fine degli anni Sessanta ed io, che già insegnavo lettere, fui indicata insieme con Piero Gelli. Ci offrirono di scrivere insieme diverse trasmissioni sulla letteratura italiana in relazione alle idee del secolo. Io ero laureata in filosofia con tesi su Maurice Merleau-Ponty e lui specializzato su Gadda. Intervistavamo Moravia, Pasolini, Bertolucci, Caproni. Dalla radio alla televisione il passo fu quindi brevissimo».

Eppure con testi innovativi e audaci sconvolgeva facilmente l’Italia benpensante del tempo…
«I teatrini off erano spazi impregnati di muffa e di fumo in cui sentivamo che una libertà diversa era possibile. Frequentavo quei baluardi d’avanguardia che prendevano il nome di cantine e portavo il monologo “Liquidi” nei teatri sperimentali. Un po’ ovunque in Italia e persino al festival di New York nel ‘79. Avendo iniziato questo percorso di ricerca, Paolo mi propose quindi di lavorare insieme. Quattro spettacoli in totale, due a fine anni ’70 e altrettanti negli anni ’80. Nei primi due, “Apocalisse” e “Femminilità” era chiaro vi fosse un rapporto di soggezione, essendo io nettamente meno esperta. Poi in televisione con Milena Vukotic e Marco Messeri ci divertimmo a interpretare la miriade di personaggi de “I tre moschettieri” di Sandro Sequi».

Al tempo i movimenti femministi erano autentico impulso ai mutamenti della società
«Mi definisco femminista perché è un’avventura che ho vissuto e che ritengo fondamentale per l’evoluzione della mentalità femminile. Tuttavia, in quegli anni non ero considerata un’ortodossa e alcuni miei testi erano accolti con un certo sospetto. In “Liquidi” una fotomodella non conosce veramente il proprio corpo e si vede con gli occhi degli altri, attribuendosi delle false identità; ed ecco che il corpo risponde con le emissioni di liquidi. Pian piano la donna getta via le proprie maschere e giunge a una spoliazione sia visiva, sia psicologica, e questo è il primo passo che le consentirà di costruirsi un’identità autentica. L’ala più intransigente del movimento femminista affermava: “donna è bello”. Ne derivava una generale esaltazione delle figure femminili e una demonizzazione di quelle maschili; e la mia era una donna piena di problemi, una donna negativa. Fortunatamente il sospetto durò un attimo, e subito dopo lo spettacolo fu accettato. Parlava della condizione della donna, fu un successo ma destò scandalo e imbarazzo. Mi invitò persino il Teatro “La Maddalena” di Roma, che era il teatro femminista militante».

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A un iconoclasta come Paolo non interessavano le unioni civili ma aveva a cuore il discorso delle adozioni
«A lui sarebbe piaciuto tanto avere un figlio. Al mio, nato nel 1982, dedicammo uno spettacolo. Portammo in tournée “Cane e gatto” e il bambino veniva in giro con noi. È cresciuto con la figura dello zio come punto di riferimento accanto a quella del padre, che veniva a trovarci e, sentendosi leggermente messo da parte, era un po’ geloso del rapporto straordinario che mio fratello aveva con Andrea. Prima era molto legato a me. Poi, via via che noi s’invecchiava, vedeva in lui un giovane attraente e affascinante foriero di una ventata di idee nuove. Paolo era legato a tal punto da nominarlo erede universale».

Paolo una volta affermò di aver messo in crisi l’eterosessualità di Marlon Brando e che la sola legge non ancora infrante era quella della dinamica. Pur tuttavia, riuscì a portare avanti il suo discorso artistico facendosi accettare dall’Italia conformista e benpensante del tempo
«Ci riuscì, ma con fatica. Tanto che il suo spettacolo su Santa Rita fu avversato dalla censura. Lui non solo era vestito da donna, ma addirittura da Santa. Era forse pretendere un po’ troppo, per il tempo, da un’Italia chiusa nel suo tradizionalismo. A lui le unioni non interessavano proprio. Al di là dei discorso sui diritti, non lo avrebbe mai fatto perché non era tipo da coppia. Non penso che mio fratello sarebbe felice nel clima politico odierno, soprattutto perché era dotato di grazia impertinente, che è esattamente l’opposto dell’ignoranza e della volgarità imperante. Poi contrariamente a quanto ironicamente affermasse, Paolo era una persona molto etica. Brando probabilmente era bisex, come tanti altri divi in quegli anni. Erano anni in cui c’era voglia di esperienze, di liberazione dopo anni di chiusura. Basti pensare al puritanesimo della società pre-sessantottina. Anche i movimenti femministi hanno probabilmente aiutato gli uomini ad avere più coraggio, a essere più dentro sé stessi e a non ricadere nei cliché tradizionali».

