Cultura

Un museo italiano per le Fender

Il collezionista romagnolo Flavio Camorani ha creato una esposizione itinerante con oltre 100 modelli dello strumento rock per eccellenza. Una costosa passione cominciata quarant’anni fa con una Stratocaster

Per Flavio Camorani suonare la batteria nei Floyd Machine, cover band dei Pink Floyd, sembra quasi un colmo. Il cinquantasettenne romagnolo di Forlì da quarant’anni infatti colleziona chitarre. Fender. Esclusivamente Fender. In omaggio ai suoi idoli: David Gilmour, innanzi tutti, e poi Ritchie Blackmore, Carlos Santana, Eric Clapton, Frank Zappa, Jimi Hendrix. 

«Avevo 19 anni quando, a Zurigo, comprai da “Musik Hüsli” la mia prima Fender Stratocaster “Black” maple neck del ’79 (eccezionalmente 4 viti e paletta piccola). Da allora, tutti i miei stipendi e le mance di lavoro furono investiti per la costruzione della mia attuale abitazione e per l’acquisto di strumenti Vintage, senza mai concedermi il lusso di vacanze o sperperi per vizi o divertimenti». Ed è nel lavoro che Camorani trasferisce la sua passione: uomo-chitarra per party, matrimoni, feste di compleanno. «Mi presento solista con il mio strumento, la mia amplificazione ed il mio repertorio che fa riferimento agli anni Settanta e Ottanta». 

In questi quarant’anni, il tenace romagnolo ha raccolto 110 Fender, ciascuna con il suo stile ed il suo linguaggio a dare una propria interpretazione del mito: «È risaputo che, nel mondo Fender, sono i modelli Stratocaster, Telecaster, Jazz Bass, Precision Bass, amplificatori Tweed, White, Brown, Blackface ad avere il più alto valore economico ma, per me, è altrettanto importante ammirare l’anima, il fascino ed il suono di un mandolino elettrico del 1957, come la timbrica dolcissima di una XII Strings del ’66, la forma banale ma futuristica di una piccola Swinger o la vernice sgranata di una rarissima Stratocaster Anniversary White 1979. Questi, uniti ai più famosi modelli, hanno scolpito i solchi dei dischi in vinile dal ’60 al ’90, e sono la vera essenza del Vintage, quei suoni che nessun ampli o strumento del 2000 può riprodurre».

Una collezione unica, la più completa al mondo, che Camorani ha riunito nell’itinerante “Fender Vintage Museum” con il quale da alcuni anni va in giro per l’Italia quando trova un ente o una manifestazione disponibile ad ospitarlo. Bologna, Sassuolo, Pordenone, Ravenna, Pistoia. Il Medimex di Foggia è stata l’ultima tappa. La più al Sud. Accanto alla raccolta di chitarre, corredate di originali custodie, anche un piano bass, materiale promozionale e tecnico, e un tamburo che porta le firme di molti vip del rock, fra cui quella del suo batterista modello. Che non può non essere che Nick Mason dei Pink Floyd. «Lui ha stretto la mano a tutti i Floyd Machine e ci ha fatto i complimenti perché ci ha sentito suonare, ed ha autografato il mio rullante, che peraltro riporta gli autografi di diversi batteristi come Stewart Copeland dei Police, Ian Paice dei Deep Purple, Carl Palmer di Emerson, Lake & Palmer. L’unico rammarico è che, nonostante il nostro incitamento, non abbia suonato sulla mia batteria: sarebbe stata un’ulteriore perla nella mia collezione».

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Fender è la “chitarra rock” per eccellenza. Il papà di questa opera d’arte, Leo Fender. Negli anni Cinquanta lanciò la prima chitarra elettrica a corpo pieno prodotta in serie, la Telecaster (originalmente chiamata Esquire e Broadcaster); il primo basso elettrico prodotto in serie, il Precision Bass; e la Stratocaster, prima chitarra elettrica a corpo pieno con tre pickup. La Telecaster, forse una delle chitarre elettriche più longeve della storia, con la sua struttura semplice e geniale ha attirato intere generazioni di chitarristi. Grazie alla costruzione separata di manico e corpo uniti poi con viti, i costi di produzione venivano abbattuti, rendendo accessibile a tutti l’acquisto di uno strumento di qualità. Il manico con la sua sezione a V permetteva di premere con il pollice le corde basse, mentre il corpo in frassino massiccio – “solid body”, per l’appunto – eliminava i problemi di “ritorno”. 

«Quei primi modelli, quelli tra gli anni Cinquanta e la fine degli Ottanta, sono immortali, adesso i prodotti della Fender non hanno la stessa qualità» commenta Camorani. «Ed è per questo che dalla Fender non ho mai avuto una mano. Tutt’altro. Vedono di traverso il mio lavoro di tramandare un suono e uno strumento leggendari». 

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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