Foto Donatella Turrillo

Recentemente in scena con un classico della tradizione come “Le sorelle Materassi” ripropone l’attualità di Palazzeschi
«Un autore tra i miei preferiti e che oggi andrebbe riscoperto, più noto per le poesie che non per i romanzi; perché sono più brevi, facili e divertenti. Con Paolo lo abbiamo saccheggiato in ogni modo e lui ne era un magnifico interprete. Quell’insieme di sagacia, ironia pungente e paradosso sembravano tagliati su di lui. Ricordo in particolare una poesia che s’intitola “La passeggiata”: un ironico elenco di insegne di negozi che recitavamo insieme camminando tra il pubblico. Negli anni ‘80 abbiamo portato in tournée “Paradosso”, in cui, alternando poesie e canzoni, raccontavamo la storia dell’Italietta. Palazzeschi, con la sua penna sagace, ha attraversato ogni epoca, dal Futurismo agli anni ‘50. Io sono rimasta affezionatissima ai suoi versi. Mi mancava solo l’occasione di interpretare Teresa: una vecchia zitella toscana, una di quelle “beghine” che l’autore tratta malissimo ma che in realtà – s’intuisce – adora profondamente».

Gli anni ’70 sono stati caratterizzati da grande impegno in termini di sforzi realizzativi nell’attività teatrale
«Gestii personalmente, per cinque anni, uno spazio “underground” romano che si chiamava l’Alberico, nel quale si esibirono anche Roberto Benigni, Carlo Verdone e Marco Messeri. L’avevamo aperto noi, un bel gruppo di giovani teatranti; facevamo i nostri spettacoli e in più ne ospitavamo altri. Avevamo due spazi: un vecchio garage a livello della strada che avevamo rimesso a posto, con un palcoscenico abbastanza grande e una platea di 150 posti; e sotto c’era un cantinetta piccolissima con un palcoscenichino-buco di due metri quadrati e una plateina con sedie volanti. Lì si facevano i monologhi, perché niente di più poteva entrarci».

Tempi oggi quasi irripetibili
«E’ stata una bella fucina d’invenzioni, ognuna delle quali ha poi preso la sua strada. Per un periodo breve ma intenso ha svolto una funzione importante in quella che allora veniva chiamata avanguardia teatrale romana. Non mi sembra produttivo restare ancorati al “come eravamo”. Se siamo ancora vivi, le cose le facciamo da un’altra parte. Io posso non amare il tempo presente se non mi piacciono certi stili di vita o certe mode culturali, ma semplicemente non li inseguo: perseguo invece le cose che mi piacciono e lotto perché vadano avanti».

Come furono gli esordi di Benigni all’Alberichino, al Teatro dei Satiri, al San Genesio e al Beat ’72?
«Come quelli di una creatura stravagante e surreale. Elettrica, come accade ai migliori talenti comici. A condurlo a Roma fu Donato Sannini, un nome che oggi dirà poco. Morì giovane e questo non gli permise di esprimere tutto il suo talento sgangherato. Era fiorentino. Scrittore, poeta, teatrante. Fu Donato a dirmi che nei suoi viaggi tra le osterie toscane – dove andava a bere e leggere poesie, poesie etiliche come le aveva ribattezzate – aveva conosciuto due strani tipi. L’altro era Carlo Monni, un guardiano di porci che recitava i sonetti di Shakespeare. Da ultimo, credo, infilava pali della luce. Benigni, invece, suonava – ahimè malamente – la chitarra e componeva canzoni spiritosissime. Però all’inizio voleva fare il cantante. Chiese perfino un’audizione a Celentano. Non so se l’incontro ci fu. Ma se mai avvenne, non sarà stato esaltante per Roberto».

Benigni l’ha voluta anche per una particina nel suo “La tigre e la neve”
«Proprio perché avevamo cominciato assieme. Dalle fiabe del Basile alle “Metamorfosi” di Ovidio, passando per i nostri “La Festa” e “La contessa e il cavolfiore” da Gombrowicz. Lui era più giovane ma aveva già lo stesso entusiasmo e le medesime capacità. Siamo rimasti molto amici anche dopo, e sono molto contenta del suo grande successo, coronato dall’Oscar. Mi fa un po’ strano vederlo adesso così intellettuale, con le letture di Dante, dato che era un po’ un ignorantello. Però questo dimostra che una persona intelligente come lui può riuscire. Di Benigni ho sempre ammirato la semplicità, mi aveva colpita la frase che ha detto alla cerimonia degli Academy: “Ringrazio mio padre per avermi donato la povertà”».

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Il successo di Benigni si deve anche a Giuseppe Bertolucci, al quale è stata molto legata
«Scrissero insieme il personaggio di Cioni Mario. Giuseppe gli tirò fuori la massa di ricordi che Roberto forse neppure sapeva di avere, i desideri inesplosi. Fu incredibile la loro relazione: per ricchezza, generosità reciproca, follia. Giuseppe era nato imparato, figlio di un grande poeta e fratello minore di un grande regista. Roberto era un ragazzaccio che arrivava dalla Toscana e non dalla toscana delle città, ma dalla campagna, dal popolo, che faceva ridere, diceva molte parolacce e aveva delle storie da raccontare. Giuseppe era giovanissimo ma straordinariamente maturo. Bernardo una volta disse una cosa bellissima: “quando avevo sei anni mi nacque un fratello maggiore”. Era vero, Giuseppe fu l’uomo che sapeva prendersi cura dell’altro. La nostra relazione finì nel 1977. E non ci vedemmo quasi mai più. Eravamo stati i fratelli della seconda fila. Davanti le stelle: Bernardo e Paolo. Noi dietro, come pianeti minori. Fu così che affinammo il gusto per la marginalità. Ho continuato a frequentare Attilio, un uomo meraviglioso, il padre che non avevo quasi mai avuto. L’ho amato tantissimo».

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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